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News ''Un mafioso non puo' essere un buon padre''

''Un mafioso non puo' essere un buon padre''

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di Aaron Pettinari – 26 ottobre 2008

Il tribunale per minorenni di Reggio Calabria cancella la patria potestà a Giuseppe De Stefano, ricercato della ’Ndrangheta.




È un provvedimento speciale in quanto solitamente riservato solo a chi è condannato in via definitiva all’ergastolo. Richiesto dai magistrati della Dda di Reggio Calabria e accolto dal tribunale per i minorenni del capoluogo calabrese il quale, fatto storico, ha stabilito che De Stefano, latitante da quattro anni, può «determinare l’asservimento dei figli alle logiche di conservazione e di predominio del potere mafioso». E per questo non può mantenere l'affidamento dei figli – entrambi concepiti durante la sua latitanza - che da oggi in poi passerà totalmente nelle mani della moglie Fiorenza.
L’ingresso nel mondo della criminalità infatti, si legge nel documento, può avvenire «anche per incolpevole discendenza familiare e successivamente perché irretiti e intrappolati nelle dinamiche criminali, caratterizzate da omertà e sudditanza, prima ancora di avere potuto sperimentare mondi alternativi». Ancora: i figli dei mafiosi vivrebbero «in uno stato di autentica permanente schiavitù». «Educare è un dovere, oltre che un diritto, e lo Stato che constati il carattere pregiudizievole all’educazione dei figli di determinati contesti familiari ha il dovere di intervenire». Il testo continua: «I figli sono patrimonio umano dell’intero Paese e ai genitori non è consentito di fuorviarli dal solco tracciato a loro tutela dalle leggi e dalla Costituzione italiana».
Il documento, del quale parla il settimanale Panorama nel numero in edicola, è stato sottoscritto dal procuratore aggiunto Salvatore Boemi e dai sostituti Nicola Gratteri, Roberto Di Palma, Domenico Galletta e Giuseppe Lombardo. «Il risultato che abbiamo ottenuto è parziale, ma importante – ha sottolineato in merito la procura -. Per la prima volta è passato il concetto che un padre latitante è un cattivo padre». Tuttavia, è la conclusione, «sappiamo di avere ancora scogli da superare (quello delle mogli, per esempio, che per prime trasmettono ai figli la cultura mafiosa ndr.) ma non disperiamo».