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News Medici d'onore. Il primario del Civico ''scese a patti con la mafia''

Medici d'onore. Il primario del Civico ''scese a patti con la mafia''

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di Silvia Cordella - 10 marzo 2010

Il suo nome era stato captato nel ’98 dalle microspie piazzate all’interno della ditta di Calcestruzzo di Tommaso Cannella, la Sicilconcrete, in una conversazione tra lo stesso Cannella, Pietro Pastoia e Giuseppe Vaglica.
  


Allora la discussione in cui emergeva il nome di Giovanni Mercadante, l’ex deputato di Forza Italia condannato in primo grado per mafia, accennava a spostamenti e cure in favore di “Zu Binnu”. Nel ’99, gli investigatori avevano pure filmato un incontro fra lui e “don Masino” (da poco scarcerato), presso i locali del suo negozio di arredamento nella zona di Villabate dal quale si erano allontanati per un breve colloquio in macchina. Gli inquirenti non registrarono il dialogo ma si accorsero che qualcosa di anomalo stava accadendo. Il 30 gennaio 2001 a Mezzojuso, in contrada Giannino, all’interno di una masseria e dopo circa sette anni di latitanza, veniva arrestato il boss Benedetto Spera. Il capomafia di Misilmeri si trovava in compagnia di Nicolò La Barbera e del primario della Radiologia dell’ospedale Ingrassia, Vincenzo Di Noto (deceduto poi nel 2003, ndr). Dopo la perquisizione furono rinvenuti in possesso di La Barbera quattro bigliettini, occultati e ripiegati all’interno di un involucro, avvolto con nastro adesivo. Erano lettere scritte dai familiari di Provenzano che da lì a poco sarebbero state recapitate al super latitante. Una di queste firmata da Angelo Provenzano, figlio del capo di Cosa nostra, riportava la richiesta al padre di incontrare “con il suo permesso” il medico di Prizzi Giovanni Mercadante (scritto in codice poi decriptato dagli investigatori, ndr).
Dopo anni, a mettere in fila i “pezzi” e confermare la tesi di un primario (in passato già indagato e poi archiviato, ndr) a disposizione di Cosa nostra sono stati i giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo che nella motivazione della sentenza hanno spiegato: “Deve ritenersi dimostrato che Mercadante scese a patti con la mafia e divenne in primo luogo una delle pedine a disposizione del Provenzano per la cura di malanni durante la latitanza”. Il rapporto Cannella – Mercadante, a parere della Corte, non fu solo una relazione tra lontani cugini ma un rapporto di confidenza e fiducia reciproca “che portò entrambi ad individuare nella figura di un capo storico di Cosa nostra il punto di riferimento di istanze per ottenere possibili favori nella carriera e negli affari. “D’altra parte, la lunghissima, proverbiale latitanza del superboss non sarebbe stata possibile se egli avesse potuto contare solo sull’appoggio di persone di manovalanza e favoreggiamento spiccio”.
Da sempre infatti l’evoluzione dell’organizzazione mafiosa ha potuto fare affidamento sull’appoggio professionale di una classe socio-culturale medio alta costituita da imprenditori, medici, avvocati, politici e uomini delle istituzioni di cui le sentenze sono piene. “Un prezioso apporto partecipativo, totalmente differente da quello affidato alla mano criminale”, che i capi di Cosa nostra hanno cercato in tutti i modi “di tenere al riparo dal fenomeno del pentitismo”, trattando con riservatezza il rapporto con gli affiliati più illustri. Per questo le dichiarazioni dei pentiti di spessore del calibro dell’ex componente del “direttorio” Nino Giuffrè e dell’ex “ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra” Angelo Siino sono state fondamentali a delineare i rapporti tra il primario del Civico e Cosa nostra. Rivelazioni che in questo processo sono state  avvallate dai racconti diretti del dichiarante Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, il  consigliere più fidato del capo della criminalità organizzata siciliana.

