Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
News Processo Mori: la verita' di Brusca sulla trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato

Processo Mori: la verita' di Brusca sulla trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato

mancino-nicola-web2.jpg

Il pentito conferma: Mancino era il terminale. Dopo l'omicidio Lima si erano fatti avanti Ciancimino e Dell'Utri
di Monica Centofante - 18 maggio 2011
Esonera Berlusconi da ogni responsabilità per le stragi del '92 e del '93, indica Nicola Mancino come il terminale della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato e ricorda che Totò Riina, dopo l'omicidio di Salvo Lima, disse “che si erano fatti sotto alcuni politici, Ciancimino e Dell'Utri, che gli avevano portato la Lega (senza specificare quale ndr.) e un soggetto politico che stava per nascere”.

Ha ripetuto quanto già detto a verbale e riferito e al processo Tagliavia, il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, interrogato questa mattina nell'aula bunker del carcere di Rebibbia. Teste al processo al generale dei Carabinieri Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nell'ottobre del 1995.
In risposta alle domande dei pm di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo il pentito ha ripercorso le tappe della sua collaborazione. Dalle fasi iniziali, quando “non mi andava di fare nomi” fino all'incontro “con un familiare di una vittima della mafia” in seguito al quale “ho deciso di dire tutto”, “ho voluto dire quello che sapevo per dare giustizia ai fatti”. E “quello che dico oggi – ha sottolineato - non l'avevo mai detto prima perché non era il tempo, perché sarei stato attaccato, coinvolto nelle polemiche”.
Una verità, la sua, che parte dagli anni Ottanta, quando “la mafia legata a Stefano Bontade, quella dei cosiddetti perdenti, investì denaro con Dell'Utri e Berlusconi”: “Seppi da Ignazio Pullarà (capomafia della famiglia di Santa Maria di Gesù ndr) che poi il boss Giovannello Greco, temendo di perdere i frutti dell'investimento fatto con Berlusconi, fece un blitz a casa di Gaetano Cina per riprenderseli”. Lo stesso Pullarà che gli avrebbe poi riferito che Berlusconi pagava il pizzo a Cosa Nostra per le sue attività economiche in Sicilia. Una somma quantificata in circa 600 milioni di vecchie lire l'anno che venivano versate inzialmente a Bontade e che dopo la morte del boss, Pullarà aveva iniziato a riscuotere in seguito ad un attentato contro la casa milanese dell'imprenditore, la famosa bomba di via Rovani del 1986.
Quell'intimidazione, ha proseguito Brusca nel suo racconto, non era piaciuta a Totò Riina, che avrebbe estromesso Pullarà dal suo ruolo e deciso di mettersi l'imprenditore milanese personalmente “nelle mani”. E nel '91 il rapporto con Berlusconi aveva invece assunto una finalità “politica” poiché attraverso l'imprenditore Riina puntava ad arrivare a Craxi e quindi “alla Cassazione che doveva decidere l'esito del maxiprocesso”.
Quando le condanne del maxi furono confermate e la mafia sferrò l'attacco allo Stato con l'uccisione di Lima e la strage di Capaci “Riina mi disse che era contento perché finalmente si erano fatti sotto: qualcuno si era fatto avanti per sapere cosa voleva Cosa Nostra per farla finita con le stragi”. E se Riina non gli disse mai “chi fossero i soggetti che si erano fatti avanti”, “mi disse che il terminale finale del papello (la lista di richieste rivolte da Cosa Nostra allo Stato ndr.) era Nicola Mancino”. Che “si fece garante”.
Anche se tradì le aspettative, tanto che il boss Leoluca Bagarella “si lamentava di essere stato preso in giro da Nicola Mancino, 'gliela faccio vedere io', disse con l'evidente intento di ucciderlo”.
Per questo, ha sottolineato il pentito, “Berlusconi può essere accusato di tutto, ma con le stragi del '92 e del '93 non c'entra niente”. Anche se il pentito non ha spiegato come mai, dopo l'omicidio Lima e prima di Capaci “Riina mi disse che si erano fatti sotto due esponenti politici, Ciancimino, che non ho mai detto, e Dell'Utri”. “Lo interpretai come una richiesta di autorizzazione, di messa a posto” per avviare l'attività politica, ma “non sapevo (che Dell'Utri) si interessasse di politica”.
Né quanto quella politica sarebbe risultata utile a Cosa Nostra negli anni successivi, come avrebbero poi raccontato numerosi pentiti che hanno ricordato l'ordine, impartito da Bernardo Provenzano, di votare per Forza Italia alle competizioni elettorali del 1994.
Di certo, ha proseguito Brusca, dopo l'arresto di Riina Cosa Nostra si sarebbe rivolta proprio a Berlusconi e Dell'Utri per chiedere “di alleggerire il 41bis” per i boss in carcere e ma soprattutto “di attenuare (nell'immediato) i rigori nei trattamenti dei detenuti a Pianosa e Asinara”.
In quel periodo, sono le parole del pentito, “ho contattato Vittorio Mangano, il cosiddetto stalliere di Arcore perché si facesse portavoce di alcune nostre richieste presso Dell'Utri e Berlusconi”. “Lui era contentissimo di poterci ristabilire i contatti e ci spiegò che si era licenziato dall'impiego di Arcore per non creare problemi a Berlusconi, ma che tutto era stato concordato anche con Confalonieri e che aveva ancora con loro buoni rapporti”.
Brusca ha quindi aggiunto che in quell'occasione avrebbe detto a Mangano, affinché questi lo riferisse a Dell'Utri e a Berlusconi che la sinistra sapeva tutto sulle stragi del '92 e del '93. “Un'arma politica” della quale Dell'Utri “era contentissimo”. E la sua risposta sarebbe arrivata poco tempo dopo quando, attraverso Mangano, aveva fatto sapere di essere a disposizione.
Lo stalliere di Arcore, ha concluso Brusca, “mi portò la risposta a Partinico (…) C'ero solo io e un'altra volta anche Bagarella”. Poi “non seppi più nulla” in quanto Mangano venne arrestato.