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News In attesa della sentenza. I boss: ''Votiamo Dell'Utri. Se no gli sbirri lo fottono''

In attesa della sentenza. I boss: ''Votiamo Dell'Utri. Se no gli sbirri lo fottono''

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di Monica Centofante – 26 giugno 2010
In attesa del verdetto di secondo grado che deciderà la sorte del senatore del Pdl riproponiamo alcune intercettazioni tra boss registrate dagli inquirenti, e riportate nella prima sentenza che ha condannato Marcello Dell'Utri a 9 anni di reclusione. Nei dialoghi captati, uomini molto vicini a Bernardo Provenzano si impegnano a votare per Dell'Utri alle imminenti elezioni europee del 1999. E dai discorsi si evince che la decisione di appoggiarlo era condivisa da tutta Cosa Nostra.


Nel 1997 cominciano per Marcello Dell’Utri i grossi guai giudiziari con il processo palermitano per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma i suoi rapporti con i boss di Cosa Nostra non si fermano.
Tutt'altro. L'importanza rivestita dal senatore negli ambienti della criminalità organizzata emerge in tutta la sua chiarezza dalle intercettazioni effettuate nell’ambito dei procedimenti “Amato” e “Ghiaccio2”, relativi a soggetti vicini nientemeno che a Bernardo Provenzano.

E' il 1999 e Dell'Utri è candidato al Parlamento Europeo nei collegi di Sicilia e Sardegna. Gli inquirenti stanno registrando una serie di colloqui tra Carmelo Amato - persona di fiducia del Provenzano -  e soggetti a lui legati, tutti orbitanti attorno alla famiglia mafiosa di Malaspina.
Un contesto assolutamente qualificato, annotano i giudici, anche per la caratura criminale dell'Amato.

Alcuni dei colloqui vengono registrati all’interno dell’autoscuola “Primavera”, gestita dallo stesso, dove, a detta del pentito Antonino Giuffré, venivano organizzate riunioni di mafia e “avvenivano degli incontri” con lo stesso “Bernardo Provenzano”. Ed è qui che i boss parlano di Marcello Dell'Utri.

Il 5 maggio Amato e Michele Lo Forte discutono delle vicine elezioni del 13 giugno ed in particolare, scrivono i giudici, dell’impegno assunto dagli associati mafiosi che partecipano alla conversazione di sostenere la candidatura del politico.
“Un impegno che non teneva conto delle possibili, diverse scelte del singolo elettore di Cosa Nostra; dunque un impegno collettivo di natura elettorale a favore dell’imputato, cui si doveva aderire. E lo scopo – continuano i giudici – palesato a chiare lettere dall’Amato, era anche quello di tirar fuori Dell’Utri dai suoi guai giudiziari, dal momento che i rappresentanti delle istituzioni “lo volevano fottere”

Amato:…maaah, ma dobbiamo portare a Dell'Utri!
Lo Forte: Minchia... ora c'è Dell'Utri! Dell'Utri...
Amato: Compare lo dobbiamo aiutare perché se no lo fottono!
Lo Forte: E' logico, perché non lo tocca nessuno, nemmeno qua! (o simile)
Amato: Eh, compa', se passa lui e "acchiana" (sale) alle EUROPEE non lo tocca più nessuno!
Lo Forte: Ma pure qua non lo tocca nessuno!
Amato: Lo so! Ma intanto è sempre bersagliato da qua. Allora perché là dissero di no… la Camera disse: "No".  Eeeeh… e pungono sempre, compare!
Lo Forte: E l'immagino!
Amato: Minchia, questi pezzi di cornuti, compare...

Altra significativa conversazione è quella del 13 giugno 1999 intrattenuta, questa volta, tra Carmelo Amato e Salvatore Carollo.

