Archivio Antimafia Duemila

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News Alcamo, i ''nonni'' e le ''donne della mafia. Op. ''Dioscuri'', 10 arresti della Polizia nella notte

Alcamo, i ''nonni'' e le ''donne della mafia. Op. ''Dioscuri'', 10 arresti della Polizia nella notte

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di Rino Giacalone - 3 novembre 2009
Ottantacinque anni uno, settantaquattro anni l’altro. Tutti e due hanno passato buona parte delle loro vite in galera, uomini d’onore di Alcamo che con la mafia hanno deciso di stare ancora oggi nonostante l’età avanzata.




Stanotte la Polizia, Squadra Mobile di Trapani e Commissariato di Alcamo li ha arrestati assieme ad altre otto persone, tra cui due donne.
Operazione “Dioscuri” l’hanno chiamata e non tanto per dire. Perché i due anziani finiti in manette sono fratelli, Nicolò detto Cola e Diego Melodia, e come racconta la mitologia greca i due come Castore e Polluce sono entrati presto in contrasto per chi doveva comandare nel territorio di Alcamo. Un territorio dove poco o nulla è cambiato negli anni, dove nel tempo c’è stata una carneficina per il controllo del territorio, sostanzialmente per gestire le estorsioni, mettere le mani sugli appalti, riuscire a stare affianco alla politica. La “famiglia” dei Melodia è rimasta sempre a capo di tutto ciò. Il capo mafia è stato per anni Nino Melodia che è in carcere da qualche tempo, l’indagine esplosa con il blitz di stanotte dimostra che suo padre, “don” Cola Melodia si è messo a capo dell’organizzazione mafiosa dopo che anche l’altro figlio è finito in manette, Ignazio Melodia soprannominato “il dottore” proprio per la professione medica svolta. A completare il quadro c’entra anche la moglie di Nino Melodia, Anna Maria Accurso, 46 anni, anche lei arrestata, collettore e tesoriere dei soldi proventi di estorsioni. Una indagine dove si scopre anche un filo che purtroppo gli investigatori non sono riusciti a seguire fino in fondo e che portava al super boss latitante Matteo Messina Denaro. E anche questa circostanza, ossia l’alleanza tra alcamesi e castelvetranesi non è una novità, negli anni in cui ad Alcamo venivano ammazzate barbaramente per strada le vittime designate di una feroce faida, c’era anche Messina Denaro a sparare assieme ai gruppi di fuoco fatti arrivare da Corleone, come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. Diciassette anni dopo quegli omicidi, oltre 30 morti ammazzati in pochi mesi, i gruppi allora contrapposti oggi alla luce delle risultanze investigative risultano alleati, le “famiglie” Greco e Melodia non si fanno più la “guerra”: tra gli arrestati ci sono l’anziano Lorenzo Greco, 77 anni (in carcere per un paio di estorsioni) e la figlia, Anna, 49 anni, che una telecamera ha ripreso mentre andava a riscuotere il “pizzo” che un imprenditore aveva apposta lasciato in una canaletta di una strada provinciale.

L’operazione Dioscuri è racchiusa in una ordinanza  di custodia cautelare in carcere firmata dal gip del Tribunale di Palermo, Antonella Consiglio, su richiesta della Procura antimafia del capoluogo siciliano, dai sostituti procuratori Paolo Guido e Carlo Marzella, coordinati dal procuratore aggiunto della Dda Teresa Principato. I reati contestati alle dieci persone arrestate sono quelli di associazione mafiosa, estorsione plurima, incendio plurimo, danneggiamento, detenzione illegale di armi ed esplosivi,  ricettazione, emesse nei confronti di altrettanti sodali o soggetti contigui al mandamento mafioso di Alcamo e cioè: Anna Maria Accurso, 46 anni, Filippo Di Maria, 49 (impiegato forestale), Lorenzo Greco, 77 anni, pregiudicato mafioso (detenuto), Diego Melodia, 74 anni, pregiudicato mafioso, Nicolò Melodia, 85 anni, pregiudicato mafioso, Stefano Regina, 45 anni, pregiudicato (detenuto), Gaetano Scarpulla, 40 anni, Felice Vallone, 41 anni, pregiudicato mafioso (detenuto), Tommaso Vilardi, 66 anni e Anna Greco, 49 anni, pregiudicata.
mafioso (detenuto)

Si tratta di una indagine durata a lungo,m cominciata nel 2006, e in questo periodo intercettazioni telefoniche ed ambientali, pedinamenti, controlli di ogni genere, hanno fornito uno “spaccato” di vita mafiosa agli investigatori della Polizia, diretti dal vice questore Giuseppe Linares, capo della Mobile, e dal dirigente del Commissariato, vice questore Valerio Aquila (di recente assegnato ai gruppi internazionali di investigazione che operano in Libano).

Obbiettivo delle indagini è stato quello di monitorare adeguatamente la realtà mafiosa del comprensorio alcamese per verificare da un parte, il livello di riorganizzazione della locale famiglia di Cosa Nostra, per accertare la sua implicazione nella commissione di gravi fatti delittuosi avvenuti in quella zona e finalizzati ad imporre sistematicamente il pizzo ad imprese, commercianti e professionisti della cittadina alcamese. E’ così risultato che il tessuto di Cosa Nostra alcamese, sebbene depauperato dagli arresti e dalla detenzione di importanti “uomini d’onore” si è ricostituito con chi nel frattempo è uscito dal carcere ma anche da soggetti che sebbene non “punciuti” si sono messi a disposizione, soggetti che in passato erano stati anche toccati da inchieste nelle quali la loro disponibilità ad affiancare Cosa Nostra alcamese era emersa, e nel tempo questa si è fatta più forte. Soggetti che avevano una qualità in più, importante per l’organizzazione mafiosa, ossia quella di essere vicini ai politici locali. Politici importanti.

