Archivio Antimafia Duemila

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Primo piano Il boss di Belmonte accusa Romano: Era il nostro candidato

Il boss di Belmonte accusa Romano: Era il nostro candidato

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di Silvia Cordella - 21 ottobre 2011
Non bastano le intercettazioni con il tributarista Gianni Lapis e l’inchiesta per corruzione aggravata legata alla “Spa” di Ciancimino, ad aggiungere altra carne al fuoco sul conto dell’on. Saverio Romano, come pubblica oggi “L’Espresso”, sono le dichiarazioni del pentito di Belmonte Mezzagno Giacomo Greco.


Il collaboratore non è uno sconosciuto ma il genero del boss Francesco Pastoia, il capomafia di Belmonte (morto suicida in carcere dopo una prima collaborazione con la giustizia) che a lungo ha curato gli interessi e la latitanza di Bernardo Provenzano.
Avrebbe detto Greco: alle elezioni politiche del 2001 le famiglie Mandalà di Villabate e quella di ‘Ciccio’ Pastoia “si interessarono per far votare Saverio Romano”. Un ordine arrivato per la “necessità” di portare il candidato in Parlamento per il quale si sarebbe mosso tutto il clan. Secondo il settimanale, Romano e Pastoia si conoscevano bene, entrambi erano dello stesso paese e il boss avrebbe evitato di farsi vedere in pubblico con il candidato per non “bruciarlo” politicamente. Per questo i rapporti con lui sarebbero stati mediati sussessivamente da Nicola Mandalà, il capo di Villabate. Romano venne poi eletto ma, avrebbe ricordato Greco, dopo tre anni quella nomina non portò gli effetti sperati e così nel 2004, Pastoia progettò un attentato incendiario ai danni del padre di Romano nella sua casa di Belmonte Mezzagno”. “Pastoia – avrebbe aggiunto il pentito – mi spiegò che Nicola Mandalà ce l’aveva con Romano perché non aveva mantenuto gli impegni”. Alla fine comunque tutto finì nel vuoto. Troppe telecamere del Ros in giro e per evitare il rischio di qualche arresto non se ne fece più niente.
Il nome dell’on. Romano in verità non è la prima volta che affiora nelle indagini di mafia e corruzione. Già i pentiti Lanzalaco, Siino, Campanella e Lo Verso hanno parlato del suo modo di far coincidere gli affari con la politica, concordando l’aiuto con i mafiosi. Più volte Romano è stato sul punto di varcare la soglia del rinvio a giudizio ma negli ultimi anni la sua posizione è sempre stata archiviata. Troppi racconti discontinui, poche le prove da utilizzare per affrontare un processo, tanto che anche la stessa Procura si è di recente pronunciata per l’archiviazione. Poi la svolta: prima, le intercettazioni tra lui e il tributarista Gianni Lapis (per le quali la Camera deve pronunciarsi nei prossimi giorni per consentirne l’utlizzo), che sembrano far affiorare un vero “comitato d’affari”, da cui Romano avrebbe intascato grosse tangenti in cambio di agevolazioni ministeriali in favore della società del Gas della famiglia Ciancimino. Dopo, le dichiarazioni di Greco, a cui i magistrati sarebbero arrivati grazie a un rapporto dei carabinieri di Belmonte Mezzagno risalente al 1997, quando un gruppo di uomini era stato schedato mentre discuteva in piazza. Niente di strano fino a che non si sono accorti che i nomi elencati dai militari in servizio erano proprio quelli dell’allora avvocato Saverio Romano, Giacomo Greco e dell’imprenditore Pietro Maiorana, ucciso poi nel 2000. Da lì l’interrogatorio al pentito di Belmonte il quale, sollecitato dai pm, avrebbe detto di non ricordare il tema della discussione ma di sapere che Pastoia conosceva bene Romano in quanto suo compaesano e che Pastoia avrebbe investito sulla sua carriera parlamentare.
Una designazione di cui Francesco Campanella, ex “braccio” politico della cosca dei Mandalà, aveva già raccontato ai magistrati nel 2005, in occasione dei vari processi in cui era stato chiamare a testimoniare. “Nella campagna elettorale del 2001 -  aveva detto il pentito  - il sostegno a Romano fu totale”. “Mi ricordo – aggiunse -  che dopo le elezioni Romano, credo lo stesso giorno o qualche giorno dopo, passò a Villabate a ringraziare. A quell’incontro che credo fu organizzato in un bar c’erano Notaro, Vitale… insomma tutto lo staff e anche gli uomini di Forza Italia, credo Carmelo Giannone, che Nino Mandalà aveva indirizzato verso Romano”. La conferma della sponsorizzazione mafiosa a Romano sarebbe giunta a Campanella anche dallo stesso candidato in occasione di un pranzo in una trattoria romana a Campo dei fiori, con l’allora presidente Cuffaro e Franco Bruno, all’epoca capo di gabinetto dell’allora sottosegretario di Stato alla Giustizia Marianna Licalzi. Campanella era segretario nazionale dei giovani Udeur. “Ricordo – aveva dichiarato il pentito - che Franco Bruno, consapevole del mio cattivo rapporto con l’on. Romano, scherzando a tavola disse: ‘Saverio tu sei candidato nel collegio di Bagheria dove c’è anche Villabate, ma lo sai che Francesco non ti vota perché voterà per il centrosinistra?’ Ricordo che stizzito l’on. Romano si alzò e replicò perentorio in dialetto siciliano: “No Francesco mi vota perché facciamo parte della stessa famiglia, poi si girò e mi disse: ‘scendi a Villabate e ti informi!’ E in effetti così feci. Attraverso Nino Mandalà “mi venne detto che la sponsorizzazione di Romano era stata caldeggiata dalla famiglia di Belmonte Mezzagno”.