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Primo piano Giustizia per Paolo Borsellino! Tutta la verita' per essere liberi

Giustizia per Paolo Borsellino! Tutta la verita' per essere liberi

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di Lorenzo Baldo - 21 luglio 2011
Palermo. Sulla torre panoramica di Castello Utveggio Salvatore Borsellino abbraccia forte una ragazza che piange. Le accarezza il viso, le asciuga le lacrime e poi rivolge lo sguardo verso via D'Amelio. Le recenti rivelazioni sulla strage di Borsellino attesterebbero che fu Giuseppe Graviano, potente boss di Cosa Nostra, a premere il telecomando collegato all'autobomba che in quel lontano 19 luglio scoppiò davanti alla palazzina nella quale abitava la madre del giudice.
      

E quel dispositivo lo avrebbe premuto da dietro un muretto sito nella stessa Via D'Amelio e non, come si pensava, dall'altura del Castello Utveggio. Nonostante questo le ombre che sovrastano l'imponente edificio che domina Palermo dal Monte Pellegrino sono tutt'altro che dipanate. La presenza di una cellula dei servizi segreti all'interno del castello resta a tutti gli effetti un dato inquietante e soprattutto rappresentativo di una congiunzione di poteri finalizzata all'eliminazione di un ostacolo alla “trattativa”.
Salvatore è alla testa del corteo. Dietro di lui decine di ragazzi, uomini e donne, intere famiglie venute da tutta Italia tengono in mano un'agenda rossa, simbolo di quella di Paolo Borsellino, scomparsa dalla borsa del giudice pochi minuti dopo la strage, e hanno appena terminato la lunga salita che da via D'Amelio arriva fino all'Utveggio. Quello che viene definito “il popolo delle agende rosse” si stringe attorno al suo capitano, Salvatore Borsellino, che, dopo aver abbracciato forte sua figlia Stella giunta fin lì, anche lei con la sua agenda rossa,  incurante del caldo e della stanchezza si prepara a discendere verso la città.
La sete di giustizia di Salvatore va oltre ogni umano impedimento. Con un ritmo ben più sostenuto di tanti altri marciatori scende le ripide stradine per prepararsi alla vera e propria maratona di appuntamenti previsti per il 19° anniversario della strage di via D'Amelio. Inaugurati dall'incontro alla Biblioteca Comunale dove si rinnovano quei “Legami di memoria” organizzati dall'Arci sin dai primi anni successivi alle stragi del '92.
La melodia intitolata “Via D'Amelio”, suonata dal saxofonista Nicola Alesini, riempie l'aria di emozione. Poco prima, sullo schermo, erano scorse le immagini di Mogadiscio commentate dalla scrittrice somala  Kaha Mohamed Aden. Palermo come Mogadiscio. L'autrice aveva terminato il suo racconto augurando a tutti “di essere guidati da una stella come Paolo Borsellino”. Dopo le parole di Anna Bucca (Arci Sicilia), del prof. Vincenzo Guarrasi e di Emanuele Villa (Un'altra storia) è la volta di Rita Borsellino che si avvicina al palco visibilmente emozionata. In quella musica ha sentito “il grido di Paolo”. Ed è quel grido che racchiude una richiesta di giustizia e verità che la sorella del giudice intende trasmettere a tutti gli intervenuti. “Dobbiamo essere noi a gridare – spiega con passione e tanta intensità – dobbiamo essere noi a farlo, dobbiamo alzarci in piedi e pretendere la verità, solamente quando avremo tutta la verità potremo essere liberi...”.
Ed è quella stessa ricerca di libertà che si ritrova l'indomani davanti a Palazzo di Giustizia al presidio in difesa dei magistrati. Di fronte al cancello si raggruppano ragazzi e ragazze, uomini e donne che hanno viaggiato con ogni mezzo per raggiungere Palermo, pronti a inneggiare cori di sostegno nei confronti di magistrati come Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo e Sergio Lari impegnati nelle delicatissime indagini sulla “trattativa” e sulla strage di via D'Amelio. A un certo punto Ingroia e Di Matteo raggiungono i manifestanti per trasmettere il proprio ringraziamento.
