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Primo piano Ciancimino: ''Una spada di Damocle pende sulla mia testa''

Ciancimino: ''Una spada di Damocle pende sulla mia testa''

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di Silvia Cordella - 16 ottobre 2008

Il figlio di don Vito chiede di far luce su un fascicolo scomparso e pretende un processo equo. A Palermo prosegue l'appello per il testimone chiave della "trattativa".






E' stata rinviata al 30 di ottobre l'udienza del processo d'appello che, di fronte alla quarta sezione del Tribunale di Palermo, vede Massimo Ciancimino imputato di riciclaggio, intestazione fittizia di beni ed estorsione per aver gestito i soldi del padre attraverso le società del gas. Il Collegio presieduto da Rosario Luzio (consigliere relatore Renato Grillo), avrebbe dovuto decidere oggi se ammettere la richiesta avanzata dalla difesa di Ciancimino junior e dei suoi coimputati, relativa all'acquisizione di alcuni fascicoli da integrare a processo. Si tratta di intercettazioni che non sono rientrate nel faldone 12021/04 per riciclaggio poiché, a detta dell’imputato, gli sarebbe stato detto che non erano riuscite. Tuttavia Ciancimino e i suoi legali ne avevano trovato uno stralcio nel decreto di archiviazione del suo processo per mafia.
In queste conversazioni registrate il figlio del celebre don Vito manifestava al suo legale l’ intenzione a raccontare tutta la verità sulle vicende relative all'inchiesta del gas.
Abbiamo raggiunto al telefono Massimo Ciancimino che, in attesa dell’inizio di questa nuova fase del processo, ci ha spiegato l’entità delle strane anomalie.
«Io sto chiedendo – ha detto Ciancimino - che tutto il materiale - frutto di un’attenta indagine, non lo metto in dubbio, dei pm e dell’autorità investigativa- sia estendibile e a disposizione delle parti. Io non chiedo di acquisire qualcosa di un altro processo. Io sto chiedendo che tutti gli atti del mio processo in cui sono stato già condannato in primo grado dal dott. Sgadari per intestazione fittizia, per riciclaggio e un episodio di estorsione, siano a disposizione dell’accusa e della difesa. Ora spetterà al Procuratore generale e alla Corte valutare e prendere visione di tale materiale».
Secondo Ciancimino, il fascicolo con le conversazioni registrate era emerso «dall’ordinanza di proscioglimento» che aveva riguardato lui (per il reato di mafia) e i suoi fratelli (per intestazione fittizia, ndr). La questione era anche stata oggetto di un esposto alla Camera Penale (come si può vedere nel sito www.camerepenali.it) trattandosi di intercettazioni tra cliente e avvocato.
«Una delle conversazioni più importanti – ha ribadito Ciancimino - secondo la mia e le altre difese riguardava la fase che precedeva il mio primo interrogatorio davanti al gip. In quella occasione, stanco di tutta questa vicenda, esternavo al mio legale “di dire tutta la verità”.» Richiesta che i suoi avvocati gli sconsigliarono poiché così facendo si sarebbe stravolto tutto l’impianto del processo. Un procedimento basato sul patrimonio di Vito Ciancimino costituito dalle sue svariate società che hanno reso grandi fortune anche ad altri soggetti rimasti però fuori dalle indagini. Ed è proprio su questo aspetto che Ciancimino Junior punta il dito. «Si sostiene che la società di cui mio padre (sarà stabilità la responsabilità) aveva un interesse è cresciuta alla sua ombra e all’ombra di altre situazioni. Questo come impianto accusatorio può anche reggere ma credo sia giusto che venga giudicata e processata tutta la società e non solo uno o due personaggi». «L’altra parte della società che, vorrei precisare, ha sempre gestito le vesti di amministratori, non di semplici soci, cioè coloro che da vent’anni hanno sempre avuto a che fare con imprese, subappalti, è stata considerata, si legge nella sentenza, all’oscuro di tutto. Mi riferisco agli eredi dell’amministratore che sono la moglie e il figlio. Purtroppo il messaggio è sempre uno. Se ti fai i fatti tuoi hai sempre da guadagnare e lo dimostrano ben 52 milioni di euro che loro hanno in tasca chissà dove». «Ciò – ha detto - è sintomo di uno strabismo investigativo e giudiziario che non accetto. Tutto ciò mi fa paura ancora più degli attentati perché mi rendo conto che a Palermo ancora non si riesce a fare chiarezza su tante cose. Perché ancora comandano protettorati e famiglie. E fra tanta gente accusata della stessa cosa alla fine ne viene tirata fuori soltanto una: la più debole di tutti. Questo non è giusto!».
Quindi «devo cercare di interpretare tutti i messaggi che mi arrivano».
Ciononostante Ciancimino continua il suo cammino di collaborazione con lo Stato, intento a rivelare ai magistrati che lo stanno interrogando nuovi retroscena sul capitolo della trattativa.  Ma, aggiunge, se non fosse per la fiducia che ripongo in questi magistrati non sarei così propenso a parlare. «Lo Stato l’ho visto entrare e uscire  molte volte da casa».
«Da tutta questa storia – ha osservato - non voglio trarre benefici», al contrario «con la mia dichiarazione ho pure appesantito la mia posizione processuale. Ma chi pensa che io voglio cercare vantaggi è ben lontano. Sono altri che hanno avuto benefici non certo io». Infatti ha sottolineato «“Massimo Ciancimino” è l’unico dei 5 figli condannato perché ha usato i soldi del padre. Gli altri non sapevano. I figli di Brancato non sapevano, tutti non sapevano.”
Forse qualcuno dirà: «Ma chi è Ciancimino? E’ quello che ha parlato con i carabinieri? Imparerà a farsi i cavoli suoi la prossima volta». «Ora ho sulle spalle il doppio della condanna di mio padre e una misura di prevenzione sulla testa che mi definirebbe (insieme solamente a un altro a Palermo) “un soggetto altamente pericoloso”».

Silvia Cordella



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