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News D'Agati reggente a Villabate in nome dei Mandala'

D'Agati reggente a Villabate in nome dei Mandala'

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D'Agati reggente a Villabate in nome dei Mandala'
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di Aaron Pettinari - 14 marzo 2009
Palermo. “Un rompiscatole”. Così era definito Giovanni D’Agati da Nicola Mandalà.
 




A raccontarlo è stato il pentito Francesco Campanella: “Nicola Mandalà lo considerava un rompiscatole perché sostanzialmente gli stava sempre addosso per una quantità enorme di problemi per cui Mandalà ogni volta che per esempio eravamo in macchina e c’era Giovanni, mi diceva: io cambio sempre strada se no mi ferma e mi comincia a parlare di una quantità infinita di cose”.
Tuttavia è al vecchio padrino che era stata affidata la reggenza della famiglia. Aveva preso lo scettro immediatamente dopo l’arresto di Antonino Mandalà (marzo 2006), preceduto da quello di Nicola (gennaio 2005).
Un personaggio oscuro, che in passato aveva curato la latitanza di uomini d’onore importanti come Lorenzo Tinnirello, boss di Corso dei Mille, accusato di essere tra gli esecutori della strage di via D’Amelio. Tuttavia non godeva di buona fama all’interno di Cosa Nostra. A confermarlo anche Andrea Bonaccorso, un tempo gestore dei contatti con gli altri mafiosi per conto dei Lo Piccolo, che rivela ai pm: “Negli ultimi tempi c’erano delle lamentele perché non era ben visto da nessuno e quindi… Lo so perché i Lo Piccolo dopo è stato creato un appuntamento a Giardinello con altre persone di Villabate per cercare a lui di metterlo da parte”. Anche il collaboratore di giustizia Giacomo Greco conferma la “cattiva reputazione” del D’Agati: “… io veramente a lui l’ho conosciuto nel 2002 così quando era in gruppo di Nicola Mandalà… si diceva che lui neanche era buono per andare a buttare la spazzatura, cioè si teneva così, tanto per… ne parlavo io con Pastoia, era messo diciamo un po’ da parte, era per cose che si doveva magari interessare, cose se succedeva qualcosa con qualche ragazzo…”. Un ruolo in apparenza marginale che non gli ha impedito comunque di far carriera. Sicuramente gli arresti dei Mandalà prima, e dei vari Lo Piccolo e Capizzi poi, ne hanno favorito la scalata fino al vertice di Villabate. Del resto i propri rapporti con la stessa famiglia dei Mandalà sono più che stretti. Lo conferma l’informativa dei carabinieri datata 12 febbraio 2008. E’ a lui che questi si rivolgono per risolvere ogni tipo di pantonino-mandala-web.jpgroblema. Assidui erano soprattutto i contatti con Santa Carioti, moglie di Antonino Mandalà, che spesso chiedeva aiuto al boss per “dare una mano” al figlio Giuseppe Andrea per far firmare alcuni contratti assicurativi. Che ne dicano i pentiti Giovanni D’Agati godeva appieno della fiducia della storica famiglia di Villabate. Un’altra prova di questo legame profondo è anche la frequentazione, dimostrata dalle intercettazioni, tra lo stesso capofamiglia ed il tredicenne Antonino Mandalà, figlio di Nicola e Antonina Schillaci. Un rapporto che D’Agati cercava sempre di mantenere ben saldo assecondando ogni fabbisogno della famiglia. I soldi venivano consegnati mensilmente e a questi puntualmente si aggiungevano le spese alimentari che venivano effettuate presso il negozio “Sapori Genuini” di appartenenza dello stesso D’Agati tramite il sistema dei prestanome.

Il racket del pizzo 
Era soprattutto grazie alle estorsioni che D’Agati si occupava del mantenimento dei carcerati. Secondo l’accusa, gli uomini alle sue dipendenze erano Gioacchino La Franca, Nino Fumoso e Giovanni Montaperto. Decisive le intercettazioni e le rivelazioni del pentito Giacomo Greco che l’11 giugno 2008 racconta: “Gioacchino La Franca gli iava a ritirare u pizzu pi’ iddu, ci sono stato una volta pure io a ritirare un pizzo dal signor Bonanno (un negozio di giocattoli in corso dei Mille ndr)”. Un estorsione che, secondo il pentito, fruttava 1500 euro a Pasqua e a Natale in pezzi da 500 euro. Tuttavia la gestione del pizzo aveva provocato non poche lamentele: “Me lo ha detto Gioacchino La Franca – continua Greco - Perché li da alla famiglia Mandalà e a Ezio Fontana solo i soldi, poi non ne dà più a nessuno….a Michele Rubino non c’ha mandato piccioli mai a nessuno degli altri….2000 euro al mese”.




