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News ''Don Vito'' a Palermo. La verita' sulle stragi fa paura al Potere

''Don Vito'' a Palermo. La verita' sulle stragi fa paura al Potere

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di Silvia Cordella - 23 maggio 2010
Sono storie di lutti, omicidi di mafia e malaffare che in questa città più che altrove pesano ancora come macigni ma il dolore che spesso si nasconde dietro la diffidenza non ha frenato i giovani...




...palermitani a partecipare alla presentazione del libro scritto da Francesco La Licata e Massimo Ciancimino, “Don Vito”, organizzata da ANTIMAFIADuemila insieme all’Associazione Culturale Universitaria Unidonne, presso l’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza di via Maqueda. Una serata che ha visto insieme per la prima volta Massimo Ciancimino e Salvatore Borsellino in un confronto schietto e aperto, accompagnato dalle analisi attente di Francesco La Licata e Giorgio Bongiovanni, tutte incentrate sul tema delle relazioni pericolose tra Stato e Mafia, con la moderazione di Lucia Castellana e Anna Petrozzi. Al centro del dibattito, la Trattativa e il ruolo dei servizi deviati nelle stragi del ‘92. “Quando lo dicevo io che mio fratello era stato ucciso per la Trattativa tra lo Stato e Cosa nostra - ha affermato Salvatore - mi prendevano tutti per pazzo. Adesso, finalmente, c'è anche un'altra persona che lo dice, quindi si potrebbe arrivare alla verità”.
E sono queste le ragioni che hanno spinto Borsellino ad accettare l’invito. Lui, il fratello del magistrato ucciso, che non trova giustizia né pace. L’altro, figlio di un padre colluso, intenzionato a lasciare un’eredità diversa a suo figlio. Due mondi, profondamente diversi, uniti da una richiesta di riscatto che per entrambi mira dritta ai risvolti di una verità nascosta che si sta iniziando a scrivere solo ora. Per questo Salvatore a chi gli ha tolto il saluto per aver scambiato, lo scorso inverno, due parole con il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha replicato: “Perché dovrei provare imbarazzo a sedere accanto a Massimo Ciancimino? Potrei provarlo sedendomi piuttosto accanto a uomini dello Stato come l'ex ministro Martelli e Violante, che hanno aspettato 17 anni e le sue rivelazioni per ricordare che la trattativa tra mafia e Stato c'è stata”. “Potrei imbarazzarmi - ha proseguito - a sedermi accanto al vicepresidente del Csm Nicola Mancino, che continua a non ricordare di aver incontrato mio fratello pochi giorni prima della strage. Come si fa a dire di non ricordarsi la faccia di mio fratello? “Non mi interessano le motivazioni che hanno spinto Ciancimino a parlare con i magistrati – ha detto - l'importante è che lo stia facendo. Posso solo invitarlo a non rendere dichiarazioni a rate ed evitare di parlare con i giornalisti. Per il resto ho piena fiducia di magistrati come Nino Di Matteo, Antonio Ingroia e Sergio Lari che controllano le sue dichiarazioni, per me questo è sufficiente”. don-vito-home.jpg In ultimo “direi a Massimo Ciancimino solo di stare attento a ciò che dice ai giornalisti che utilizzano le sue frasi per sostenere tesi come quella di Silvio Berlusconi, vittima di mafia. Silvio Berlusconi è una persona che affidava i suoi figli a Vittorio Mangano e che ha proclamato eroe Marcello Dell’Utri, costringendomi a non usare più questa parola per i morti di mafia”.  Una puntualizzazione che l’autore di “Don Vito” ha accolto chiarendo il bagaglio di conoscenza acquisito dal padre nel 2000, quando i due avevano gettato le basi per scrivere un libro che non uscì mai. È in quella occasione che il suo “vecchio” gli spiegò il legame diretto fra la mafia e Dell’Utri. “Alla stampa - ha affermato Ciancimino - stavo raccontando il sistema di accerchiamento tipico di Cosa Nostra attuato per avvicinare i vecchi baroni. Tra questi Berlusconi era la principale vittima, ma mio padre mi disse solo questo. Credo che non spetti a me esprimere un giudizio su di lui”. Ciancimino parla così del pregiudizio di tanti. “Molti si domandano, perché parlo solo adesso” ma “nessuno dice come mai nessun magistrato mi ha mai chiamato prima”. “Eppure tutti sapevano il ruolo che avevo avuto nel ’92”. “Ma tuo padre era consapevole – lo ha incalzato Salvatore – che portando avanti la trattativa si rendeva necessaria l’uccisione di Paolo Borsellino?”