Archivio Antimafia Duemila

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News ''Addiopizzo 5'': 63 del clan Lo Piccolo alla sbarra

''Addiopizzo 5'': 63 del clan Lo Piccolo alla sbarra

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I commercianti denunciano rompendo il muro di omertà. In manette anche 7 imprenditori che facevano da prestanome.
di Aaron Pettinari – 13 dicembre 2010
Sessantatre ordini di custodia cautelare, ventisei in carcere, sono stati eseguiti questa notte dalla Squadra mobile di Palermo. La maxi operazione antimafia, denominata Addiopizzo 5, costituisce l’epilogo delle indagini...


...connesse alla decriptazione dell’archivio scoperto nel covo dei boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo in occasione del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Importanti per le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai pm Francesco Del Bene, Marcello Viola, Anna Maria Picozzi, Lia Sava, Gaetano Paci, il contributo di 13 commercianti e imprenditori che hanno denunciato, stanchi di pagare il pizzo e la tassa mafiosa sui lavori pubblici e privati.
Le famiglie mafiose colpite sono quelle di San Lorenzo, Tommaso Natale, Partanna Mondello, Terrasini, Carini e Cinisi e per tutti le accuse vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso, all’estorsione, all’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalla modalità mafiosa.
Le indagini hanno consentito di accertare una sistematica aggressione nei confronti delle più svariate attività economiche (hotel, imprese edili, attività commerciali, lavori di urbanizzazione, cantieri nautici, discoteche) da parte degli uomini di Cosa nostra su un territorio che spaziava dal capoluogo sino ai paesi della costa occidentale della provincia di Palermo.
Gli inquirenti sono quindi riusciti a decifrare i nomi e i cognomi degli affiliati alla cosca indicati nei pizzini con un linguaggio cripato (ad esempio come ”Y” o ”Camion”).
In alcuni casi il personale specializzato della polizia scientifica è riuscito a ricostruire alcune trame mafiose della famiglia, estrapolando i dati contenuti nel nastro di una macchina da scrivere utilizzata dai Lo Piccolo, reso apparentemente inservibile e gettato tra i rifiuti.
I provvedimenti riguardano presunti mafiosi, ma anche insospettabili imprenditori che avrebbero fatto da prestanome. Secondo gli inquirenti uno dei più noti centri benessere del centro città, "O sole mio", sarebbe stato realizzato con i soldi del capomafia Giovanni Bonanno, della famiglia di Resuttana, tanto che il titolare, Filippo Catania, è stato arrestato con l'accusa di associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori.
Nel centro benessere di Filippo Catania si erano imbattute anche le indagini dei carabinieri. Da alcune intercettazioni era emerso che il 15 dicembre 2005 il boss Maurizio Spataro, oggi collaboratore di giustizia, aveva telefonato addirittura al cellulare di Giuseppe Cuffaro, fratello dell'allora presidente della Regione Siciliana, per invitarlo all'inaugurazione del nuovo solarium "O sole mio". Gli disse che avrebbe portato un invito "anche per Totò". Totò Cuffaro.
In un'altra attività di Filippo Catania, la parruccheria "Loca club" di viale del Fante, il boss Giovanni Bonanno (assassinato nel gennaio 2006) avrebbe invece organizzato dei summit di mafia.
Pagamenti del pizzo sarebbero stati pagati per alcuni lavori all'aeroporto “Falcone- Borsellino” e per la ristrutturazione della caserma Bighelli dell'Esercito.
Il potere del mandamento di Tommaso Natale si estendeva dal centro città fino ad alcuni centri della provincia, così tra gli estorti vi erano pure gli imprenditori che si erano aggiudicati l'appalto per la realizzazione di una scuola materna a Cinisi: quella volta, i boss non pretesero soldi, ma imposero alcune ditte di fiducia nei subappalti. Il taglieggiamento dei capimafia era esteso ai cantieri per la costruzione di palazzine private e ai distributori di benzina.