I fratelli Di Peri e l’affare scommesse

“Punto Snai Web” e “Intralot Giochi” di Villabate. Sono queste le due attività, affianco alla “Sapori Genuini” coinvolte nel giro d’affari mafioso. Attività “pulite” dove investire i grandi liquidi provenienti dalle attività illecite della famiglia. Entrambe sono state sottoposte a sequestro dal Gip Pasqua Seminara nell’ambito dell’operazione “Senza Frontiere” su richiesta dei pm Nino Di Matteo e Lia Sava. Le scommesse per Cosa Nostra garantiscono un veloce giro di denaro, con la possibilità di reperire con certezza ingenti ricavi, senza generare sospetti. Entrambi i centri sono ritenuti dagli inquirenti come proprietà del boss Giovanni D’Agati, capo del clan di Villabate già arrestato nel ’94 assieme al latitante Lorenzo Tinnierello, e di Maurizio e Davide Di Peri, figli di Giuseppe Di Peri ucciso nella faida di Villabate del ’95. Le agenzie erano intestate a prestanome. La prima gestita da Fabio Ribera, la seconda da Salvatore Arena, Marco Arena e da Giampiero Alaimo. Grazie alle intercettazioni si sarebbe tracciato il quadro dell’intera vicenda. I Di Peri, famiglia storica di Villabate, tramite il Ribera avrebbero gestito nel Punto Snai conti del gioco di diverse società concessionarie. Sempre i Di Peri avrebbero cercato di espandere la propria attività economica creando la nuova agenzia (Sagi Giochi srl). D’Agati, a causa di alcuni contrasti nati con quest’ultimi, avrebbe estromesso gli stessi dalla gestione della “Intralot Giochi”, favorendo l’ingresso di Salvatore Arena, presidente della squadra di calcio d’Eccellenza nicola-mandal-web.jpg“Splendore Villabate”. Questi si sarebbe dovuto occupare di individuare soggetti fidati a cui intestare il nuovo punto di raccolta per scommettitori. Secondo le indagini, il 14 gennaio dello scorso anno, venne cambiata la denominazione della società in Plasmate srl e le quote vendute a Marco Arena e Giampiero Alaimo, figlio e genero di Salvatore Arena. Secondo l’accusa però il grande manovratore dell’operazione era sempre il boss D’Agati che, come dimostrato dalle intercettazioni, entrava nei dettagli di ogni “operazione commerciale”.

Villabate – Usa. Un filo diretto mai spezzato

Lo dicono chiaramente gli inquirenti. “Le indagini hanno accertato l’esistenza di intensi rapporti della famiglia di Villabate con esponenti di spicco di Cosa Nostra a New York, finalizzati anch’essi al reinvestimento di capitali illeciti in attività commerciali sul territorio americano”. Già in passato le operazioni “Old Bridge” e “Grande Mandamento” avevano svelato i rapporti intensi tra Cosa Nostra siciliana e quella americana, fino al ritorno degli “scappati” che portò anche ad alcuni contrasti interni tra le famiglie di Palermo. Il legame con gli Usa non si è mai reciso e presumibilmente continua ad essere molto saldo. Era il novembre 2003 quando il latitante Gianni Nicchi, oggi capomandamento di Pagliarelli, e Nicola Mandalà partirono per l’America per contro di Bernardo Provenzano. Una trasferta che si ripete nel 2004 con Mandalà accompagnato da Nicola Notaro ed Ignazio Fontana. L’FBI scoprì il giro d’affari che si stava consumando con il boss Frank Calì, in un affare di distribuzione di prodotti alimentari in America, con tanto di accordo esclusivo con la multinazionale Nestlé. La Heskell international trading (così si chamava la società) secondo gli investigatori sarebbe stata finanziata con i soldi provenienti dal traffico di droga. Dalle carte di “Senza Frontiere” il legame con gli Stati Uniti è dato da Maurizio Cuppari, uno dei presunti prestanome di Giovanni D’Agati. Questi nel proprio passato gestiva un affare con una società americana che si occupa di import-export di perle australiane. E’ questa l’unica traccia contenuta nel documento. Visti i rapporti di fiducia tra i Mandalà e il D’Agati ed i numerosi interessi oltreoceano da parte dei primi ecco che si apre un nuovo filone d’indagine su cui la Procura sta lavorando con massimo riserbo.