Quasi a volerli letteralmente proteggere la piccola folla si stringe attorno ai due giudici accompagnati da Salvatore Borsellino. Ed è sempre il fratello di Paolo Borsellino a capitanare, solo poche ore dopo, un lungo corteo che parte da via D'Amelio per arrivare alla facoltà di Giurisprudenza, dove si sarebbe tenuto il convegno organizzato da Antimafia Duemila: “Quinto Potere. Le finalità dello stragismo tra depistaggi e verità storiche”.
Le grida di “Fuori la mafia dallo Stato!” echeggiano per tutta via Maqueda. Una volta arrivati alla facoltà quel fiume di gente si disperde nell'atrio. Alcuni sono esausti e si siedono per terra, altri ancora continuano a scandire cori in sostegno dei giudici. E di lì a poco una vera e propria standing ovation accompagna l'ingresso di Antonino Di Matteo e Antonio Ingroia, insieme a un applauso vibrante che per qualche minuto abbraccia letteralmente i due magistrati. Tutti si alzano in piedi. L'applauso pare non voler finire mai, fino a che a portare l'attenzione sul tema del convegno interviene Rita Borsellino. Che ricorda di quando suo fratello raccontava della gente che “faceva il tifo” per i magistrati del pool antimafia. Ma è l'appello alle persone presenti affinchè anche oggi si stringano attorno a giudici come Ingroia, Di Matteo, Scarpinato, Lari ed i loro colleghi in trincea quello che preme maggiormente alla sorella di Paolo.
Successivamente è il preside  della facoltà di Giurisprudenza, Antonio Scaglione, a ricordare i tanti magistrati caduti sotto il piombo, che in troppi casi è a tutti gli effetti un piombo politico-mafioso.
Poi, un bilancio lucido e dettagliato sull'ultimo anno di lotta alla mafia arriva dal direttore di Antimafia Duemila. Giorgio Bongiovanni ripercorre le tappe salienti degli ultimi 365 giorni di indagini partendo dalla collaborazione di Gaspare Spatuzza fino ad arrivare ai violenti attacchi mediatici contro Ingroia e Di Matteo. Che in certi casi possono diventare subdoli e sibillini come per la fiction di prossima edizione su Canale 5 dedicata al Capitano Ultimo nella quale verrà affrontato il processo subito dall'ex ufficiale del Ros e definito una “persecuzione”, dove i persecutori sono gli stessi magistrati che indagano sulla trattativa.
Bongiovanni ricorda inoltre lo scomparso collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi che nei lunghi dialoghi intrattenuti con lui per la realizzazione di un libro-intervista gli aveva anticipato che in futuro gli avrebbe parlato dei rapporti tra Riina e il Vaticano. “Purtroppo non ho fatto in tempo ad ascoltarlo – evidenzia il direttore di Antimafia Duemila – spero che le stesse rivelazioni arrivino da qualcun altro...”. Bongiovanni ricorda infine quando all'indomani dell'assassinio del generale dalla Chiesa, di sua moglie e del suo agente di scorta in un gesto di rabbia ruppe gli occhiali e promise al generale che un giorno si sarebbe trasferito a Palermo per dare il suo contributo nella lotta alla mafia. A distanza di quasi trentanni quella promessa è stata mantenuta: la redazione di Antimafia Duemila ha aperto di recente una sua sede a Palermo e il suo contributo alla lotta contro questo giano bifronte è in pieno svolgimento. Tra il pubblico che ascolta con grande attenzione anche il procuratore di Palermo Francesco Messineo.
E' poi la volta del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, che ricorda come fin dalle primissime ore dopo la strage di via D'Amelio per lui e per molti suoi colleghi era evidente che non si trattava di solo mafia. “Si sono aperte negli ultimi tempi delle fenditure – sottolinea Ingroia – dentro questo muro di gomma, questa parete di silenzio, questa omertà che non voglio definire omertà di Stato, ma certamente è un’omertà interna ad una classe dirigente che ha chiuso la verità sulla strage di via D’Amelio”. “Dall’altra parte della porta – ribadisce il pm palermitano – c’è qualcuno che spinge da quest’altra parte, possiamo anche provare a metterci un piede per impedire che la porta ci venga sbattuta contro e per sempre, ma temo che uno, due, tre, quattro o cinque piedi da soli vengano stritolati per la forza che viene usata dall’altra parte”. “Allora l’appello e l’auspicio – conclude – è di restare sempre attenti, di seguire quello che accade, di non lasciarvi fuorviare dalla disinformazione imperante, di aiutarci a mettere degli altri piedi. Mettete anche i vostri piedi di traverso, per impedire che la porta che ci conduce alla verità ci venga chiusa”.