A svelare molti dettagli proprio i tredici imprenditori che nei mesi scorsi sono stati convocati alla squadra mobile per spiegare quanto emergeva dalla contabilità trovata nei pizzini di Lo Piccolo. Il pizzo variava dal tre per cento sull'importo degli appalti ai 50 mila euro dei cantieri edili privati. I gestori dei distributori pagavano invece 20 mila euro all'anno. Il significato di cifre e codici segnati nei pizzini è stato spiegato anche da alcuni collaboratori di giustizia che un tempo era uomini fidati dei Lo Piccolo. Così è emerso il nome del capo della famiglia di Capaci e Isola delle femmine, Pietro Bruno, e del suo collega di Torretta, Salvatore D'Anna. Gli altri arresti riguardano esponenti delle famiglie di Carini, Montelepre, Tommaso Natale, Sferracavallo, Cardillo, Resuttana e Passo di Rigano. L'inchiesta fa luce anche su un traffico di droga gestito nel quartiere Zen.
Inoltre sono stati trovati ulteriori riscontri riguardanti il quadro probatorio connesso all'uccisione del boss di Resuttana Giovanni Bonanno ed al successivo occultamento del suo cadavere, sotterrato in un terreno destinato a lottizzazione nel territorio di Carini. È stata fatta luce anche sul disegno dei Lo Piccolo di monopolizzare il mercato palermitano del traffico delle sostanze stupefacenti, invadendolo con la cocaina proveniente dal Sud-America tramite i porti olandesi, come hanno confermato recenti indagini della Polizia a Milano.
“Per una volta possiamo dire che si è rotto il muro di omertà dietro al quale si trincerano normalmente le vittime delle estorsioni” - ha detto il procuratore di Palermo Francesco Messineo alla conferenza stampa in cui sono stati illustrati i particolari della maxi operazione antimafia.
“Imprenditori e commercianti, seppure non autonomamente, ma dopo essere stato messi di fronte alle contestazioni degli investigatori - ha detto il procuratore - hanno ammesso di avere subito le pressioni del racket, contribuendo alle indagini”. Sia il procuratore che il questore Nicola Zito e il capo della Mobile Maurizio Calvino hanno sottolineato il ruolo avuto dalle associazioni antiracket “nell'avvicinamento delle vittime alle istituzioni”. “Solo quando un commerciante potrà fare il suo lavoro senza il timore del racket - ha aggiunto Messineo - Palermo potrà dirsi una città normale”. Il procuratore ha anche sottolineato come, in questa indagine, a differenza di altre, un contributo fondamentale è stato dato, non tanto dalle intercettazioni, quanto dal lavoro di decriptazione dei pizzini sequestrati ai boss Lo Piccolo, poi riscontrati dalle dichiarazioni di pentiti e vittime del racket, e dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Quindi è intervenuto anche il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: “Anche se nessuno degli imprenditori ha denunciato spontaneamente possiamo dire che si è rotto il muro dell'omertà. Nel panorama siciliano Palermo costituisce certamente l'avanguardia della ribellione, un segnale ulteriori di incoraggiamento per quegli imprenditori che, nonostante i nostri continui successi investigativi, continuano a pagare e a non denunciare”. Da qui un nuovo appello a tutti gli imprenditori “soprattutto in questo periodo di festività, il momento buono per denunciare l'estortore. Lo Stato sta facendo sul serio e questa ne è la dimostrazione, basta avere un pizzico di coraggio e dimostrarlo”. Parlando dell'indagine coordinata da lui stesso e dalla Dda di Palermo, Ingroia ha voluto sottolineare che anche in questa inchiesta c'è stato “l'insegnamento del giudice Giovanni Falcone. Anche noi siamo del parere che bisogna affrontare la criminalità mafiosa con una sola strategia che si rafforza da un'indagine all'altra”.