Amato: TOTO', per chi devi votare tu?
Carollo: Io?   Per nessuno.
Amato: Ah?
Carollo: Presidente? Per il Polo voto io.
Amato: Il Polo?
Carollo: Per il Polo.
Amato: Per il Polo voti?
Carollo: Per il Polo voto io.
Amato: E allora daglielo… daglielo a DELL'UTRI il voto.
Carollo: Per il Polo voto.
Amato: Glielo puoi dare a DELL'UTRI?
Carollo: Io siciliano sono come lo é lui... già questo era scontato! (pp.ii.)

In altra conversazione ancora l’Amato dice testualmente: “Ci dobbiamo dare aiuto a Dell’Utri compare… perché se no, questi sbirri non gli danno pace, compare…”.
E’ invece Gioacchino Severino, rivolto sempre all’Amato, a riferire: per l’elezione di Dell’Utri “qua già si stanno preparando i cristiani (le persone ndr.)”.

Ma occorre fare attenzione, sollecita il 5 giugno il Lo Forte, che parla dello “zio Cinà”, dato che vi è il pericolo di essere seguiti e fotografati e, specifica, “li fotografano se si incontra con Dell’Utri”.
Tra i soggetti gravitanti attorno all’autoscuola vi è infatti anche l’imputato Gaetano Cinà. Con un ruolo operativo, all’interno della Cosa Nostra di Provenzano, evidentemente per effetto dei suoi rapporti con Dell’Utri. “Io ovunque vado ho amici a livello… a livello buono”, sono le parole di Cinà, rivolte all’Amato che, dal canto suo, risponde: “Tu nella vita ti sei comportato bene… stai tranquillo che sei sempre a galla, Tanino… mi sono spiegato… io per qualsiasi cosa sono a tua completa disposizione”.

Il 13 giugno Dell’Utri viene eletto eurodeputato ed entra a far parte della Commissione Giustizia del Parlamento Europeo.

Due anni più tardi, il 13 maggio del 2001, diventa invece senatore della Repubblica.
Dalle intercettazioni ambientali disposte a casa del boss Giuseppe Guttadauro, reggente del mandamento di Brancaccio, si sente ancora parlare di lui.
Conversando insieme a Pino Conigliaro sull’imminente nomina del “rappresentante siciliano” per il partito Forza Italia Guttadauro esclama: “Macari fussi Dell’Utri! Si è Dell’Utri poi ne riparliamo, poi na riscurriemu”.
Qualche giorno più tardi, lo stesso Guttadauro dirà a Conigliaro: “Dell'Utri nelle elezioni del '99 prese degli impegni”, poi “non è più venuto a Palermo… perché l’unica persona con cui parlava Dell’Utri lo hanno arrestato, quello con cui Dell’Utri ha preso l’impegno”, “questo Iachino (Gioacchino ndr.) Capizzi” della cosca di Villagrazia.

Tali colloqui, intervengono ancora i giudici, confermano quindi l’esistenza di “un patto di scambio politico-mafioso tra Cosa Nostra e l’imputato, relativamente alle elezioni europee del 1999”. Il tramite per tale patto: Gioacchino Capizzi (si ricordi, sottolinea la Corte, “che a quell’epoca Mangano era detenuto”), arrestato, nel 2001, con l’accusa di associazione mafiosa perché ritenuto responsabile del mandamento della Guadagna o Santa Maria di Gesù. Cioè lo stesso mandamento comandato, molti anni prima, da Stefano Bontade, al quale erano succeduti i fratelli Pullarà ed al quale apparteneva anche Vittorio Mangano fino a quando la sua “famiglia” non era passata sotto il comando di Pippo Calò.

Per i giudici di primo grado si tratta di “inconfutabili elementi di prova”. Da tali conversazioni, scrivono, emerge a chiare lettere che la decisione di votare Marcello Dell’Utri alle imminenti elezioni europee era stata presa da tutta l’organizzazione in modo chiaro e preciso. La prova non solo che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico, ma anche che la stessa mafia “in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle fila dello stesso partito”.


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