Dopo di lui il sostituto procuratore di Palermo, Antonino Di Matteo, esordisce ringraziando profondamente le persone venute da tutta Italia a commemorare Paolo Borsellino e a sostenere la magistratura. Partendo da una riflessione legata al libro intitolato “Il doppio Stato” (scritto in America nel '42 dall'esule tedesco, Ernst Fraenkel) Di Matteo ripercorre le tappe che stanno portando alla “riforma” della giustizia. Il quadro che ne esce è impietoso e pericolosamente reale, e raffigura una classe dirigente pronta a violare ogni articolo della Costituzione per salvaguardare la “casta” a discapito dell'intera collettività. Ed è quella stessa classe dirigente che viene messa sotto la lente di ingrandimento nell'intervento del procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato. L'ex pubblico ministero del processo Andreotti, parafrasando il sottotitolo del convegno si chiede la ragione per la quale si fa riferimento a verità storiche e non, come ci si attenderebbe, a verità processuali. “La scelta di questo titolo – sottolinea Scarpinato – è significativa perché, in sostanza, ci dice che sino ad oggi la verità storica sullo stragismo italiano non è mai riuscita a trasformarsi in verità processuale perché la magistratura non è mai riuscita a fare luce sui retroscena delle stragi italiane e a incriminare i mandanti”. L'analisi del procuratore generale di Caltanissetta tocca il nervo scoperto dello stragismo focalizzato come una ciclica metodologia attraverso la quale si alterano gli equilibri politici del nostro Paese. E nel ricordare come la memoria possa essere “sovversiva” Roberto Scarpinato si appella infine alle persone presenti in una sorta di reciproca promessa. “Noi magistrati, qualunque cosa accada – ribadisce Scarpinato –, continueremo ad andare avanti e a cercare di ricostruire la verità processuale. Voi, però, non smobilitate, continuate a battervi perché su questa vicenda non cada la coltre del silenzio, perché non si verifichi una amnistia collettiva per l’amnesia collettiva e perché resti viva la memoria di quanto è accaduto”. Un lungo applauso introduce subito dopo l'intervento di Giulietto Chiesa, giornalista, per anni corrispondente da Mosca, scrittore e presidente del laboratorio politico-culturale “Alternativa”. E' lui a ricostruire l'attuale fase storica nella quale “i poteri criminali sono arrivati ai massimi livelli del mondo intero”. “I grandi paesi del mondo – specifica Chiesa – sono guidati da gruppi di criminali, che si parlano, comunicano tra loro attraverso messaggi mafiosi, si mandano segnali sopra le nostre teste, prendono decisioni senza che noi sappiamo praticamente nulla di ciò che accade”. Il parallelismo tra la situazione nazionale ed internazionale viene ampliato ulteriormente attraverso dati e statistiche che attestano la crisi irreversibile delle fonti energetiche del nostro pianeta nei confronti delle quali non c'è un momento da perdere per cercare di salvare il salvabile. Ecco quindi che il ruolo determinante dell'informazione torna ad essere al centro dell'attenzione in un periodo storico nel quale la censura, lo stravolgimento dei fatti va di pari passo con l'uso della violenza para-istituzionale utilizzata come metodo repressivo. L'intervento di Chiesa si conclude con l'appello ad unire le forze, ad organizzarsi per creare dal basso quella politica capace di affrontare, arginare e tentare di risolvere le gravissime problematiche che si prospettano all'orizzonte e che l'attuale classe dirigente non sarà in grado di affrontare.
