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News Affari di Famiglia - Pagina 2

Affari di Famiglia - Pagina 2

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Affari di Famiglia
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Dietro la figura del Brancato nei suoi verbali si accenna agli interessi di Lima. Ci può spiegare questo passaggio?

Sì, anche Lima aveva i suoi interessi. Ma comunque tutto l’assetto politico si collocava dietro l’ingegner Brancato perché in effetti l’idea di questa società era ed è sempre stata la sua. Il professor Lapis rappresentava di più l’aspetto finanziario anche per il suo ruolo all’interno della Sicilcassa e di altri istituti di credito siciliani dove aveva una grandissima influenza. Infatti c’è una sentenza del Tribunale del Riesame in cui si dice che la società è cresciuta soltanto grazie all’apporto dell’autofinanziamento. Come dice il Riesame “non c’è stata mai un’immissione di capitali, per i quali Vito Ciancimino abbia subito condanna per 416 bis”, si è sempre auto finanziata grazie a benevoli agevolazione bancarie.

A chi dice che nella Gas c’erano i soldi di Provenzano lei cosa risponde?

Questo lo escludo sicuramente. Provenzano aveva interessi diretti nelle imprese preposte alla realizzazione dell’opera di metanizzazione. La Gas non era una società che eseguiva lavori ma una commerciale che li commissionava a terzi. Dai rapporti infatti emerge che il 90 per cento delle ditte subappaltanti erano legate a Provenzano. Parliamo dell’impresa di Cannella, Pastoia e altre alle quali ovviamente oltre ai lavori spettava un 2%. 

Secondo i giudici il patrimonio di Vito Ciancimino è cresciuto a dismisura grazie al suo personale ed esclusivo rapporto con Provenzano, attraverso il quale riusciva ad aggiudicarsi i grandi appalti.
Mio padre cercò di tenere il più lontano possibile i mafiosi dall’interesse diretto nelle società, infatti si era sempre opposto al modo di fare di Riina. Per esempio nella vicenda della Nissena gas aveva tracciato un confine tra quello che era l’azienda e quello che erano le imprese che dovevano eseguire i lavori.

È stato condannato per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e tentata estorsione. Sono pesanti accuse, come si difende? 

Se io avessi saputo che il denaro datomi dal dottor Lapis, per una quota spettante a mio padre dopo la vendita alla Gas Natural, non era lecito, sicuramente non sarei stato così incosciente da versarli in un conto dove in seguito sono state emesse carte di credito a mio nome e dove ho operato con  bonifici diretti sempre a mio nome. Le dico di più. Basta leggere gli atti per vedere come nel giugno del 2005 (avevo già ricevuto l’avviso di garanzia per riciclaggio con l’aggravante dell’art.7, cioè per aver favorito Cosa Nostra), venduta l’imbarcazione di Nonno Attilio (comprata con rimesse dirette dal conto Mignon) non ho preso il totale della vendita della barca e l’ho portato via. Credendo di agire nel bene ho comprato sotto inchiesta un’altra barca versando 100 mila euro in contanti nel mio conto (frutto della vendita) ed emettendo regolare assegno circolare, come da legge, nei confronti della società che mi vendeva la barca.
Se avessi voluto occultare qualcosa sarei ricorso ad un minimo di accortezza che mio malgrado avevo visto usare negli anni precedenti a mio padre. Non sono un cultore della materia ma il riciclaggio dovrebbe essere un reato che colpisce chi intende nascondere la provenienza del denaro. Tutto questo con i miei comportamenti non c’è mai stato. Lo stesso giudice di primo grado il dott. Sgadari stabilisce che il reato di riciclaggio a mio carico non nasce al momento della consegna del denaro da parte del dott. Lapis alla mia famiglia, anche perché il processo si sarebbe dovuto svolgere a Milano per competenza, visto che la vendita della Gas è avvenuta a Milano. Quella lui la giudica una riappropriazione. Il reato avviene da quando inizio a spendere.

Si dice che dietro le sue dichiarazioni in realtà ci sia una regia occulta che verte in qualche modo a favorirla nel suo processo d’Appello e a renderla più credibile di fronte ai magistrati che la stanno interrogando nell’ambito di altri delicati processi. Come risponde?

Dico che le mie dichiarazioni non mi favoriscono affatto, anzi aggravano la mia posizione processuale perché sono rivelazioni che sicuramente escludono una mia assoluzione in quanto, a differenza del giudizio di primo grado, ammetto, dando ragione parzialmente ai pentiti e all’iniziale impianto della Procura, di aver gestito per interposta persona di mio padre le quote della società del gas.
Per il resto rispondo che non ci sono grandi interessi nel voler essere protagonisti di questo tipo di vicende. Per questo infatti sono stato costretto a lasciare Palermo nel completo silenzio delle istituzioni. Purtroppo collaborare in questa città non aiuta. Per questo chi mi sta vicino, come un ronzio all’orecchio, continua a ripetermi “ma chi te l’ha fatto fare”. 

Quanti hanno speculato sotto l’“ombrello” di Ciancimino? 

In tanti, ed è per questo che penso che se una società è sana allora lo è tutta altrimenti non lo è per niente. Qua ci sono figli che non sono stati coinvolti, altri invece che lo sono stati e altre persone, secondo me estranee, che sono state ingiustamente implicate. Purtroppo, come ho già detto in una precedente intervista, a Palermo buoni o cattivi si nasce. Chi ipotizza regie occulte sulla mia presunta collaborazione è la parte civile che cura gli interessi della famiglia Brancato. Contro di loro non ho niente ma anche loro come me hanno ereditato l’azienda dal padre. I fatti sono questi. Non ho terze finalità se non quelle di fare chiarezza per ridare una visione più ampia rispetto agli atti di primo grado e alla mia persona. 

Ma l’accusa di estorsione nei confronti dei Brancato da cosa nasce? 

Mi hanno contestato il fatto che volevo impedire che la Brancato rientrasse in possesso del proprio denaro. Cosa è successo? Il 14 gennaio del 2004, dopo la vendita della società, Brancato bonifica nei conti della figlia di Lapis 4 milioni e sette (cifra che Lapis metterà a disposizione di Ciancimino in un conto svizzero, ndr). A distanza di un anno, due giorni dopo il mio avviso di garanzia del 2005, la Brancato rivuole indietro il denaro giustificandosi che si trattava di un bonifico sbagliato relativo a un conteggio con il prof. Lapis. In realtà per la rintracciabilità dei movimenti bancari aveva paura di essere coinvolta nell’inchiesta. Da qui è nata la vicenda della tentata estorsione nei confronti della famiglia Brancato.
    
Qual è l’augurio che farebbe a se stesso in questa vicenda?

L’augurio è quello di riuscire ad essere giudicato per fatti che ho commesso e non per le colpe di mio padre. Spero che, almeno per l’interrogatorio di domani si scordino dei fatti per cui è stato condannato mio padre. Non dico purtroppo ma per fortuna non appartengo più né a caste né a famiglie ma vedo che la logica di questi poteri funziona ancora a Palermo e anche altrove. Alla fine il mio augurio è che si possa riscrivere la verità su questa vicenda.