D’Amico crea scompiglio nel “Consiglio” di Provenzano
In particolare le parole di Ciancimino al processo contro Mercadante hanno assunto rilievo “per aver egli avuto conoscenza diretta della ‘vicenda D’Amico’.” Un incidente di percorso che aveva visto la moglie del medico condannato per mafia avviare una relazione extraconiugale con il nipote di Pino Lipari, Enzo d’Amico, e che aveva rischiato di far saltare gli equilibri del gruppo più ristretto dei consiglieri di Bernardo Provenzano. D’Amico era infatti titolare formale di una società operante nel settore delle forniture di materiale sanitario, in cui erano interessati direttamente Provenzano e suo nipote Carmelo Gariffo. “Mio padre mi raccontò che c´era stata una discussione – aveva asserito il teste - in quanto Lipari aveva accreditato suo nipote a Mercadante per vendergli forniture ospedaliere”. “Poi però era nata la storia fra D´Amico e la moglie” che aveva scatenato l’ira del primario, il quale chiese a suo cugino la testa dell’uomo. Ripercorrendo i passaggi più significativi della vicenda lo stesso Ciancimino ha detto che, proprio sotto precise direttive di Provenzano, era stato suo padre a calmare le acque che avevano messo l’uno contro l’altro gli stessi Lipari e Cannella. Così, dopo una serie di riunioni in cui don Vito fece da paciere, alla fine “il traditore” “su consiglio di Vito Ciancimino, era stato convinto a espatriare in Brasile, e Mercadante tornò con sua moglie”.

L’attendibilità di Ciancimino
“Quel che è certo, - ha scritto ancora il giudice - e che può indiscutibilmente affermarsi nel presente processo, è che Ciancimino jr. ebbe realmente modo di assistere ad incontri tra il padre e Provenzano (dal dichiarante conosciuto in gioventù sotto il nome di 'ingegnere Lo Verde') ed, ancora, del padre col Lipari e Cannella, nella propria abitazione familiare e nei luoghi domiciliari in cui il padre fu ristretto o 'confinato'. 
Incontri in cui Vito Ciancimino e i suoi interlocutori parlavano di affari, appalti, mafia e politica: costoro, in quanto uomini di fiducia di Riina e Provenzano, erano tra i pochi 'eletti' ad essere 'accreditati alla corte' di suo padre, che li aveva più volte incontrati, anche a casa. Le sue propalazioni, dunque, per certi versi costituiscono riscontro indiretto alle affermazioni di collaboranti di giustizia, quali Giuffrè e Siino, che conobbero il padre del dichiarante e i suoi referenti mafiosi e ne hanno fatto cenno nel presente dibattimento”. “Va sottolineato che a differenza del padre, che conosceva il medico solo di vista, Massimo Ciancimino non solo aveva avuto modo di conoscerlo personalmente (era stato compagno di scuola di uno dei figli), avendo frequentato per un certo periodo 'salotti' e circoli sportivi-ricreativi comuni ad entrambi (Country, Lauria); ma ad un certo punto, aveva cominciato a frequentare la sua casa, dopo una storia sentimentale nata con Gisella, figlia dell’odierno imputato. Un rapporto iniziato intorno al 1985, quando Vito Ciancimino era stato già arrestato (per la prima volta) e mentre Gisella, poco più che quattordicenne (tra lei e Massimo c’erano quasi dieci anni di differenza di età), veniva osteggiata duramente dal padre. La relazione era comunque durata circa tre anni. Il figlio dell’ex sindaco di Palermo affermava quindi che nel corso di quei tre anni, era a volte capitato che dei problemi familiari legati alla 'vicenda D’Amico', si fosse fatto cenno con la figlia, che ne aveva molto sofferto, ed anche con lo stesso imputato”.

