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News Schiavone-Graviano: colloquio legittimo alla faccia del ''41 bis''

Schiavone-Graviano: colloquio legittimo alla faccia del ''41 bis''

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di Aaron Pettinari - 19 marzo 2010
Roma.
Oggi il quotidiano la Repubblica ha riportato questa inquietante notizia: il boss di Brancaccio condannato all’ergastolo per le stragi di mafia, Giuseppe Graviano, e il capo storico del clan dei Casalesi, Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, pur trovandosi reclusi in regime di carcere duro presso il carcere di Opera a Milano, hanno potuto condividere diversi momenti durante l'ora d'aria.


L'incontro, formalmente legittimo, è avvenuto in più occasioni nello scorso mese di gennaio. 
La circostanza è emersa quando i magistrati della Dda di Napoli hanno compiuto degli accertamenti su un altro allarmante episodio, ovvero la scoperta di una lettera spedita da Schiavone ai familiari appena pochi giorni dopo la sentenza con la quale la Cassazione, il 15 gennaio scorso, aveva espresso la condanna all'ergastolo per i sedici imputati al maxi processo "Spartacus". Nella missiva "Sandokan" invitava i familiari più stretti a lasciare il territorio perché, scrive, "sta per arrivare una valanga". Cosa volesse dire il boss dei Casalesi non è chiaro, ma è bastato ai pm Antonio Ardituro, Marco Del Gaudio e Raffaello Falcone, insieme al procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho, coordinatore del pool, per avviare una nuova indagine ed alzare il livello di attenzione per difendere possibili obiettivi di attentati, come lo scrittore Roberto Saviano.
Dopo la segnalazione della Procura di Napoli invece i due boss sono stati divisi in distinti bracci del penitenziario milanese ma restano evidenti i limiti dell'attuale “41 bis” di cui tanto si vanta il governo. 
Sarà una circostanza casuale ma il gravissimo fatto, che ha messo in allarme la Dda di Napoli e non solo, avviene esattamente un mese dopo che Giuseppe Graviano ha ricevuto la revoca dell'isolamento diurno. Una decisione presa pochi giorni dopo l'udienza al Processo d'Appello che vede implicato il senatore Dell'Utri, dove il boss di Brancaccio aveva preparato una lettera nella quale elencava il suo precario stato di salute dovuto ai “16 anni di detenzione al 41bis” e ai “più di 10 di isolamento”. Inoltre lanciava un messaggio: “Sarà mio dovere quando il mio stato di salute lo permetterà di informare l'Illustrissima Corte d'Appello per rispondere a tutte le domande che mi verranno poste”. L'incontro tra Giuseppe Graviano e Francesco Schiavone non è il primo episodio in cui dei boss, sottoposti al regime di carcere duro, riescono a scambiarsi informazioni. 
Secondo quanto raccontato dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, nel 2004, presso il carcere di Tolmezzo, il boss Filippo Graviano gli aveva rivelato: “Dobbiamo far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove arrivare è bene che anche noi cominciamo a trattare con i magistrati”.
Ed ancora a Tolmezzo, nei primi mesi del 2008, il boss di 'Ndrangheta Giuseppe Piromalli sfruttava l’ora di socialità per riunirsi e discutere di affari e strategie con altri boss detenuti come lui con i rigori del carcere duro. Tra questi, capi siciliani di Cosa Nostra della portata di Antonino Cinà, medico arrestato nel giugno 2006, con i quali si confrontava in merito allo speciale regime detentivo “41bis”. Gli altri due uomini d'onore presenti erano Carlo Greco, della famiglia di Santa Maria di Gesù, e Paolo Amico, “stiddaro” della provincia di Agrigento, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Rosario Livatino. Ad ascoltare le parole dei quattro fu un agente della polizia penitenziaria. Questi ascoltò i mafiosi parlare d'affari ed in particolare delle nuove vie per mettere le mani sugli appalti. Piromalli rispondeva che lui e la sua cosca avevano gli appoggi giusti, le amicizie utili per arrivare ai soldi che si stavano riversando sulla Calabria e non solo. Ma Cinà si mostrava preoccupato per i continui arresti compiuti dalle forze dell'ordine. Quindi Cinà faceva il nome del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, indicato come un ostacolo sempre più arduo all'allentamento della repressione, sia all'esterno che all'interno delle carceri, e per cui era necessario mandare un segnale e “dargli un colpo”. Quasi due anni dopo ecco il nuovo allarme che riapre anche il dibattito sul 41 bis, carcere sì duro, ma che ancora presenta troppe falle.


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