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News Processo Ciancimino. Sull'affare del Gas ''minacce per tapparmi la bocca!''

Processo Ciancimino. Sull'affare del Gas ''minacce per tapparmi la bocca!''

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di Silvia Cordella - 26 ottobre 2009
Brancato e Sciacchitano coinvolti negli affari di don Vito?
“Qui non si protegge più nessuno, voglio far uscire mio figlio da questo mondo!”





La moglie di Massimo Ciancimino sfogava così la sua rabbia mentre il marito concordava insieme al proprio avvocato la linea difensiva da assumere, alla notifica dell’arresto in carcere per il reato di riciclaggio.
Era il 12 giugno del 2006 e per il quarto figlio dell’ex sindaco del “sacco” di Palermo non si prospettava niente di buono. Suo padre era morto da nemmeno quattro anni e già l’eredità finanziaria gli stava provocando pesanti problemi. Secondo i magistrati di Palermo quei soldi erano il frutto del provento accumulato illecitamente dal suo vecchio genitore negli anni della speculazione edilizia e dei grandi affari con la mafia di Riina e Provenzano. Gli inquirenti avevano messo anche le mani sui guadagni fuori contabilità di Massimo Ciancimino incassati nel 2004 dalla vendita della Gas di via Libertà. L’azienda in quota al gruppo Brancato-Lapis dalla quale il vecchio sindaco di Palermo, dal 1983, era socio occulto. Per questo suo figlio quando aveva riscattato 4 milioni e 700 mila euro su un conto corrente svizzero (più altri per un totale di 7 milioni di euro) i magistrati lo avevano inchiodato.  Massimo veniva così arrestato e condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Per anni il figlio scapestrato di don Vito, quello più ribelle ma a lui più vicino, era passato alle cronache per le macchine di grossa cilindrata e le barche ormeggiate nel porto di Palermo. A tutti quel protagonismo aveva dato l’idea di sfidare la sorte con lo sprezzo incosciente di uno di quei figli della Palermo bene cresciuti all’ombra della mafia. A proteggerlo era sempre stato suo padre ma con la richiesta di arresto era chiaro che certi equilibri non c’erano più. Massimo davanti al suo avvocato sapeva bene di essere rimasto solo. Non si spiegava però le ragioni di tutto “quell’accanimento”. Diceva: “non riesco a capire perché” certe cose accadono solo adesso “dopo la morte di mio padre!” . Anche prima “tutto era a nome mio” comprese “le carte di credito” e “i 14 milioni (di vecchie lire) al mese per l’appartamento a Piazza di Spagna”.  “… Tutto alla luce del sole” anche gli incontri di suo padre con l’ing. Lo Verde, alias Provenzano, mentre era ai domiciliari a Roma. Forse l’ombrello di protezione di don Vito si era chiuso definitivamente. A tenerlo aperto non era bastato il contributo fornito ai carabinieri del Ros negli anni delle stragi. “Ho cercato di far arrestare Riina e ricompense non ne ho avute da nessuno”. Affermava Ciancimino “i pentiti collaborano per fare arrestare latitanti no? Io l’ho fatto prima con Falcone (…) poi l’ho fatto con i carabinieri ed è stato di domino pubblico a mio svantaggio… rischiando la vita!”. “Con quale spregiudicatezza la dott.ssa Buzzolani chiede il mio accompagnamento in un carcere … magari mi vuole mettere accanto a Bagarella? Sarebbe la sua felicità mettermi nel braccio di Bagarella e Riina… no?”. “L’ottanta per cento di sta gente ce l’ha con me o perché rubo (non pagando le percentuali pattuite dal padre alla mafia) o perché gli porto i carabinieri e lei mi ci vuole mettere … proprio in bocca al leone, mi voleva andare a mettere … mi vogliono tappare la bocca per sempre!”. Così Massimo Ciancimino si era sfogato con l’avvocato alla vigilia del suo interrogatorio di garanzia. Una conversazione che oggi non può essere utilizzata come prova nel suo processo (proprio perché si tratta di un colloquio riservato con il suo legale), ma che è stata prodotta ugualmente dalla difesa del Tributarista Gianni Lapis per poter “aiutare” la Corte (che a breve emetterà la sentenza d’appello) a inquadrare meglio una vicenda intricata emersa processualmente finora soltanto a metà. Dalla rosa di politici infatti che avrebbero beneficiato di soldi “extra” della Gas di don Vito l’unico a pagarne il prezzo alla giustizia è stato il solo Ciancimino e i suoi avvocati.