Ad accogliere positivamente il suo invito è Salvatore Borsellino, la voce segnata da una stanchezza che va al di là del normale affaticamento. Tutta la rabbia e la sete di giustizia che quotidianamente vive il fratello di Paolo Borsellino, nei giorni dell'anniversario della strage di via D'Amelio pulsano forti in ogni battito del suo cuore, quasi a volergli esplodere nel petto. Il grido di Salvatore racchiude tutto il sostegno, il suo e quello del “suo popolo”, nei confronti di magistrati come Ingroia, Di Matteo e Scarpinato prima che si possano verificare nuove stragi. “Dovranno ucciderci uno per uno – grida Salvatore –  per permettere che questo accada, perché noi idealmente vi proteggeremo con i nostri corpi, con la nostra passione e anche con le nostre agende rosse levate in alto, che continueremo a levare, continuando a gridare la nostra voglia di verità, la nostra voglia di giustizia, la nostra voglia di resistere fino a quando anche noi, come i martiri della Resistenza, riusciremo a vincere. E anche la giustizia vincerà e anche la verità trionferà. Noi lotteremo fino all’ultimo per questo, ve lo giuriamo, non vi abbandoneremo”. Un applauso fragoroso scuote l'atrio della facoltà come un interminabile abbraccio per i magistrati presenti. Quello stesso abbraccio che torna a manifestarsi nei confronti dell'ex componente del pool antimafia, Leonardo Guarnotta, la mattina del 19 luglio durante la commemorazione di Paolo Borsellino da parte dell'Anm di Palermo. Il ricordo di Guarnotta spezza i rituali e punta dritto ai cuori. La commozione del collega e soprattutto dell'amico di Paolo Borsellino torna a farsi sentire anche nel pomeriggio in via D'Amelio. Il palazzo in cui si trova l'appartamento della famiglia di Rita Borsellino è avvolto da verdi teloni per una ristrutturazione generale. Il cartello “zona rimozione” evoca i fantasmi di un segnale stradale che se fosse stato posto 19 anni fa avrebbe impedito a Cosa Nostra di posizionare l'autobomba davanti al portone di casa. Prima dell'orario prestabilito vengono lette le tante lettere scritte dai giovani al giudice Borsellino. Tra queste vi sono anche quelle indirizzate agli agenti di scorta di Borsellino lette da alcuni loro familiari. Dolore infinito, ma anche tantissima dignità e sete di giustizia nei volti e nelle parole della nipote di Eddie Walter Cosina, così come nella mamma e nella sorella di Vincenzo Fabio Li Muli. Dopo il minuto di silenzio nel momento esatto che ricorda la strage avvenuta alle 16,58 è la volta della poesia di Marilena Monti al “giudice Paolo”. Centinaia di mani sollevano un'agenda rossa nel silenzio più assoluto. Nel cielo alcune rondini continuano a volare sopra quella piccola folla. Subito dopo Leonardo Guarnotta sale sul palco, stringe in mano alcuni fogli e guarda oltre le persone, oltre via D'Amelio. E' lui a leggere per primo la sua lettera a Paolo, nelle sue parole vibra forte l'amicizia sincera nei confronti dell'amico e collega, così come un senso di profonda nostalgia per i momenti irripetibili vissuti assieme. Grande emozione anche da parte del pm Nino Di Matteo che rivive gli anni giovanili nei quali da uditore giudiziario si era ritrovato a condividere la rabbia e il dolore che si respirava a palazzo di giustizia dopo la notizia della strage di via D'Amelio. Una lunga missiva  intrisa di ricordi e di pretesa di giustizia è quella che il procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi, legge con voce ferma ma altrettanto carica di emozione. Ed è un'emozione incontenibile, carica di un dolore mai sopito, quella che accompagna le parole di Antonio Ingroia mentre parla al suo maestro, a colui che ha segnato per sempre la sua vita e verso il quale, oggi, è “ossessionato” nella ricerca della verità sulla sua morte per potergli restituire giustizia. Anche il procuratore nazionale Piero Grasso chiede infine di leggere la sua lettera a Paolo nella quale viene ricordato il patrimonio professionale e soprattutto di umanità che ha lasciato Borsellino. Una donna in prima fila continua ad asciugarsi le lacrime tenendo stretta la sua agenda rossa. Un lungo applauso riempie ogni angolo di via D'Amelio. Quel senso di libertà che giunge solo dalla conquista della verità torna a battere forte nel cuore di chi quella verità la pretende a tutti costi. E che solo così potrà sentirsi finalmente  libero.

