Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
News Affari di Famiglia

Affari di Famiglia

Indice
Affari di Famiglia
Pagina 2
Tutte le pagine

ciancimino-massimo-web.jpg


di Silvia Cordella - 12 dicembre 2008

Processo a Massimo Ciancimino: Porte serrate e intimidazioni nel giorno del suo esame.
Nella “Gas” l’ombra di “Don” Vito era una garanzia



Si è celebrata a porte chiuse dinanzi alla quarta sezione del Tribunale di Palermo l’udienza che oggi ha visto deporre Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, condannato in primo grado a  5 anni e 8 mesi per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e concorso in tentata estorsione. Era stato l’imputato alla scorsa udienza a chiedere il permesso alla Corte di far entrare in aula la stampa ma il Presidente si era riservato di decidere perché alcune delle parti non avevano dato il consenso. Oggi l’udienza si è svolta nella mattina, senza la presenza dei giornalisti e dopo un inquietante atto intimidatorio di cui Ciancimino è stato vittima. Due persone con indosso capellini che ne coprivano il volto hanno citofonato nella sua casa di Palermo presentandosi come poliziotti e lasciando, davanti alla porta d’ingresso, una scatola contenente una bomboletta di propano e una siringa piena di benzina. L’episodio, denunciato subito alla polizia, sarà ora oggetto di verifiche ma i giudici si sono già riservati di decidere sulla possibilità di ascoltare l’imputato alle prossime udienze in altra sede, per motivi di sicurezza. In questo clima,  Massimo Ciancimino si è recato a Palazzo di Giustizia per rispondere alle domande che lo stesso Presidente della Corte Rosario Luzio e il suo consigliere Renato Grillo gli hanno posto riguardo gli affari legati alla società del gas di suo padre.

Un tema da cui sono affiorati nei mesi scorsi fatti nuovi negli interrogatori resi dall’imputato ai magistrati della Procura di Palermo i pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, che lo hanno sentito sulla “trattativa” nell’ambito del processo Mori – Obinu per la mancata cattura di Provenzano.
Abbiamo raggiunto telefonicamente Massimo Ciancimino il giorno prima dell’udienza.

Sig. Ciancimino perché parlare proprio adesso?
Per senso di dovere ho trovato opportuno riferire alla Corte che mi sta giudicando gli stessi fatti di cui ho raccontato ai dottori Ingroia e Di Matteo emersi durante interrogatori relativi ad altre delicate inchieste in corso. Per espressa volontà degli stessi pm, sin dall’inizio, si era cercato di evitare domande che potessero riguardare il mio giudizio, cosa che anch’io e i miei legali avevamo condiviso.
Purtroppo, a causa di argomenti troppo connessi al mio processo questo non si è potuto evitare. Così, come mi era già stato prospettato all’inizio nel caso fossero scaturiti episodi nuovi, gli atti sono stati depositati alla Procura Generale ed è anche per questo che ho ritenuto giusto riferire le stesse cose a chi in questo momento è preposto al mio giudizio in Corte d’Appello.

Perché fare dichiarazioni a pm estranei al suo processo?
Lo dovevo ai magistrati che mi stanno interrogando, cui ho dato massima fiducia raccontando loro la verità e anche perché il clima, rispetto a quando ero stato sentito in passato, è un altro. Non c’è nessun pregiudizio, nessun dogma di colpevolezza per nessuno. C’è la massima tranquillità sull’analisi dei fatti. Allora invece, sin dalle prime battute, avevo visto che si voleva per forza segnare la lista dei buoni e dei cattivi.

Perché la decisione di collaborare non è arrivata prima, durante il processo di primo grado?
So che è una domanda che sorge spontanea. In quel periodo ero “ostaggio” di una carcerazione preventiva che giocava un ruolo fondamentale nella scelta del rito. Ovviamente nel momento in cui questo processo avrebbe dovuto richiedere un esame molto più attento di fatti, testimonianze e persone, avremmo dovuto per forza scegliere quella che era la fase del rito ordinario. Ma tale scelta non poteva andare d’accordo con quelle che erano le esigenze, prima della mia famiglia e in secondo luogo le mie perché, come mi avevano detto, si sarebbe prolungata la mia la carcerazione preventiva. In questa fase delicata in cui era stata avviata su di me un’altra inchiesta per associazione mafiosa e sui miei fratelli per riciclaggio e intestazione fittizia di beni (entrambe archiviate) non mi sembrava vi fosse una grandissima volontà dell’accertamento dei fatti. Nel merito posso solo dire, in quanto si tratta di argomentazioni riservate oggetto d’indagini, che c’è chi mi ha detto che mi conveniva fare questa scelta per non infangare il buon nome della società e anche perché avrei avuto solo dei vantaggi.

