Archivio Antimafia Duemila

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News ''Vigna dica chi sa la verita' sulle stragi''

''Vigna dica chi sa la verita' sulle stragi''

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di Giovanna Maggiani Chelli - 4 maggio 2011
Dopo quella deplorevole testimonianza di Brusca ieri in aula a Firenze che non porta a nulla, se mai ce fosse stato bisogno,  ecco oggi l’intervista a Vigna sul Messaggero. Quello di quest’anno sarà il più terribile 27 maggio dopo quello delle stragi del 1993, perché le audizioni e i documenti raccolti sia in commissione antimafia che nel dibattimento di Firenze ci danno il quadro di un tradimento dello Stato vissuto nella sua totalità.

Ci dica Vigna perché parla chiaro solo oggi, interpretando dopo 19 anni di indagini le parole dei pentiti sulle coperture politiche come frutto di un millantato credito dei loro capi gerarchici e gettando alle ortiche anni di indagini sui mandanti occulti delle stragi.
Per Vigna non ci sono mandanti occulti oltre la mafia, cui egli stesso ha dato la caccia per anni, una convinzione ricavata affidandosi, da ciò che egli stesso dice, solo al teorema Buscetta che prevede l’obbligo di dire la verità tra mafiosi. A noi appare un’affermazione non solo infondata, per la competenza e l’esperienza maturate dall’ex procuratore nazionale antimafia, ma anche offensiva per l’intelligenza di tutti i familiari delle vittime di stragi di mafia che oggi scoprono che la ricerca della verità era affidata solo alle parole dei pentiti.
Ci dica, invece, Vigna qual è l’esigenza reale che lo induce oggi a scrivere un libro che, con queste premesse, non sembra contribuire all’accertamento della verità sulle stragi di mafia.
Molto più interessante, al riguardo, ci sembra un vergognoso documento del comitato nazionale per la sicurezza e l’ordine pubblico che abbiamo letto e che non possiamo divulgare per ordine della Corte; invitiamo l’ex procuratore nazionale antimafia a leggerlo e, forse, capirà che al di là delle parole dei pentiti, quello che è successo negli anni terribili della stagione delle stragi i magistrati avrebbero potuto (e possono ricavarlo) dalla lettura di documenti ufficiali di questo Paese.
Ci chiediamo in quale Italia è vissuto Vigna, visto che mai la legislazione antimafia in questo paese ha fermato la mafia, se nel 1993 ci hanno lasciato massacrare sotto il tritolo stragista.
Possiamo capire molto, ma non tutto, non li abbiamo uccisi noi i nostri figli come il sistema vorrebbe, la sputi chi la sa questa verità e basta con pilatesche azioni che ci offendo ogni giorno e ci insultano.
Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili


Vigna: ''Riferimenti vaghi non trovammo riscontri''

di Massimo Martinelli - 4 maggio 2011
Roma.
Piero Luigi Vigna fu il primo a muoversi: quando Cosa Nostra fece saltare il centro di Firenze, era procuratore della Repubblica. Quelle voci sulla regia occulta di Berlusconi e Dell'Utri le raccolse immediatamente. E li iscrisse nel registro indagati, prima ancora dei colleghi milanesi che notificarono al premier il famoso avviso di garanzia durante il vertice mondiale di Napoli, nel '94.

Come andò?

"Semplice: abbiamo raccolto questi riferimenti vaghi, per sentito dire, che tiravano in ballo Berlusconi e Dell'Utri. Li abbiamo iscritti nel registro indagati della Procura con un provvedimento secretato, utilizzando gli pseudonimi di autore uno e autore due".

E poi?

"Poi cercammo riscontri a quelle voci. E non ne trovammo. Quindi fu chiesta l'archiviazione"

Le restò l'amaro in bocca per non aver trovato conferme?

"No. E poi, qualche anno dopo, ho capito perché non era stato possibile trovarne. Perché non esistevano".

Come lo comprese?

"Le confido che ho scritto un libro di ricordi su questa vicenda. Uscirà nelle prossime settimane. Alla fine, anche se non sempre concordo con i provvedimenti del governo, mi sono convinto che Berlusconi con queste stragi non c'entra".

Per quale motivo?

"Per diversi motivi. Il più importante è che quando si verificarono quelle stragi, era cambiato il codice d'onore imposto da Buscetta. Ma questa circostanza la appresi solo dopo, nei collocqui investigativi che feci con vari capimandamento, quando ero alla Direzione Nazionale Antimafia"

Quale era il codice Buscetta?

"Buscetta diceva: un uomo d'onore deve dire sempre la verità ad un altro uomo d'onore. Quando ho chiesto norizie sulla conservazione di questa regola, i nuovi capimandamento si sono messi a ridere. La risposta è stata: se l'altro sa già la verità, gliela dico, altrimenti faccio gli affari miei".

Quindi Brusca potrebbe riferire cose che gli sono state dette ma prive di fondamento?

"Non so perché Brusca dica adesso queste cose. Ma so per certo che in quegli anni un capomafia poteva tranquillamente fare affermazioni fittizie di un certo tipo, prima di compiere ad esempio un gesto eclatante, per convincere le persone a seguirlo. E che ci fosse la tendenza a parlare sempre di presunte coperture politiche lo dimostrano anche altri episodi".

Ad esempio?

"Ad esempio la storia di via Veneto, a Roma, quando mentre si progettava l'attentato allo Stadio Olimpico, Graviano disse a Spatuzza nel marzo del'94: ''Qui noi abbiamo l'Italia in mano''. Dopo tre giorni i Graviano sono stati arrestati. Insomma, voglio dire: sembra proprio che se dicevano ''siamo appoggiati da Berlusconi'' era una bufala detta per convogliare persone aderenti al gruppo in un programma che a qualcuno lo stomacava, coma ha detto poi lo stesso Spatuzza: finché si tratta di uccidere i nemici va bene, ma quando vedevo morire bambini, questo - diceva lui - mi stomacava".

Fu il mancato rispetto del codice Buscetta a convincerla dell'estraneità di Berlusconi alle stragi?

"Non solo. E' innegabile che prima o dopo quelle stragi ci siano stati una serie di arresti di latitanti, di sequestri di beni e un aproduzione legislativa antimafia, in parte compiuta, in parte in fieri, che denota come non ci sia mai stato spazio per un compromesso".

Tratto da:
Il Messaggero