Il mandamento mafioso di Alcamo è risultato saldamente nelle mani della famiglia Melodia che si è confermata essere fedelissima del famigerato boss castelvetranese, in atto latitante, Matteo Messina Denaro, il nome del boss è stato sentito fare durante le intercettazioni. Nonostante faide, arresti, condanne, Alcamo e la sua popolazione ha continuato a soffrire l’incombente presenza dei fratelli Melodia, Diego e Nicolò. Cola Melodia prese le redini del comando a seguito dell'arresto dei suoi due figli (il capo famiglia Nino Melodia ed il fratello Ignazio). Diego Melodia non è rimasto a guardare, ha cercato di guadagnare la leadership ai danni del fratello, attraverso la cooptazione di diversi soggetti, scelti tra i più spregiudicati della locale famiglia mafiosa. Nessuna guerra in campo, la regola della mafia che non spara è stata rispettata, le due fazioni si sono contrapposte con le stesse caratteristiche di come si possono contrapporre due distinti gruppi di azionisti dentro una spa, pur mantenendo una formale unitarietà e omogeneità davano vita ad un contrasto per la spartizione delle attività estorsive in danno di commercianti ed imprenditori di Alcamo. C’è una intercettazione che tradisce la strategia, è un colloquio tra Diego Melodia e Vallone, il primo finisce con il dire all’altro rivendicando a dispetto del fratello una sorta di “bontà”: “Io non me ne sono mai approfittato … quando c’è un centesimo, è per tutti … quando non ce né … tutti    scarsi … anche l’ostia …tu mi devi capire  … perché noi siamo le persone “bone”.

Tra i più fedeli complici di Diego Melodia, Felice Vallone e Lorenzo Greco, due soggetti intercettati in altre indagini della Dia e della Squadra Mobile, scoperti a estorcere denaro a un imprenditore vitivinicolo e ad un operaio, la cui colpa era quella di ritrovarsi proprietari di case e terreni che erano appartenuti a boss mafiosi, che erano finiti a loro, acquistati dai prestanome, e che loro a tutti i costi rivolevano indietro.

A disposizione di “Cola” Melodia c’erano invece Gaetano Scarpulla e Filippo Di Maria. Quest’ultimo univa all’attività estorsiva il fatto di intrattenersi con politici locali e con loro collaboratori. L’ordinanza fa i nomi dei politici, il senatore Nino Papania e il sindaco Giacomo Scala, tutti e due esponenti del Pd. Annota il gip: “In tale contesto, emergeva chiaramente che lo staff del Senatore Papania ed altri uomini politici locali contattavano ripetutamente, e in diverse occasioni, il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate ed  invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza. A tal proposito deve evidenziarsi che nonostante l’esistenza, certamente notoria all’interno di una piccola comunità quale quella alcamese, di uno stretto legame tra Filippo Di Maria e una famiglia storicamente mafiosa quale quella dei Melodia, da nessuna delle conversazioni intercettate emergeva che gli uomini politici o i loro diretti collaboratori avessero consapevolezza del ruolo mafioso rivestito da Di Maria e che quindi sfruttassero la comprovata capacità dell’associazione mafiosa di condizionare i risultati del voto e delle competizioni elettorali.

Tra gli arrestati come si diceva due donne; Anna Maria Accurso, moglie di Nino Melodia, che veniva impiegata per ricevere e conservare somme di denaro, provento delle attività illecite in particolare dell’attività estorsiva posta in essere dalla cosca mafiosa, e Anna Greco,  incaricata di recapitare missive estorsive alle varie vittime individuate e di prelevare le somme del pizzo.
Lungo l’elenco dei soggetti estorti, imprenditori operanti nei più svariati settori, i quali si venivano contemporaneamente a trovare nella inusuale e pressante morsa estorsiva delle due fazioni mafiose.  Tra gli episodi contestati l’attentato incendiario, allo scopo di danneggiare l’abitazione rurale di Antonino Pedone sita in contrada Fico di Alcamo, la tentata estorsione nei confronti del titolare della impresa di costruzioni edili Construction Company, per la somma di euro 10 mila ; la tentata estorsione nei confronti dei titolari della concessionaria di autovetture Megauto per la somma di euro 25 mila ; la tentata estorsione nei confronti dei titolari della concessionaria di autovetture Auto & Auto, per la somma di 50 mila euro; la tentata estorsione nei confronti dei titolari della concessionaria di autovetture Auto 3  per la somma di 25 mila euro; la tentata estorsione nei confronti dell’imprenditore alcamese Vincenzo D’ANGELO per una somma di importo variabile tra i 20.000 e i 200.000 euro; l’estorsione nei confronti dell’imprenditore alcamese Gaspare Mirrione, la tentata estorsione nei confronti dell’imprenditore Vito Maria Ruvolo, socio de “La Generali agricola”, per  versare una somma di denaro pari al corrispettivo del valore di un lotto di terreno di circa 27 are, sito n Alcamo; la tentata estorsione nei confronti dell’imprenditore Giovanni Crimi titolare della ditta Comas per versare la somma di 50.000 euro.