Queste nuove dichiarazioni chi e che cosa riguardano?

Si riferiscono a questa presunta società del Gas di mio padre legata al gruppo dell’ing. Brancato e al gruppo del prof. Lapis. Inizialmente si chiamava Nissena Gas, poi con l’espansione in altri comuni ebbe vari nomi. Già nell’83 Brancato e Lapis erano interessati a collegare alla rete del metano altre città. Il salto di qualità avvenne però a Caltanissetta, una città climaticamente molto fredda, con un grande consumo di metano e con un grandissimo polo industriale da servire.
In quel caso ci fu l’intervento diretto di mio padre. Ricordo che Lapis e Brancato si recarono a casa mia per chiedere un intervento risolutivo su un appalto. La situazione fu sistemata da mio padre, paradossalmente in maniera lecita, facendo in modo che l’offerta più vantaggiosa per il comune di Caltanissetta fosse quella del gruppo “Brancato-Lapis”. Tutto ciò a discapito dell’impresa di Ricottone (già sottoposta a vari giudizi per mafia) la quale, per conto di altri interessi, era già d’accordo per aggiudicarsi la gara.

Quindi oltre a lei e Lapis anche l’altro socio ha sempre lavorato sapendo del ruolo di Vito Ciancimino?
Sì, anche se loro lo escludono. Vede, un amministratore che per ventisette anni ha gestito la società sostenendo che era all’oscuro dell’influenza di mio padre nonostante sapesse di tangenti  destinate alle imprese subappaltanti, imprese che venivano scelte sotto indicazione, sembra incredibile.
Nell’ordinanza si legge che “le società del gruppo Gas sono state gestite da Ezio Brancato e, successivamente alla sua morte, dai suoi eredi. La stessa Sig. D’Anna ha dichiarato di aver curato personalmente le trattative nel settore anche dei subappalti e dei fornitori.
Inoltre esiste un processo che si sta celebrando nel più completo disinteresse e che riguarda l’avvocato Livreri, accusata di truffa ai danni della Brancato. Pare infatti che le eredi del socio di Lapis sapendo d’indagini in arrivo sulla Gas (vedi inchiesta “Report 2004”) si erano rivolte a questo legale per evitare un mandato di cattura con spiacevoli risvolti processuali. A tal fine la signora Brancato e la figlia avrebbero versato circa 600 mila euro. Lungi da me esporre un giudizio morale su questo comportamento, ma se una persona è disposta anche a pagare per evitare un’indagine questo, a prescindere che da una parte ci sia una truffa, è indice di qualcosa, no? 

Quant’era la quota di Brancato?
Aveva il 49 per cento e al momento della vendita ha incassato circa 55 milioni di euro. Quindi da qui mi chiedo come, sempre secondo quanto dice la dott.ssa Brancato, avrebbe potuto da sola giungere alla vendita non essendo in possesso della maggioranza. D’Anna Maria infatti ha dichiarato che della vendita della società si sono occupate principalmente lei e sua figlia. “In precedenza – ha riferito la signora Brancato - avevamo avuto varie trattative con operatori del settore ma gli accordi non si sono realizzati per vari motivi e anche per peculiari comportamenti del professor Lapis. Quando sono arrivati gli spagnoli siamo stati contattati da un ingegnere che era un amico di mio marito e abbiamo gestito tutto io e mia figlia per evitare che Lapis ci intralciasse con la sua indecisione. Tra l’altro il Lapis non è molto esperto del settore del Gas – ed ancora - non ha avuto un ruolo gestionale né operativo”. E allora vorrei capire questo: se, secondo l’accusa che mi condanna in primo grado, tutto il resto del gruppo riferibile a Lapis, ovvero Campodonico che è l’altro socio, è di mia proprietà, come fa lei ad arrivare alla vendita senza la mia volontà o quella di Lapis?