A uscire illesa da ogni accusa è finora la parte societaria del Prof. Ezio Brancato, che si è costituita parte civile al processo a carico di Lapis e Massimo Ciancimino il quale peraltro si è visto condannare al risarcimento di una penale a favore dei suoi ex soci. Una beffa inaccettabile per il figlio dell’ex sindaco di Palermo sempre più recalcitrante rispetto a una verità processuale incompleta. “Se una società è malata allora lo è tutta” aveva detto ad ANTIMAFIA Duemila lo scorso anno. “Chiedo solo un processo equo e di essere condannato per le cose che ho commesso, ma non voglio essere vittima di uno strabismo giudiziario che garantisce impunità a soggetti intoccabili”. Il riferimento è alla famiglia Brancato, legata al procuratore della Dna Giusto Sciacchitano attraverso rapporti parentali con il figlio, ex marito di Monia Brancato, erede della società dopo la morte del padre. Circostanze di cui i magistrati di Catania si stanno occupando nell’ambito di un’inchiesta nata sulla scia di questi fatti denunciati all’autorità giudiziaria da Massimo Ciancimino. Il quale, proprio nel colloquio del 2006 con il suo legale, concitatamente affermava di essere sotto ricatto. “Lo dirò – aveva detto Ciancimino - che mi hanno minacciato di tapparmi la bocca sull’affare Sciacchitano!”. Parole lapidarie confidate a un attonito avvocato e che giungevano dopo lo sfogo della moglie, stanca della prospettiva appena enunciata dal marito di proteggere i due soggetti. “Perché devi sempre proteggere tutti? No basta! Ne dobbiamo uscire… non si può vivere così … bisogna uscire da questa situazione. Non si protegge nessuno te lo dico. Basta!”. Ma perché Brancato e Sciacchitano avrebbero voluto il silenzio di Massimo Ciancimino? La risposta emerge dallo stesso dialogo tra il difensore e il suo cliente. Il vero prestanome di don Vito sarebbe stato proprio l’ex esponente democristiano, ed è per questo che Ciancimino si era preoccupato di non coinvolgerlo aspettando un aiuto che non era arrivato, in virtù di quel legame tra il suo socio e il figlio del procuratore. Così alla notizia dell’arresto Ciancimino si preparava ad affrontare il suo interrogatorio in Procura. “Se ti fanno delle domande nello specifico tu cosa rispondi?” gli chiedeva l’avv. Mangano. “Per esempio cosa potrebbero chiedermi?”. “Quando Ghiron ti dice: questa roba è tua!”. “Ah.. esatto.. mi riferisco ai quattro milioni e sette che Brancato mi doveva dare.. e che Lapis mi accredita lì.. perchè Lapis se li tiene qua.. i soldi di Brancato..”.  Ma il legale ha bisogno di un chiarimento. “Alla morte del Conte Vaselli – spiegava Ciancimino -  io vengo a sapere di essere proprietario di questo pacchetto di azioni in ..(inc.).. Brancato.. e di rivolgermi, se avessi avuto difficoltà, al Professore Lapis. E questo faccio. Il Professore Lapis ottiene il bonifico di Monia (Brancato).. sul conto di sua figlia.. e alcuni me li passa all'estero.. perchè a me servivano fuori.. e alcuni me li dà qua!”. Poi precisava: “interpreto le volontà di mio padre! Ora se non dobbiamo parlare di Brancato.. perchè come al solito debbo parare il culo..”. “Io te lo dico perché mio padre era socio”. Insomma prima di morire don Vito aveva stilato un testamento preciso e i patti che sarebbero dovuti essere rispettati soprattutto dal gruppo Brancato.  Per questo il ruolo del Prof. Lapis sarebbe stato quello di garantire il pagamento delle somme spettanti a Massimo Ciancimino da parte dell’altra compagine societaria.  Dopo la vendita della Gas agli acquirenti spagnoli era così partito un versamento di quasi cinque milioni di euro effettuato a mezzo bonifico bancario dalla Brancato sul conto della figlia di Lapis, che suo padre aveva accreditato sul conto svizzero Mignon, nella disponibilità di Ciancimino junior. Un’operazione che però le Brancato a processo hanno sempre giustificato come frutto di un errore contabile, convincendo i giudici e i magistrati del primo grado ad accogliere le loro tesi. Circostanza che ora appare più che mai ambigua alla luce della stessa intercettazione ambientale ricomparsa misteriosamente dopo innumerevoli sollecitazioni da parte di Massimo Ciancimino il quale, sapendo della sua esistenza, non l’aveva trovata nei documenti acquisiti del suo processo. Una vicenda che spingeva l’imputato a raccontare i particolari di quella storia a due magistrati della procura di Palermo, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Gli stessi che hanno convinto Ciancimino ad approfondire il capitolo sulla trattativa avviata nel ’92 con alcuni ufficiali del Ros e che adesso cercano la verità su quel rapporto con l’Arma dei carabinieri che autorizzò suo padre a fare da tramite per quel dialogo tra la mafia e lo Stato. Ora chissà se la Corte d’appello che sta processando Ciancimino avrà la stessa lungimiranza.


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