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News ''Depistaggi, menzogne e zone d'ombra al centro del Caso De Mauro''

''Depistaggi, menzogne e zone d'ombra al centro del Caso De Mauro''

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Iniziata oggi la requisitoria del pm Ingroia. Imputato il 'Capo dei capi', Totò Riina
di Aaron Pettinari - 4 marzo 2011
E' alle battute finali il processo per la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, scomparso la sera del 16 settembre 1970.



Dopo quarant'anni, forse, un barlume di verità verrà svelata su quei motivi che hanno portato alla sua morte. Sullo sfondo dei “depistaggi” e dei buchi neri sviluppati nel corso degli anni è evidente “una convergenza d'interessi e di collusioni tra la mafia e certe entità esterne”. E' questo il quadro dipinto dal Procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia durante la requisitoria del processo che si sta celebrando davanti alla Corte d'assise di Palermo, presieduta da Giancarlo Trizzino.
L'unico imputato è il boss mafioso Totò Riina, collegato in videoconferenza dal carcere Opera di Milano in cui è sottoposto al regime carcerario del 41 bis.
“Finalmente siamo giunti alla conclusione di questa lunga e tormentata vicenda giudiziaria che ha inizio più di quarant'anni fa – ha detto il pm - Sono qui con orgoglio e con emozione e nel contempo con amarezza e malinconia per il tempo trascorso. Abbiamo portato fatti e prove, oltre alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia. La giustizia arriva sempre, anche a distanza di 40 anni. Riina è l'unico personaggio sopravvissuto tra tutti quelli che hanno avuto un ruolo nel sequestro e nella soppressione del giornalista: Gaetano e Antonino Badalamenti, Luciano Liggio, Mimmo Teresi, Antonino Grado, Emanuele D'Agostino e Stefano Giaconia. Sono tutti morti così come tanti investigatori e tanti testimoni”.
“Oggi come allora  - ha continuato il magistrato - si guarda a Salvatore Riina come un capo, ieri più giovane, oggi più anziano, ma pur sempre oggi riconosciuto come capo assoluto dell'organizzazione mafiosa cosa nostra che in quel lontano 1970 segnava il peso sempre crescente dei Corleonesi”. Parlando ancora del “peso sempre crescente dei Corleonesi” negli anni '70, Ingroia ha sottolineato che “diventò negli anni successivi fino ad oggi il vero nocciolo duro e oscuro del potere criminale in Italia, un potere criminale oscuro perchè non del tutto disvelato nelle sue relazioni esterne con il potere legale, con settori malati dello Stato, con la parte più collusa con la mafia della classe dirigente”. Ingroia ha parlato quindi di “collusioni che già all'epoca di De Mauro erano a Palermo e fuori Palermo, in Sicilia e fuori dalla Sicilia, soprattutto a Roma. Ed è questa la ragione per cui questo processo, questa sentenza, questa condanna costituisce una tappa importante nella ricostruzione della verità processuale su quegli anni, su quell'Italia, ma più ampiamente sulla storia del nostro Paese, fin troppo condizionata e insanguinata da questo potere criminale”.
Per Ingroia non è affatto semplice arrivare alla totale verità sull'omicidio: “ci sono stati troppi depistaggi, troppe deviazioni e coperture negli anni. Indagini che ebbero battute d'arresto. Ingroia ha ricordato tra l'altro la testimonianza dell'allora pm Ugo Saito il quale raccolse la confidenza del vice questore Boris Giuliano su una riunione di apparati investigativi e servizi segreti a villa Boscogrande. In quella occasione, ha sottolineato l'accusa, venne deciso di depotenziare le indagini che sembravano avviate verso certi apparati dello Stato. Anche i carabinieri, ha aggiunto Ingroia, si sono impegnati a creare piste alternative con l'obiettivo di spostare l'attenzione della magistratura dagli ambienti che erano coinvolti nell'organizzazione del delitto. Oltre ai depistaggi il pm ha fatto riferimento insistito anche alla singolare “assenza di notizie” negli archivi dei servizi e degli apparati investigativi ma anche alla “sottrazione delle prove”. Tra gli episodi oscuri citati da Ingroia anche l'improvvisa e “improvvida” apertura del cassetto della scrivania di De Mauro nella redazione del giornale L'Ora. L'operazione fu decisa e compiuta dai vertici del giornale “prima dell'arrivo dei familiari e degli investigatori”. Un altro indizio su una strategia di inquinamento delle prove è rappresentato dal fatto che in mano agli inquirenti sono finiti appunti di De Mauro depurati e quaderni con fogli strappati. È perfino scomparso il nastro sulla vicenda di Enrico Mattei, che secondo le testimonianze dei familiari il giornalista “ascoltava e riascoltava in continuazione”.
Ingroia ha poi parlato di “testi sconcertanti” e ha citato il commercialista Antonino Buttafuoco e le “dichiarazioni tardive dell'ex direttore del 'Giornale di Sicilia' Roberto Ciuni”. E ha quindi parlato “di testimonianze che hanno impedito negli anni l'accertamento della verità e ritardato in modo imperdonabile l'appuntamento con la giustizia arrivato solo 40 anni dopo con un processo”.
Il pm ha parlato, quindi, di un “delitto preventivo” perchè “De Mauro non venne ucciso per vendetta ma perchè non facesse qualcosa. Cosa nostra non uccide quasi mai per vendetta ma per evitare che venga danneggiata”.
De Mauro, poco prima di morire, infatti, aveva confidato di avere per le mani qualcosa in grado di far tremare tutta l’Italia. Cosa esattamente non è dato saperlo. Anche il procuratore di Palermo, Pietro Scaglione, con cui De Mauro si confidava è stato ucciso poco tempo dopo. Le piste battute per ricostruire il movente che ha portato Cosa nostra all’omicidio sono state quelle del delitto Mattei e il mancato golpe Borghese. Vicende citate anche nella requisitoria: “Emerge lo scenario del coinvolgimento non solo di Cosa nostra ma di altri ambienti criminali come la destra golpista, la massoneria deviata e altri ambienti corrotti. Per questo motivo quello di Mauro De Mauro non è stato solo un delitto di mafia”. Ed è prorio da questo intreccio di poteri criminali e deviati sarebbe partito l’ordine di eseguire il “delitto preventivo”.
Prima dell'avvio della requisitoria del Procuratore aggiunto Ingroia, il pm Sergio Demontis ha prodotto nuova documentazione agli atti. Si tratta di una vecchia sentenza a carico di Michele Guizzardi, un mafioso condannato per sequestro e di un allegato di una relazione della Commissione nazionale antimafia risalente al 1972 e una nota della Squadra mobile di Palermo di un mese fa sul neo pentito Rosario Naimo.
Quest'ultimo, la scorsa udienza, interrogato dal pm aveva raccontato di avere appreso dal mafioso Emanuele D'Agostino che De Mauro era stato ucciso «perchè scriveva articoli contro la mafia». Dopo una breve Camera di consiglio la Corte d'Assise ha accolto tutte le richieste dell'accusa. Il presidente Trizzino ha poi stilato un calendario per le prossime udienze. Il 25 marzo e l'1 aprile prosegue la requisitoria del pm, l'8 aprile toccherà alle parti civili, il 15 e il 22 aprile alla difesa di Riina e dopo Pasqua ci saranno le conclusioni e quindi il ritiro in Camera di consiglio e la sentenza.