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News Martelli conferma: Incontri tra Ros e don Vito per fermare le stragi. Ma non chiamatela trattativa

Martelli conferma: Incontri tra Ros e don Vito per fermare le stragi. Ma non chiamatela trattativa

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di Lorenzo Baldo - 6 aprile 2010
Palermo. In un'aula troppo piccola per contenere le numerose telecamere e i giornalisti intervenuti si è svolta questa mattina l'ennesima udienza del processo contro il gen. Mario Mori e il col. Mauro Obinu, sotto processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995.



Ma l'attesa è tutta per lui, Claudio Martelli, l'ex delfino di Bettino Craxi. All'ora di inizio prevista Martelli non si vede, tanto che il presidente della IV sez. penale, Mario Fontana, per ottimizzare i tempi, lascia la parola al Pm Antonino Di Matteo che elenca le richieste della pubblica accusa per le prossime udienze. Si tratta dei testi che la procura intende ascoltare in dibattimento. Di Matteo chiede l'audizione dell'ex consigliori di Provenzano, Pino Lipari, che lo scorso 17 luglio durante un interrogatorio ha raccontato dell'esistenza di una sorta di trattativa dietro gli incontri tra Mori e De Donno con Vito Ciancimino; dell'ex segretario generale della Presidenza del Consiglio, Fernanda Contri; degli avvocati Giovanna Livreri (difensore di Gianni Lapis), Roberto Mangano (ex difensore di Massimo Ciancimino) e Giorgio Ghiron, così come del colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, che ha parlato di un deterioramento dei rapporti tra Mori e il “capitano Ultimo” in merito alle indagini per la cattura di Provenzano.
Il Pm chiede anche alla corte di acquisire la trascrizione della telefonata tra gli avvocati Gianni Lapis e Giovanna Livreri del 17 gennaio 2009, nella quale a proposito di Massimo Ciancimino la stessa Livreri asseriva che “mica lo fa fuori la mafia, là lo fa fuori lo Stato”. Di contraltare l'avv. Piero Milio, difensore del gen. Mori, si oppone alla citazione degli avv. Livreri e Mangano e di Pino Lipari.
Milio chiede inoltre al Tribunale di acquisire l'interrogatorio reso dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia alla Corte di Assise di Caltanissetta il 17 novembre del 1997 al processo Borsellino bis. In quell'occasione, Ingroia aveva risposto alle domande del Pm Di Matteo e si era soffermato  sulle ultime conversazioni avute con Paolo Borsellino pochi giorni prima della strage di via D'Amelio. Una richiesta alla quale gli stessi Ingroia e Di Matteo non si oppongono, ma ne sottolineano l'assoluta irrilevanza. Il Presidente della IV sez. penale infine accetta la lista dei testi da interrogare presentata dai Pm, così come il deposito della trascrizione della telefonata tra Lapis e la Livreri e la trascrizione dibattimentale dell'udienza Borsellino bis con la deposizione di Ingroia. Verso le 11 entra finalmente in aula l'ex ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli. Leggermente tirato in volto, si siede e legge la formula di rito. Lo sguardo rimane sospeso a metà, tra la corte e i Pm, verso un punto infinito. Per la prima parte dell'interrogatorio Martelli parlerà fissando esattamente questo punto invisibile nell'aula. Cercando di concentrarsi e misurando attentamente le parole. E' un viaggio nel passato quello al quale si assiste. L'ex guardasigilli è un politico di lungo corso e sa come sfuggire alle inevitabili contraddizioni che potrebbero succedersi mentre rispolvera i suoi ricordi. Ricorda le sue direttive al palazzo di via Arenula e divide in due periodi quel pezzo di storia vissuta: prima e dopo la strage di Capaci. Parla del coordinamento tra le varie forze di polizia, la nascita della DIA che sarebbe dovuta essere una sorta di “FBI italiana”.
L'ex esponente socialista ripercorre poi le enormi difficoltà di convertire in legge il cosiddetto “decreto Falcone” che in primis spianava la strada ad un reale regime di carcere duro per i boss mafiosi e che sarebbe stato approvato solamente dopo la strage di via D'Amelio. Rivive quindi le resistenze “politiche” filtrate dalle “preoccupazioni” di suoi ex colleghi come Egidio Alagna o Guido Lo Porto, e non solo. E quelle dell'ex capo del Dap, Nicolò Amato, più propenso ad una “strategia morbida” nei confronti dei detenuti.
Ingroia introduce la parte più importante dell'interrogatorio e cioè il racconto di Liliana Ferraro allo stesso Martelli sulla conversazione avuta con Giuseppe De Donno nel periodo del trigesimo della strage di Capaci. Proprio quel racconto che era stato lo “scoop” di Annozero nella trasmissione dell'8 ottobre scorso. Claudio Martelli ribadisce senza battere ciglio il nocciolo del discorso: De Donno che spiega alla Ferraro quei contatti tra il Ros e Massimo Ciancimino per arrivare a Don Vito e intavolare un discorso. Martelli sta bene attento a non parlare di trattativa. “Se avessi saputo di una trattativa l’avrei certamente denunciato – afferma con convinzione -. Avrei fatto l’inferno. Tanto più se essa fosse avvenuta con una controparte come Vito Ciancimino, che reputo una delle menti criminali più raffinate in organico a Cosa nostra. Un boss mafioso a tutti gli effetti, tra i più efferati e più pericolosi”. Sul punto Martelli non lascia spazio all'immaginazione. Più volte cita “l'insubordinazione” del Ros che non voleva essere assorbito dalla DIA, rimarcando che Mori e De Donno erano ostinati a fare “di testa loro” per arrivare alla cattura di Riina e degli altri super latitanti.
