Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
News Rapporto Censis: 13 milioni di italiani convivono con la mafia

Rapporto Censis: 13 milioni di italiani convivono con la mafia

pisanu-giuseppe-web0.jpg

di Maria Loi - 1 ottobre 2009
Roma.
"In Italia a 150 anni dall’Unificazione nazionale, il divario Nord-Sud invece di attenuarsi aumenta. Le mafie nostrane sono cresciute a tal punto da costituire forse la principale causa e il principale effetto del mancato sviluppo di gran parte del Mezzogiorno"



Lo ha detto a Palazzo San Macuto il presidente della Commissione Parlamentare antimafia Beppe Pisanu dopo la consegna dell’ultimo rapporto del Censis sul  "Condizionamento delle mafie sull'economia, sulla società e sulle istituzioni del Mezzogiorno". Dall’indagine suddivisa in 7 capitoli è emerso che in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia è stata registrata una maggiore presenza delle organizzazioni criminali. Qui un comune su tre, per l’esattezza il 37,9% è impregnato dalla presenza mafiosa. Su 1.608 comuni, 610 hanno un clan o un bene confiscato, o ancora sono stati sciolti negli ultimi tre anni.
Se si considerano le singole regioni è la Sicilia ad avere la maggiore quota di comuni coinvolti (195, pari al 50% del totale); seguita dalla Puglia, dove 97 comuni pari al 37,6% del totale registra la presenza di organizzazioni criminali, dalla Campania (203 comuni pari al 36,8%) e dalla Calabria (115 comuni, pari al 28,1%).
Il record negativo lo segnala la provincia di Agrigento, dove 37 comuni, pari all’86% del totale, evidenziano un elemento di criticità, a seguire c’è Napoli dove il 79,3% dei comuni ha un indicatore di presenza della criminalità organizzata, ed infine Caltanissetta, in cui i comuni che presentano una indiscussa presenza di mafia sono il 77,3%. Va meglio invece ad Avellino e a Cosenza dove la criminalità organizzata sembra essere circoscritta ad alcune aree.
Dati impressionanti se si considera che 13 milioni di italiani, su un totale di quasi 17 milioni, in Campani, Puglia, Caloria e Sicilia convivono con le mafie. E’ coinvolto il 22% della popolazione italiana. <<A questo 22% corrispondono solo il 14,6% del prodotto interno lordo nazionale, il 12,4% dei depositi bancari e il 7,8% degli impieghi>> si legge nel rapporto. Infatti nel 2007 il Pil medio pro capite delle quattro regioni è il più basso del Mezzogiorno e il tasso di disoccupazione il più alto.
Non va meglio per i crimini di tipo mafioso. Su 26.900 reati di tipo mafioso denunciati in Italia nel 2007 la metà è stata commessa nelle quattro regioni a maggiore rischio. Un quadro “complesso e contrassegnato da un forte aumento delle estorsioni e delle intimidazioni; una contrazione delle denunce di associazione mafiosa, smercio degli stupefacenti e contrabbando”.
Ma se da un lato risulta raddoppiata e addirittura triplicata la percentuale degli imprenditori che segnalano l’aggressività del racket e dell’usura, il Censis parla di “ritardi e inefficienze dell’apparato pubblico che si presentano con caratteri più accentuati proprio nel Mezzogiorno. Un dato su tutti è quello dei reati contro la pubblica amministrazione che mostra come il 42% avviene nelle 4 regioni maggiori del Sud”.
Infine il Censis ha posto l’attenzione sulla penetrazione delle mafie a livello locale e nei settori più redditizi: le opere pubbliche, i finanziamenti comunitari, lo smaltimento dei rifiuti e la sanità. Una situazione che contribuisce a creare il divario tra Nord e Sud. Infatti ha denunciato Pisanu “Nell’assalto ai fondi pubblici si è rafforzata quella borghesia mafiosa, quella zona grigia che all’occorrenza manovra anche il braccio militare, ma normalmente collega il braccio polito- affaristico col mondo dell’economia, trasformando gradualmente “l’organizzazione criminale” vera e propria in un “sistema criminale integrato nella società civile”. “Gli indicatori sociali ed economici dimostrano che la Sicilia, la Calabria, la Puglia e la Campania, sono le 4 regioni più lontane dal resto del Paese con un Pil pro capite sotto il 75% della media europea e il 65,7% della media nazionale”.