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La lettera a  Paolo di Leonardo Guarnotta
Caro Paolo,
sono trascorsi 19 anni da quel 19 luglio 1992 quando la barbarie mafiosa ha colpito te e i tuoi angeli custodi Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli e Claudio Traina. Compiendo dopo 57 giorni la strage di Capaci un altro attacco diretto al cuore dello Stato, in attuazione di una strategia stragista che alla fine non ha pagato, ne sono sicuro, anche con l'aiuto vostro non pagherà. In questo giorno si affollano nella mia mente i ricordi degli anni trascorsi nel nostro bunkerino del tribunale ed alcuni simpatici episodi nei quali tra l'altro hai dato dimostrazione  della tua filosofia di vita vissuta alla stregua della tua profonda sicilianità. Ricordi Paolo cosa mi dicesti quando al bar del tribunale consumavamo all'inizio di ogni estate il nostro primo caffè freddo? Con il tuo comunicativo e accattivante sorrisetto sotto i baffi pronunciavi la frase: “Leonardo, abbiamo vissuto un altro anno...”. Pronunciasti quella frase anche all'inizio dell'estate del 1992 ma il sorriso con il quale l'accompagnasti non era affatto ammiccante come negli anni precedenti e non solo per il ricordo ancora bruciante e doloroso del collega e amico Giovanni che solo qualche giorno prima la barbarie mafiosa ci aveva portato via. Mi parve chiaro infatti e poi me lo confermasti che il nuovo incarico di procuratore aggiunto a Palermo ti impegnava e preoccupava oltre misura, poi abbiamo anche capito perché, ma prima che tutto ciò succedesse c'era stato il tempo per simpatici siparietti tra te e me. Ricordi quando sei venuto a trovarmi in ufficio in compagnia di tuo figlio Manfredi il quale si fermò a guardare le coppe e i trofei da me vinti in occasioni sportive calcistiche con colleghi ed avvocati da me custoditi in una bacheca? Ricordi cosa mi dicesti qualche giorno dopo entrando nel mio ufficio dopo aver quasi divelto la porta fiondandoti verso di me e arrabbiatissimo? In realtà fingevi, mi rivolgesti la frase “l'altra volta sarei tornato indietro e ti avrei ammazzato. E sai perché? Quando siamo usciti dal tuo ufficio Manfredi mi ha detto 'papà hai visto quante coppe ha vinto il tuo collega Guarnotta? Lui si che è un giudice!'”. Tanti altri ricordi si affollano nella mia mente ma non voglio che questa mia lettera ti sappia molto di uno stucchevole amarcord. Caro Paolo, anche se da buon credente sono consapevole che i nostri cari dall'alto vegliano su di noi e sono al corrente delle nostre vicende terrene desidero lo stesso informarti che grazie anche alle recenti dichiarazioni riscontrate di attendibili collaboratori i colleghi della Dda di Caltanissetta guidati da Sergio Lari sono arrivati ad una prima verità cioè l'individuazione degli autori materiali della strage, diversi da quelli condannati con sentenze passate in giudicato. Ma occorre fare un passo in avanti perché ora vogliamo conoscere l'altra verità quella che deve isolare le l'identità dei mandanti, dei responsabili del perverso disegno destabilizzante che ha portato alla tua eliminazione e che si sapeva che ti saresti opposto con tutte le tue forze e con tutti i tuoi mezzi a disposizione contro il perfezionamento del perverso patto Stato-mafia-istituzioni-Cosa Nostra. Carissimo Paolo, stai sicuro che i nostri colleghi, nonostante tutti i distinguo, i 'non ricordo', 'io non ero a conoscenza', 'io non sono stato messo al corrente', nei quali si imbattono nella ricerca della verità, sono fermamente determinati a scoprire la verità, quella vera, su quello che è stato tramato in quei bruttissimi e fatidici mesi di giugno e luglio 1992. E nulla sarà rimasto di intentato perché a te che hai sacrificato il bene supremo della vita nel raggiungimento del tuo dovere di magistrato questo noi tutti lo dobbiamo. Un forte abbraccio dal tuo amico e collega Leonardo


