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News Rapporto Cnel: quando la mafia guarda verso nord

Rapporto Cnel: quando la mafia guarda verso nord

di Aaron Pettinari - 23 febbraio 2010
Roma.
Occorre "un attento controllo e monitoraggio della realizzazione delle grandi opere del Nord Italia". E' questa la considerazione contenuta nel rapporto dell'osservatorio socioeconomico sulla criminalità della Cnel (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro), presentata oggi a Villa Borghese a Roma.
Secondo lo studio, frutto di quattro anni di lavoro, la criminalità organizzata ha sviluppato "radici solide anche al Nord" e sono "necessari provvedimenti urgenti per combatterla". Nel testo vengono esposti diversi dati. Fino al 30 giugno 2009 nel nord Italia sono state effettuate confische di beni per un valore pari ad oltre 142 milioni di euro (108 beni immobili solo in Lombardia).
“La presenza della criminalità organizzata nell'economia della penisola rende necessari e non più rinviabili una serie di provvedimenti", primi tra tutti quelli sugli appalti: per il Cnel servono "un attento controllo e monitoraggio della realizzazione delle grandi opere del Nord Italia", "una griglia molto stretta per l'assegnazione degli appalti", "il monitoraggio della rete dei subappalti con elenchi preventivi delle aziende che si occupano di edilizia" e "il ripristino della tracciabilità dei pagamenti relativi al progetto con pagamento elettronico". Per gli esperti occorre poi introdurre "la denuncia anonima della richiesta di pizzo fino al dibattimento", un provvedimento che consentirebbe a molti imprenditori di superare la paura di ritorsioni da parte della criminalità organizzata. A questo va aggiunto, dice ancora il Consiglio, "l'estensione a livello nazionale dell'espulsione da Confindustria di chi non denuncia" e "il rafforzamento delle strutture di indagine della polizia e della Dia". Tra le considerazioni esposte non è mancato un accenno alla politica, con l'organo che si è espresso favorevolmente “per una norma sulla composizione delle liste elettorali nelle elezioni locali e nazionali affinché si escluda definitivamente da qualsiasi competizione politica i condannati per corruzione e mafia".
Il rapporto presentato arriva giusto il giorno dopo due operazioni, compiute proprio al nord Italia, che hanno svelato gli affari delle cosche siciliane e calabresi. La prima di queste, compiuta a Milano e condotta dal Gico del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Caltanissetta, ha consentito di smantellare un clan mafioso ”emigrato” in Lombardia, con collegamenti in Belgio, specializzato nell’estorsione, nell’usura e nel trasferimento fraudolento di ingenti somme di denaro. I militari hanno eseguito complessivamente 24 ordinanze di custodia cautelare e 35 perquisizioni locali su tutto il territorio nazionale, sequestrando 11 società, un’autorimessa ed un centro sportivo con annesso maneggio.
Le indagini, coordinate dal procuratore Sergio Lari e dall'aggiunto Amedeo Bertone, sono riuscite a ricostruire nei minimi dettagli gli affari e gli investimenti del clan di Pietraperzia, retto dai fratelli Giovanni e Vincenzo Monachino. La cosca siciliana gestiva anche una «decina» a Cologno Monzese, capeggiata dal pluripregiudicato Calogero Ferruggia. A occuparsi degli affari finanziari del gruppo erano però due mafiosi che restavano sempre più defilati, Giovanni Tramontana e Felice Cannata e dalle intercettazioni emerge la gerarchia della famiglia anche in territorio lombardo. Ad essere coinvolti nelle indagini vi sarebbero anche due sottoufficiali: Franco Cardaci, luogotenente della Guardia di finanza in servizio a Sesto San Giovanni e Roberto Scalercio, appuntato dei carabinieri della stazione di Pioltello. Il giro di affari era piuttosto articolato. Nella provincia di Enna il clan dei fratelli Monachino poteva contare su una fitta rete di estorsioni e, qualora le vittime non riuscivano a pagare, acquisiva il possesso delle attività. I soldi del racket venivano quindi reinvestiti nell'usura. Dall'inchiesta emergono anche i nomi di un commercialista, Loredana Poli, ed un avvocato originario di Enna, Luca Bauccio (avvocato di parte civile della moglie di Abu Omar). I due professionisti sono adesso agli arresti domiciliari, con l'accusa di truffa all'Inps in merito ai contributi dei lavoratori di una delle undici società riconducibili alla famiglia mafiosa di Pietraperzia. Una seconda inchiesta ha svelato un sistema di corruzione trasversale rivolto ad una serie di aiuti illegali. Ad essere coinvolti l'ex sindaco Pci-Pds di Trezzano sul Naviglio, Tiziano Butturini, marito dell'attuale primo cittadino del Pd, ed il consigliere comunale Pdl, Michele Iannuzzi. Oltre a questi sono stati arrestati un tecnico comunale e Andrea Madaffari, già in carcere per un'altra operazione antimafia in quanto ritenuto vicino al clan Barbaro-Papalia.  Inoltre risulta indagata anche l'attuale sindaco di Trezzano, comune di diciottomila abitanti a sud-ovest di Milano, Liana Scundi (moglie del Butturini).

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