Mercadante, un referente di Cosa nostra in Regione
Un episodio questo che è stato utile a delineare il quadro dei rapporti “familiari” tra Provenzano e il politico  di Forza Italia, condannato “per aver fatto parte di una ristretta cerchia di persone che curavano a vario titolo gli interessi di Provenzano Bernardo, diventandone un punto di riferimento nel periodo della sua latitanza”. All’imputato è stato contestato di aver intrattenuto rapporti stretti anche con i boss Cinà e Rotolo e di aver inserito su loro input nel proprio staff politico il candidato Marcello Parisi (suo coimputato, nipote di soggetti vicini a Rotolo) in vista di una sua candidatura elettorale alle comunali del 2007. Da parte sua, Mercadante non solo aveva ricevuto l’aiuto elettorale per le Regionali del 2001 e del 2006, nelle quali è stato poi eletto deputato, ma grazie all’interessamento di Cosa nostra sarebbe stato nominato primario della Radiologia del Civico di Palermo.
Gli aiuti ricevuti dal Mercadante erano stati accennati da Giuffrè, e ampiamente approfonditi nel corso dell’esame e controesame da  Angelo Siino. Questi “riferiva di quella volta in cui era stato sollecitato, senza mezzi termini ed anzi in modo abbastanza brusco, dal Lipari, a sua volta incaricato ad agire dal Provenzano, ad 'intervenire' nel bando di gara per il concorso medico” in favore dell’ex deputato. Il collaboratore “affermava che quando era stata 'sdoppiata', la cattedra di radiologia all’ospedale Civico” la stessa “doveva andare al Mercadante”. “Siino era stato chiamato ad usare la propria influenza nei confronti di uno dei componenti della commissione del concorso, il dr. Alessi Vincenzo, primario del reparto di Radiologia presso l’ospedale Civico di Palermo, che si opponeva strenuamente al Mercadante (ma solo nella fase iniziale, perché poi Alessi cambiò atteggiamento concedendogli nell’ultima prova il massimo dei voti, ndr)”. Tanto che una volta diventato primario, Lipari disse a Siino “di parlare con un componente della Commissione Provinciale di Controllo, tale Enrico Bono, un avvocato di S. Giuseppe Jato, molto amico dei Brusca, per “ratificare la delibera” .”

Un dottore in famiglia

Insomma Mercadante sarebbe stato un punto di riferimento importante nell’ottica delle strategie mafiose sia in campo politico che sanitario. Non era ritualmente affiliato ma la sua caratura mafiosa era di altissimo livello, tanto da espletare il suo “mandato” in forma altamente riservata. Così la sua struttura d’eccellenza privata che operava negli anni Ottanta nel settore della radiodiagnostica per i tumori in regime pressoché di monopolio a Palermo (anche i pazienti del Civico venivano dirottati alla “Angiotac” per esami specialistici), era anche un punto di riferimento per boss e latitanti. Da lui si erano serviti il vecchio Bernardo Brusca per cercare di ottenere gli arresti domiciliari per motivi di salute e il boss di Palma di Montechiaro Ignazio Ribisi, condotto da Giuffrè e Giovanni Marcianò (uomo d’onore di Passo di Rigano - Boccadifalco), per risolvere un problema alla vista mentre era latitante. Del dottore, di Prizzi, parlavano nella loro corrispondenza anche i rampolli dei super boss di corleone Angelo Provenzano e Salvatore Riina quale medico di fiducia, amico e politico a disposizione. Un’aspettativa in cui in passato si era già testata l’affidabilità quando Mercadante si era speso personalmente per cercare di “aggiustare” la situazione in appello del “Maxi-ter” (costola del Maxi-uno) di Tommaso Cannella, ristretto in carcere insieme alla cupola di Cosa Nostra. I particolari erano stati raccontati dal pentito Salvatore Cancemi, ex capomafia di Porta Nuova allorché aveva saputo che Cannella chiese a suo cugino di “avvicinare” il fratello medico del giudice a latere del Tribunale, il dott. Librizzi, che lavorava presso l’ospedale Ingrassia dove il dott. Di Noto (processato per mafia, poi prescritto per avvenuta morte) prestava servizio come primario, mentre Mercadante era aiutante nella stessa clinica. “Ed è rimasto pacificamente dimostrato – ha affermato il Collegio -  che Mercadante, allora primario all’ospedale Civico, aveva chiesto al collega dr. Librizzi di intercedere con il fratello perché quest’ultimo esaminasse con particolare attenzione la posizione processuale di Cannella”.
La vicenda era stata peraltro oggetto di indagini e di un processo a Caltanissetta, in quanto, all’esito del giudizio Maxi-ter, il predetto dr. Giuseppe Librizzi fu indagato in ordine al reato di abuso di ufficio aggravato, sulla scorta delle dichiarazioni di Cancemi, così come il fratello del magistrato, il dr. Luigi Librizzi, anche lui indagato e rinviato a giudizio per millantato credito, poi prosciolto dal Tribunale di Caltanisetta per intervenuta prescrizione del reato.
Insomma Mercadante era ritenuto “affidabile” già intorno alla metà degli anni 80. E lo era anche per un boss del calibro di Bernardo Brusca in quanto “persona molto disponibile verso i corleonesi”, “che quando serviva – aveva spiegato suo figlio Giovanni Brusca ai giudici -  si chiedeva e si utilizzava”.