La ricostruzione dell'ex Guardasigilli è volutamente limitata, per non dire surreale. Come se si trattasse unicamente di un “incaponimento” di Mori e De Donno a voler agire al di fuori delle regole. Con un colpo di spugna Martelli sminuisce quindi la figura del gen. Antonio Subranni, all'epoca superiore di Mori, per non parlare delle “garanzie politiche”, che, secondo altre ricostruzioni, sarebbero invece state pretese da Vito Ciancimino prima di intraprendere una qualsivoglia trattativa. “Garanzie politiche” che nella deposizione dell'ex ministro diventano alquanto evanescenti.
“Nell'ottobre del '92 – spiega Martelli – Liliana Ferraro mi disse di aver avuto un altro incontro con il capitano De Donno del Ros, dopo quello del giugno '92. De Donno le chiese se poteva essere agevolato nei colloqui investigativi del Ros con i detenuti in carcere e chiese anche se c'erano impedimenti sulla Procura generale per rilasciare il passaporto a Vito Ciancimino. Io reagii dicendo che Ciancimino era un avversario di Giovanni Falcone particolarmente pericoloso al punto di essere stato indicato dallo stesso Falcone come uno dei maggiori responsabili dell'inquinamento mafioso, e il responsabile della rottura fra Falcone e Leoluca Orlando”.
Anche il racconto delle dichiarazioni del gen. Francesco Delfino su quel “regalo di Natale” che l'alto ufficiale gli avrebbe voluto fare con la cattura di Riina si perde nei meandri del resoconto asettico. Claudio Martelli ricorda che il Ros si stava adoperando per procurare il passaporto a Vito Ciancimino. E su questo specifico argomento, uno dei punti chiave della trattativa, restano ombre. Dopo la richiesta di passaporto scattava l'arresto per l'ex sindaco di Palermo che così veniva sostituito nel suo ruolo di “mediatore” tra lo Stato e la mafia.
Lo stesso Presidente Fontana chiede a Martelli se si fosse posto la domanda sul “supporto politico” che poteva essere pronosticato. La risposta di Martelli è laconica: “Per supporto politico pensavo a dei lasciapassare o a delle coperture per il Ros, tipo avere accesso ai colloqui investigativi in carcere”. Il Presidente incalza: “E questo supporto venne chiesto ad altre autorità istituzionali?”. “No – risponde Martelli –  io all'epoca non ebbi contezza che fosse stato richiesto a nessun altro... in epoca recente il vicepresidente del CSM (Nicola Mancino ndr) mi ha chiamato dicendo che non ne sapeva nulla...”. Il Presidente insiste: “Ma all'interno del Consiglio dei Ministri non ne avete parlato di questa iniziativa con Vito Ciancimino?”. La risposta asciutta è: “No”. Mario Fontana non si dà per vinto e chiede senza mezzi termini: “Quindi loro (Mori e De Donno ndr) continuarono in questa attività senza avere avuto il supporto?”. Dopo una lunga pausa Martelli fa un cenno con la testa come per dire che non lo sa. Il Presidente insiste ancora: “E quando presero Riina lei seppe qualcosa se questa cattura fosse collegata con l'attività che avevano promosso (Mori e De Donno ndr)?”. Martelli riprende vigore e conferma di averci pensato anche prima che “tra gli scopi virtuosi non ci fosse solo quello di fermare le stragi ma acquisire informazioni e collaborazioni utili alla cattura di Riina e dei boss latitanti”. Il Presidente conclude con una domanda dalla logica disarmante: “La Ferraro le disse quando Borsellino fu informato di quel dialogo con De Donno?”. E Martelli temporeggia: “Non lo so... so che la Ferrraro glielo avrebbe detto...”. Il Pm Ingroia chiede in ultimo a Martelli se anche per altri collaboratori come Mutolo, Di Maggio o Marchese gli fossero giunte richieste di un supporto politico. “No, si sentivano già abbastanza coperti dalla legislazione appena varata”. L'ex Guardasigilli aggiunge poi un dettaglio alle precedenti dichiarazioni circa le sue lamentele sul comportamento del Ros: “Sono sicuro di essermi lamentato con il ministro degli Interni, non ricordando se era Scotti o Mancino, propendo a credere che fosse il dottor Mancino in questo momento, per una questione di date, mi sembra più logico che sia stato Mancino perchè Scotti non era più lì... Non entrammo mai tanto nel merito 'fanno per conto loro' e questa era la cosa che non stava bene secondo me...”.
A distanza di qualche ora arriva la replica di Nicola Mancino: “Ho sempre escluso – ha dichiarato il vicepresidente del Csm – e coerentemente escludo anche oggi, che qualcuno, e perciò neppure il ministro Martelli, mi abbia mai parlato della iniziativa del colonnello Mori del Ros di volere avviare contatti con Vito Ciancimino. Ribadisco che, per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell'Interno, nessuno mi parlò mai di possibili trattative con la mafia”.
La prossima udienza, dedicata all'audizione del colonnello Giraudo, si terrà il 4 maggio.

FOTOGALLERY: Martelli in aula


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