Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
News Sgarbi, i Salvo e il garantismo - Pagina 2

Sgarbi, i Salvo e il garantismo - Pagina 2

Indice
Sgarbi, i Salvo e il garantismo
Pagina 2
Pagina 3
Tutte le pagine

Dalle carte giudiziarie

Allora leggiamo ciò che c’è scritto in una sentenza pronunziata dalla Corte di Assise di Trapani nel 1998. A proposito dei rapporti intrattenuti con Cosa Nostra dal pentito Francesco Di Carlo in sentenza c’è scritto: Egli, peraltro, ha avuto frequenti rapporti e contatti con “uomini d’onore” della provincia trapanese, essendo stato talvolta incaricato di recapitare dei messaggi a Mariano AGATE, a “Cola” BUCCELLATO (rappresentante di Castellammare del Golfo) e a “Totò” MINORE (boss della “famiglia” di Trapani); inoltre, aveva potuto incontrare nella loro veste di “uomini d’onore” molti altri esponenti del circuito mafioso della provincia trapanese quali “mastro Ciccio” MESSINA, Francesco MESSINA DENARO, Calcedonio BRUNO, Giovanni BASTONE, i cugini SALVO di Salemi, nonché gli imputati di questo processo BONAFEDE Leonardo, SPEZIA Nunzio, LEONE Giovanni, TAMBURELLO Salvatore, MANCIARACINA Vito, RISERBATO Antonino.

Il pentito Giovanni Brusca, nel relativo capitolo c’è scritto in sentenza: Egli, inoltre, ha ricostruito con grande precisione e ricchezza di particolari di ordine cronologico ed ambientale tutta la sua non breve vicenda criminale, iniziando col narrare che già a 14 anni provvedeva a rifornire dei pasti i latitanti RIINA Salvatore e BAGARELLA Calogero, ormai defunto. Nel 1977-78 fu formalmente affiliato alla “famiglia” di S. Giuseppe Jato, avendo come padrino proprio Totò RIINA. Pur essendo all’epoca un semplice “soldato”, ha poi riconosciuto che, grazie al prestigio acquisto e per la sua qualità di figlio di BRUSCA Bernardo e figlioccio di RIINA Salvatore, gli erano stati già allora attribuiti compiti di grossa responsabilità, quali appunto quelli di intrattenere i collegamenti con i cugini SALVO di Salemi, allo scopo di “aggiustare” i processi, in particolare quello concernente l’omicidio del Capitano dei CC. BASILE.

La sentenza affronta il capitolo riguardante il sequestro di Luigi Corleo, anni settanta, suocero dell’esattore Nino Salvo: L’importanza dell’accadimento criminoso non risiede soltanto nel riscatto richiesto (venti miliardi di lire, cifra invero considerevole nella realtà del tempo) o nella caratura del soggetto passivo – il quale risultava essere suocero di Nino SALVO, uno dei due potenti esattori di Salemi (l’altro era il cugino Ignazio) che, come si appurò definitivamente in seguito, erano legati a filo doppio con i vertici dell’organizzazione mafiosa – ma altresì nel fatto che tale evento, secondo la più condivisibile delle chiavi di lettura che dello stesso verranno offerte, segna un momento fondamentale nella strategia militare che portò Totò RIINA e i “corleonesi” a condurre (e a vincere) una feroce e sanguinaria “guerra di mafia” contro le tradizionali “famiglie” dei BADALAMENTI, BONTADE, INZERILLO, ecc. per la conquista della leadership in seno alla c.d. “Commissione” di «Cosa Nostra»….due sono le “correnti di pensiero” in ordine all’interpretazione dell’episodio criminoso de quo. Da parte di alcuni (ed è la versione avallata dal collaboratore Francesco DI CARLO e in parte anche da Giovanni BRUSCA) il sequestro di Luigi CORLEO fu voluto e realizzato da un gruppo di delinquenti comuni – la c.d. “banda Vannutelli” – i quali, dopo avere posto in essere un’identica impresa criminosa soltanto pochi giorni prima ai danni del professore agrigentino Nicola CAMPISI, realizzarono anche il delitto in oggetto, in evidente violazione della regola imposta da «Cosa Nostra» relativa al divieto di porre in essere sequestri di persona in Sicilia. In questa ottica, il ruolo assunto da «Cosa Nostra» – e partitamente dai “corleonesi” – fu quello di individuare ed eliminare ad uno ad uno i responsabili dell’azione criminosa; ciò al duplice scopo di riaffermare la violata autorità  dell’organizzazione mafiosa e, al contempo, di dare soddisfazione ai cugini SALVO, potenti e prestigiosi alleati delle “famiglie” mafiose al tempo dominanti. Secondo una differente chiave di lettura – che ha finito col prevalere tra gli organi investigativi (cfr. Rapporto giudiziario del Commissariato di Mazara del Vallo del 14 dicembre 1987 nonché testimonianze dibattimentali del Dott. Calogero GERMANA’ e del m.llo dei Carabinieri Bartolomeo SANTOMAURO) – responsabili del sequestro di persona furono proprio i “corleonesi”, i quali, in previsione della successiva scalata ai vertici di «Cosa Nostra», utilizzarono questo delitto, da un lato, per screditare e minare alla base il potere delle “famiglie” allora dominanti e, dall’altro, per cercare di portare dalla loro parte i SALVO, sino ad allora legati saldamente agli uomini della “vecchia mafia” (successivamente definita “mafia perdente”). In questa diversa prospettiva, il ruolo di RIINA e dei suoi fedeli fu quello di organizzare il sequestro, di farne ricadere la responsabilità su malavitosi comuni (i componenti del gruppo criminale facente capo a VANNUTELLI Vito), ed infine, per acquisire benemerenze presso i cugini SALVO e quale prima dimostrazione di fredda determinazione e di potenza militare, di eliminare a uno a uno i presunti responsabili. A dire il vero, questa tesi trovò conferma anche nelle dichiarazioni di alcuni dei “pentiti” storici di «Cosa Nostra» (BUSCETTA, CONTORNO, CALDERONE), sulla base delle cui dichiarazioni fu chiesto il rinvio a giudizio, in ordine al delitto in questione, anche di Totò RIINA, di Bernardo PROVENZANO e di Pino GRECO detto “scapuzzedda.

Dalla sintesi giornalistica

Fin qui gli accenni che si possono trovare in questa sentenza. La sintesi giornalistica che si può trovare scorrendo le pagine delle cronache giudiziarie, diversi libri, ci racconta che Nino Salvo con il cugino Ignazio hanno segnato l'epoca dei rapporti tra politica, mafia e imprenditoria. Un episodio che fece da spartiacque fu quel sequestro con il quale i corleonesi imposero al gruppo Salvo la loro presenza nei canali di finanziamento e riciclaggio e nei rapporti che i cugini intrattenevano con la politica, a partire da quello con Andreotti. La fazione dei Bontade si vide così imporre l'ingombrante entrata negli affari più lucrosi. Il povero Corleo non tornò dalla sua prigione anche se per il rilascio venne pagato un fortissimo riscatto. Su quel sequestro indagò a lungo un dirigente di Polizia, il vicequestore di Trapani Giuseppe Peri, che stilò un rapporto; secondo Peri, dietro il sequestro Corleo, ed altri rapimenti, c'era un preciso disegno politico-eversivo che legava Cosa nostra all'estrema destra. Peri venne allontanato dal suo posto, isolato e le sue indagini ridicolizzate. Morirà pochi anni solo e dimenticato.