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News L'Affaire Gas Spa: Gli ''obblighi'' di Brancato erano per Ciancimino

L'Affaire Gas Spa: Gli ''obblighi'' di Brancato erano per Ciancimino

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L'Affaire Gas Spa: Gli ''obblighi'' di Brancato erano per Ciancimino
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di Silvia Cordella - 26 aprile 2009
Lo aveva anticipato Massimo Ciancimino all’udienza del 23 marzo scorso a Bologna. Ora a confermare che le quote della Gas spa (Gasdotti Azienda Siciliana) riconducibili a suo padre erano in realtà rappresentate dal gruppo Brancato, parte civile al processo per riciclaggio, è Gianni Lapis.

Parlando di aspetti che finora erano rimasti nell’ombra, le dichiarazioni del professore tributarista, capofila del cinquanta per cento circa della compagine societaria dell’azienda, potrebbero offrire a questo punto una nuova visione dei fatti relativi agli affari del gas e agli investimenti della ditta “Ciancimino & co.” ponendo la vicenda sotto una nuova luce. Il Tema centrale riguarda il sistema tangentizio e la spartizione degli appalti pubblici che hanno caratterizzato la scena politica e imprenditoriale siciliana degli anni Ottanta. Un sistema collaudato da onorevoli, imprenditori e mafiosi di prim’ordine a beneficio di enormi interessi privati ottenuti con la speculazione dei finanziamenti pubblici erogati dalla Regione. Un meccanismo funzionante anche nella fornitura del gas nella quale Cosa Nostra guadagnava sulla cosiddetta “messa a posto” e sull’aggiudicazione dei lavori affidati ad imprese “vicine” o proprie. Si parla così di tangenti e mazzette che per centinaia di milioni delle vecchie lire sarebbero state ripartite sotto l’ombrello dell’azienda tra dirigenti e faccendieri grazie al contributo fondamentale di don Vito. Questi infatti, con la sua “influenza”, aveva fatto ottenere alla Gas l’appalto di metanizzazione a Caltanissetta arginando il pericolo del controllo mafioso, confinandolo – secondo quanto aveva già spiegato Massimo Ciancimino -  nella fase che caratterizzava l’acquisizione dei subappalti. Un compito che il professore di matematica di Provenzano avrebbe svolto per arginare l’arroganza dei corleonesi, soprattutto quella di Totò Riina con cui non andava d’accordo, proteggendo l’amministrazione aziendale da un suo intervento diretto.
In questo modo il tavolino dell’ “Affaire Gas Spa” era riservato a una certa classe borghese che formalmente non compariva ma che vi avrebbe partecipato attraverso quote occulte. Alcuni nomi eccellenti erano stati già snocciolati durante l’udienza bolognese. Mercoledì il Giornale di Sicilia ne ha riportato degli altri. Si tratta di indiscrezioni provenienti da stralci di interrogatorio a carico di Gianni Lapis e dell’avv. Giovanna Livreri, l’ex legale della Gas, sotto processo per truffa ai danni delle eredi di Ezio Brancato. Vi erano gli andreottiani Salvo Lima e Calogero Pumilia a cui spettava il 10 per cento ciascuno. Michele Fiore, il primo socio dell’azienda, aveva il 5 per cento mentre Vito Ciancimino che pretendeva il 15 per cento si accordò col 13,50. Ma le cointeressenze avrebbero riguardato anche Guido Brodato e l’ex senatore del Psi Pietro Pizzo (assolto in appello l’altro ieri a Marsala dall’accusa di voto di scambio con la mafia) che, riporta il quotidiano siciliano, “si sarebbe intestato (“lui o la moglie”) alcune proprietà di uno dei soci della Gas, Ezio Brancato”. La lista dei personaggi di primo livello però non finisce qui, molti omissis coprirebbero altri nominativi. Tra tutti, vi sarebbe anche quello del senatore Carlo Vizzini (Psdi, oggi Pdl) e dell’on. Saverio Romano, già sottosegretario al Lavoro del Governo Berlusconi. Ad entrambi sarebbero stati elargiti dei soldi. Al primo in qualità di socio segreto della Sirco Fingas, al secondo per ricompensarlo di un qualche intervento risolutivo.