La poesia di Lina La Mattina
A DU’ GRANNI EROI SICILIANI

M’addumannu cu quali curaggiu e facci
di siccia, certu rituffu di giurnalisti e puliticanti
di nord, sud e centru, parrànnu di Falconi
e Borsellinu s’jinchinu la vucca dicennu:
“due italiani uccisi dalla mafia siciliana”...

Nun dicinu li vinnuti p’un piattu di fasoli
ca doppu 150 anni ancora usanu ‘mpastari
pri servilitutini a li patruna, lu furmentu
di la virità a lu fangu di la ‘nfamia... 
ca lu discursu  java scrittu all’arrivessa:

Pirchì nuddu havi lu curaggiu di diri:
“du’ siciliani ‘nsemmula a novi ancili ammazzati
di lu Statu talianu”, du’ siciliani cu tuttu lu sangu
l’occhi, lu cori, cu l’onestà,  la dignità, lu curaggiu
di li veri figghi di sta terra di focu e d’amuri...

Du’ siciliani cu la ‘ntilligenza chi vuggheva
comu pasta nni la pignata di lu ciriveddu
figghi, frati, eredi di tanti autri siciliani
ca pri la libirtà di sta terra, nta ogni tempu
s’hannu fattu ammazzari: Duceziu, Canepa, La Torre!

Veru è ca li manu assassinni appartennu
a cani scioti siciliani, ma cu su li mannanti
a cu sirbìu stu sangu, cu su sti “boni cristiani”
ca si battinu lu pettu, vattiati e crisimati
cu l’ogghiu santu di mafia, camorra,‘ntranchita?

Cu fu l’orchestanti ca detti vuci a trummi
senza sonu, cantò comu passaru sbirru
mannò signali o forsi pizzini: Falconi veni
‘m Palermu...cu fu lu talianu, ca pagò li cani
cu la e prumissa di falli ministri, diputati, sinaturi?

Di falli muntari nni la so’ carrozza d’oru fausu
siddu  ci avissiru fattu un granni favuri: livari di ‘n menzu
li pedi, Paolo Borsellinu e la so’ piriculusa russa
agenna, pirchì circannu virità comu agugghi nto pagghiaru
stava rumpennu a tutti, l’ova nna li panara...

Cu fu lu servu di lu Statu talianu ca fici ammazzari
du’ “SICILIANI” cu li mustazzi e ‘na vuluntà di ferru?



 A DUE GRANDI EROI SICILIANI

Mi chiedo con quale coraggio e faccia tosta
certi rifiuti di giornalisti e politici del nord
sud e centro, parlando di Falcone e Borsellino
si riempiono le bocche dicendo:
“due italiani uccisi dalla mafia siciliana”!

Non dicono i venduti per un piatto di fagioli
che dopo 150 anni ancora usano impastare
per servilismo ai padroni che ci governano
il frumento della verità al fango dell’infamia
che il discorso va raccontato a rovescio...

Perché nessuno ha il coraggio di dire:
“due siciliani e nove angeli custodi, uccisi
dallo Stato italiano, due siciliani con tutto il sangue
il cuore, l’onestà, la dignità, il coraggio
dei veri figli di questa terra di fuoco e d’amore...

Due siciliani con l’intelligenza che bolliva
come pasta nella pentola dei loro cervelli
figli, fratelli, eredi di tanti altri eroi siciliani
che per la libertà di questa terra, in ogni tempo e paese
si sono fatti ammazzare: Ducezio, Canepa,  La Torre!

Vero è che le mani assassine appartengono
a cani sciolti siciliani, ma chi sono i mandanti
a chi è servito questo sangue, chi sono questi “buoni
cristiani” che si battono il petto, battezzati, cresimati
con l’olio santo di mafia, ndrangheta e camorra?

Chi fu l’orchestrante che diede voce a trombe
senza suono, cantò come passero spione
mandò segnali o forse “pizzini” : Falconi viene
a Palermo...chi fu l’italiano che pagò i cani
con la promessa di farli ministri, deputati, senatori?

Di farli montare nella sua carrozza di falso oro
se gli avessero fatto un gran favore: togliere dai piedi
Paolo Borsellino e la sua pericolosa rossa agenda
che cercando verità come aghi in un pagliaio
stava rompendo a tutti,  le uova nel paniere...

Chi fu il servo dello Stato italiano che fece ammazzare
due “SICILIANI” con i baffi e una volontà di ferro?