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News Le bombe dei Graviano per trattare con lo Stato

Le bombe dei Graviano per trattare con lo Stato

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La verità di Tranchina, pentito per un giorno, sugli anni delle stragi
di Monica Centofante – 21 aprile 2011
Ha collaborato per un solo giorno, ma quanto ha riferito ai magistrati di Firenze è bastato per offire ulteriori spunti alle nuove inchieste sulle stragi del '92 e del '93. Fabio Tranchina, il boss arrestato due giorni fa a Palermo con l'accusa di concorso nella strage di via D'Amelio avrebbe parlato della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato...


...raccontando ai magistrati che hanno verbalizzato le sue dichiarazioni una storia del tutto complemetare a quella riferita in precedenza dal pentito Gaspare Spatuzza.
Cognato di Cesare Lupo, fedelissimo dei fratelli Graviano, nell'unico interrogatorio dello scorso 16 aprile Tranchina avrebbe parlato della “potenza economica” dei temuti boss di Brancaccio, “più importante di quanto si possa pensare”, tanto “che ancora oggi decidono chi deve essere il capomandamento nel loro territorio”. E ricordato gli anni in cui gestiva la latitanza di Giuseppe Graviano, dal 1991 fino al giorno del suo arresto.
“Lui e il fratello Filippo – sono le sue parole – erano la stessa cosa... all'inizio del 1994 furono arrestati”. Ma “in quei tre anni accaddero tante cose”: gli eccidi di Capaci e via D'Amelio, le bombe del '93, il dialogo con lo Stato e l'appoggio della mafia a Forza Italia.
“Una settimana prima della strage di Capaci – ha spiegato Tranchina - Giuseppe Graviano mi disse di non passare dall’autostrada, compresi l’avvertimento dopo che avvenne l’attentato. Lo stesso per la morte del dottor Borsellino. Prima dell’attentato più volte mi fece passare da via D’Amelio riaccompagnandolo, e io non capivo cosa dovesse vedere. Poi mi chiese di trovargli un appartamento in via D’Amelio, e visto che non l’avevo trovato ebbe a dirmi che allora si sarebbe messo comodo nel giardino. Dov’è avvenuta la strage in effetti c’era un muro e un giardino. La mattina della strage lo consegnai ad altra persona, e poi seppi che era avvenuto l’attentato” .
Il racconto prosegue con i Graviano che “si sono allontanati” dopo gli eccidi del '92 mentre più tardi, in seguito all'arresto di Riina, “hanno portato avanti le stragi per trovare una trattativa con lo Stato. Giuseppe Graviano adorava Riina, ebbe a dirmi che eravamo tutti figli di Riina”.
Sul tema dei rapporti con la politica il collaboratore per un giorno ha parlato invece di un incontro “fra Giuseppe Graviano e un politico, Inzerillo (l'ex senatore Dc, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa ndr.). Graviano l´aveva a sua completa disposizione, per come vedevo l´atteggiamento che aveva”.
Ma soprattutto ha ricordato che negli anni delle stragi “Giuseppe Graviano ebbe a dirmi che ci sarebbe stata una guerra, nel senso che come fare le leggi glielo dovevano fare capire loro, anche se avevano le loro assicurazioni. Ricordo che alle elezioni venivano indicazioni di voto per Forza Italia”. E se Giuseppe Graviano “non mi ha mai fatto il nome di Marcello Dell'Utri”, “con frasi del tipo, 'noialtri le persone le abbiamo o fanno quello che gli diciamo o noi gli rompiamo le corna', mi faceva comprendere”. E sempre su Dell'Utri, negli anni Novanta “mio cognato mi fece capire di non parlarne, facendo un gesto eloquente davanti alla bocca” .
La decisione di collaborare Tranchina la aveva presa pochi giorni fa, “volontariamente”, “dopo il contatto avuto con gli ufficiali della Dia”. “Ho deciso di collaborare per tutto quello che so e che vi può servire – aveva detto -. Penso sia normale avere paura. Io sono qui, ma la mia famiglia è a Palermo” . Poi è bastato un colloquio con la moglie, sorella di Cesare Lupo, per ritornare sui suoi passi.