. “Mio padre - ha risposto - non voleva neppure avviare la trattativa. Il peccato originale era stato fatto per lui nel momento in cui De Donno contatta me in aereo per chiedere un dialogo con mio padre e parlare con Riina per chiedere la fine delle stragi. Quando ha visto che da parte di esponenti dello Stato c'era la volontà di portare avanti la trattativa, ha capito che si era voluto avallare e accettare, o accelerare il programma di morte di Totò Riina che aveva deciso l’uccisione di alcuni personaggi, tra cui il giudice Borsellino”. Situazioni di cui Massimo Ciancimino ha parlato ampiamente ai magistrati di Palermo e Caltanissetta a completamento di quel quadro investigativo che si è sempre fermato sul fronte di un intervento esterno alla mafia nel progetto di eliminazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per questo era necessario scrivere un libro, ha spiegato La Licata. Dopo che Massimo avrebbe reso le sue dichiarazioni a processo, si doveva far conoscere la sua testimonianza su Vito Ciancimino, capo di quel gruppo di potere che per molti anni ha condizionato la politica siciliana. Era “doveroso il chiarimento sulla mafia, i Servizi, le Istituzioni e la Trattativa”, ha aggiunto “ma se tu Stato tratti con la mafia sai che le devi anche promettere qualcosa in cambio”. “E la trattativa prosegue anche dopo la cattura di Riina con le stragi di Roma, Firenze e Milano e con un tentativo di strage nel 1994. Mano a mano le indagini si sono evolute, ma il tassello che manca è la risposta a questa domanda: “Perché Cosa Nostra è diventata stragista? E perché sono finite le stragi?” “La risposta giudiziaria non vieta ai cronisti l’analisi dei fatti che sono accaduti: è arrivata la seconda Repubblica che ha acclarato i mali della prima”. E tutto ciò, che che se ne dica,  si è  saputo grazie alla stampa che ha il dovere di controllare l’andamento della politica e del buon Governo. Ed è proprio sulla libertà di informazione e sulla legge bavaglio che vieterebbe la pubblicazione di intercettazioni punendo i giornalisti in modo esemplare che Bongiovanni ha annunciato la sua disobbedienza. “Mentre viaggiavo in aereo per venire qui, ho scritto un editoriale che ho pubblicato sul nostro giornale online che dice che sarò sicuramente arrestato perché ANTIMAFIADuemila continuerà a pubblicare gli atti d’indagine, comprese le intercettazioni che abbiamo sempre ottenuto in modo del tutto legale.” “Se dovessimo andare in carcere per una causa giusta, imitando nella nostra pochezza grandi uomini come Antonio Gramsci o il Mahatma Gandhi, per me sarebbe un onore”. “Sarebbe motivo d’orgoglio per un giornalista di questo Paese andarci a causa di un piccolo dittatoriello depravato e sfacciato, che continuerà a fare il presidente del Consiglio fino a che gli italiani non decideranno di mandarlo via con il voto”. “Quella che muove Berlusconi – ha sottolineato il direttore di ANTIMAFIADuemila - ma anche i veri poteri che stanno al di sopra dei politici, come le banche e la grande finanza corrotta, è la paura della verità”. “Una verità che dà fastidio a chi comanda e cioè a quelle persone che hanno trattato con la mafia nel ‘92 esponendo dei poveri carabinieri ad un progetto di destabilizzazione politica che prevedeva un rimpasto dirigenziale che andasse in aiuto alla realizzazione di progetti ideati da quel Potere Economico”. “I Servizi Segreti dunque, che hanno avuto un ruolo nella strategia della tensione di sempre - ha detto ancora - non sono deviati, lavorano per chi comanda questo Stato e se devono uccidere, lo fanno. Sono deviati invece i Servizi Segreti “buoni”, forse come quelli di cui facevano parte Emanuele Piazza e Nino Agostino, probabilmente eliminati per aver salvato nel 1989 la vita al giudice Falcone. “Spero – ha detto ancora Bongiovanni -  che il capo dei Servizi Segreti Gianni De Gennaro, amico fraterno di Giovanni Falcone ci dica se qualcuno di quell’apparato investigativo ha collaborato alla morte del giudice e se deve disobbedire rivelando che Falcone è stato ucciso anche dai suoi colleghi, che lo faccia per amore dei suoi amici uccisi”. “Bisogna avere il coraggio di dire la verità – ha concluso Bongiovanni - anche quando fa male, anche a costo della carriera o della vita, ma di Falcone e Borsellino, come di Chinnici, come dei ragazzi della scorta, in questo Paese non ce ne sono molti”.