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News Il pentito Ignazio Gagliardo accusa il ministro Alfano

Il pentito Ignazio Gagliardo accusa il ministro Alfano

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di Maria Loi – 9 ottobre 2009
Palermo.
Il pentito agrigentino Ignazio Gagliardo ne ha una per tutti. A finire nel mirino anche il guardasigilli Angelino Alfano.




Nel verbale del 12 marzo 2009 depositato nella nuova inchiesta contro Totò Cuffaro, l’ex presidente della Regione Sicilia accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, Gagliardo ha raccontato: “In carcere abbiamo visto Angelino Alfano parlare in televisione e dire che la mafia fa schifo. Durante l’ora d’aria, Ciccio Mormina, Pasquale Fanara, Francesco Vella dissero che era un pezzo di m…A questo punto Giovanni Alongi, rappresentante della famiglia di Aragona, disse: “Il padre di Angelino mi ha chiesto voti per Angelino. Anche il padre di Alfano era un politico”. I commenti dei mafiosi ascoltati da Gagliardo in carcere sarebbero stati: “Facciamo schifo ora, non prima, quando ci chiedevano i voti”. Il Guardasigilli ha replicato sostenendo che “sono dichiarazioni senza fondamento” e che la mafia gli ha prima mandato proiettili e ora si affida a “veleni e dichiarazioni prive di alcun riscontro” per colpire il governo Berlusconi.
Il boss di Racalmuto parlando dei rapporti mafia - politica ha citato anche l’ex governatore Totò Cuffaro, l’Assessore regionale all’Agricoltura Michele Cimino e altri politici locali chiamati in causa presumibilmente per aver avuto appoggi elettorali dalle cosche agrigentine.
L’ordine di votare a destra nel 1994 secondo quanto ha riferito il collaboratore di giustizia era arrivato da Palermo: c’era da “stringere la cinghia”, ha sostenuto il pentito, perché ci sarebbe stato un accordo per l’abolizione del 41 bis e per modificare la legge sui pentiti. Però, dice Gagliardo, ora: “In carcere c’è malcontento nei confronti di Berlusconi. Parlando con Capizzi Paolo e Alongi Giovanni ho percepito la delusione, perché ha stabilizzato il 41 bis” facendo intendere che la mafia non si aspettava un trattamento del genere, in particolare l’aggravamento del carcere duro per i boss e gli uomini d’onore.