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Primo piano Processo Mori - Obinu: tasselli scomodi di un puzzle che nessuno vuole

Processo Mori - Obinu: tasselli scomodi di un puzzle che nessuno vuole

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di Giorgio Bongiovanni - 10 ottobre 2011
La richiesta del pm Antonino Di Matteo di depositare al processo Mori-Obinu un vecchio verbale del 1998 dell'ex boss di Cosa Nostra Salvatore Cancemi, dove il collaboratore di giustizia recentemente scomparso parla del “papello” è molto importante e alquanto significativa.
   




Nel 1999, nel processo stralcio sulle stragi del '93, lo stesso Cancemi aveva parlato del “papello” senza tergiversare. “Io mi ricordo – aveva dichiarato Cancemi – quando lui (Riina, ndr) ha portato quel bigliettino scritto (il “papello”, ndr) che aveva, che doveva comunicare a queste persone (i referenti istituzionali di Cosa Nostra, ndr) queste richieste di far annullare sta legge sui pentiti, di far annullare il sequestro dei beni, di far annullare l'ergastolo, me lo ricordo anche questo, di tentare di far uscire delle persone dal carcere, insomma e c'erano tutte queste richieste scritte in quel bigliettino e ha avvisato a noi se noi avevamo qualche cosa da suggerire, diciamo a lui, che poi lui lo trasmetteva”. Nelle sue dichiarazioni Cancemi specificava ulteriormente i nomi dei “contatti” del capo dei capi di Cosa Nostra. “Lui (Riina, ndr) parlava che aveva nelle mani Berlusconi, aveva nelle mani Dell'Utri, questi qua diciamo. Lui (Riina, ndr) più volte diceva che aveva queste persone nelle mani. (…) Su questi suoi discorsi io ho qualche riscontro. Per esempio, lui riceveva un contributo da parte di queste... di Dell'Utri e Berlusconi, di 200 milioni che questi soldi passavano nelle mani di Ganci e nelle mie mani che facevano questo giro e questi soldi li pigliava Cinà Gaetano. Cinà Gaetano li portava a Pierino Di Napoli, il reggente della famiglia di Malaspina, capomandamento Ganci Raffaele, e Ganci Raffaele li portava a Riina”. “Un giorno – aveva spiegato Cancemi ai magistrati del processo ter per la strage di via D'Amelio – siamo circa nel '90-'91, Riina mi chiama appositamente, assieme a Ganci Raffaele, nella casa di Girolamo Guddo e mi dice di rintracciare Vittorio Mangano che aveva lavorato ad Arcore nella villa di Berlusconi. «Totù» mi ordina Riina «dicci a Vittorio Mangano che si deve mettere da parte perché Berlusconi e dell'Utri ce li ho nelle mani io. Se no dicci che mi ricordo della Magnum 357 che regalò a Bontade...», che era il suo nemico. Poi ha aggiunto: «E questo è un bene per tutta Cosa nostra»”.
Nel processo Mori-Obinu passo dopo passo si comincia ad intravedere quella verità scomoda e inquietante di cui in questi anni si è potuta avere qualche anticipazione attraverso le ricostruzioni di collaboratori di giustizia vecchi e nuovi. Seguendo le tracce lasciate da personalità come Dell'Utri e Berlusconi nel biennio stragista '92/'93 si può accedere ad alcune delle stanze segrete del potere nel nostro Paese. Un potere che ha sacrificato sull'altare della “ragione di Stato” uomini come Falcone, Borsellino e tanti martiri prima e dopo di loro. Riprendendo quindi le dichiarazioni di Salvatore Cancemi, nel 1991 il capo di Cosa Nostra Salvatore Riina si mette nelle mani Dell'Utri e Berlusconi. In quello stesso periodo il fratello del generale Mori, Alberto, lavorava come consulente alla Fininvest. Un anno dopo, mentre infuriava Tangentopoli, l'ex democristiano Ezio Cartotto viene contattato da Marcello Dell’Utri e inizia ad avviare una serie di iniziative politiche che sfoceranno poi nel nuovo partito di Silvio Berlusconi. E’ lo stesso Cartotto a ricordare che nel settembre del 1992, in occasione di una convention, Berlusconi fa per la prima volta un accenno pubblico al tema politico, affermando che occorreva “guardare alla situazione politica italiana con grande preoccupazione ed attenzione”.
Poi - ricorda la sentenza di primo grado contro il senatore Dell’Utri - a seguito del referendum Segni sulla riforma del sistema elettorale, che rende tecnicamente fattibile la possibilità di formare uno schieramento di destra idoneo a contrastare le linee ideologiche dell’altra fazione politica inizia a maturare l’idea. Subito contrastata da Confalonieri e Letta e, al contrario appoggiata e sostenuta da Dell’Utri che sul Cavaliere, dichiareranno i primi due, aveva evidentemente una notevole influenza. Dopo un periodo di incertezza, nel corso del quale anche Craxi gli consiglia di creare un movimento politico al nord, Berlusconi decide di ascoltare l’amico Marcello e il 4 giugno del 1993 annuncia a Indro Montanelli, all’epoca direttore del quotidiano di sua proprietà, l’intenzione di “scendere in politica per ricomporre l’ala moderata”.
Dal canto loro l'attuale premier e il senatore condannato in appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa hanno sempre negato questa tempistica spostando di diversi mesi la decisione di scendere in campo.
Solamente sei anni fa i pm palermitani Antonio Ingroia e Domenico Gozzo hanno depositato una richiesta di appello incidentale al processo Dell'Utri chiedendo un aumento della pena inflitta un anno prima all'imputato: da 9 a 11 anni.
Una richiesta scaturita principalmente dall'emergere di nuove prove, nell'ambito di altri procedimenti penali. Tra queste una telefonata del 2004 tra i figli di Vito Ciancimino nella quale si parlava di un vecchio assegno di 35 milioni di vecchie lire staccato da Berlusconi nei confronti dell'ex sindaco di Palermo. Un'ulteriore prova dei rapporti intercorsi tra don Vito “e l’allora nascente Fininvest in cui ruolo essenziale di ambasciatore del gruppo nel rapporto con tutti gli appartenenti a Cosa Nostra rivestiva certamente Marcello Dell’Utri”.
A prescindere che l'intercettazione non sia stata acquisita al processo di secondo grado resta a tutti gli effetti uno di quei tasselli che stanno formando un puzzle che la classe dirigente del nostro Paese rigetta con tutte le proprie forze.
Il processo per la mancata cattura di Provenzano rappresenta a tutti gli effetti un grimaldello per poter riscrivere la storia del nostro indegno Paese. Indegno perché uno Stato che si rende complice degli omicidi dei suoi più fedeli servitori non merita attenuanti. E soprattutto deve pagare per le proprie colpe.


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