Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Primo piano Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino

Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino

gli-ultimi-giorni-di-paolo-borsellino-web.jpg

di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 17 gennaio 2011
L'immagine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che si scambiano uno sguardo di complicità ha fermato il tempo. E' come se le bombe che sarebbero scoppiate pochi mesi dopo a Capaci e in via d'Amelio non fossero riuscite a scalfire i loro corpi.



Un viaggio a ritroso si proietta sullo schermo bianco della storia. Un percorso attraversato da persone vive prende forma come un ologramma.
Un fascio di luce illumina uomini e donne che hanno vinto l'oblio della morte. Che hanno calpestato questa terra lasciando un'impronta incancellabile. Persone semplici nella loro straordinarietà. Ostacolate, delegittimate, isolate e infine uccise. Per poi tornare ad essere strumentalizzate da quegli stessi avvoltoi responsabili della loro fine. Sulla cinepresa si riavvolge il nastro. Si spengono le luci. Come un'immagine tridimensionale appare la città di Palermo. Con tutta la sua struggente bellezza. Dietro il fumo del carretto di un venditore ambulante compaiono i suoi vicoli decadenti. Un uomo tira una secchiata d'acqua per lavare via il sangue dalla strada. Un altro morto ammazzato. Attorno a lui i bambini osservano la scena. Sono già svezzati. Dai balconi delle case di fronte due donne parlano tra di loro. Gridano. Una bambina gioca con un pallone. Da sola. L'immagine cambia prospettiva. Vola sui tetti. Sopra quella Casbah apparentemente irredimibile. Le mura grige del palazzo di giustizia si innalzano solenni con i loro blocchi di pietra. Sature di grida e veleni. All'interno due uomini percorrono impercettibili i lunghi corridoi. Scendono le scale. Chiudono la porta. Lasciandosi alle spalle quelle grida e quei veleni. Liberi.


Preludio

La luce fluttuante dei neon illumina le stanze austere del palazzo di via Arenula. E' tardi. Nel suo studio Giovanni Falcone è impegnato a controllare documenti e appunti. Il rumore sordo di un trinciacarte rimbomba nei corridoi semideserti. «Ma non ti rendi conto che stai assordando tutti?». La sua più stretta collaboratrice si sporge sulla porta del suo ufficio. Lo osserva mentre inserisce decine di fogli nell'apparecchio. Il direttore dell'ufficio affari penali al Ministero di Grazia e Giustizia è concentrato. Non risponde. L'indomani deve tornare a Palermo. Si sarebbe dovuto avviare quello stesso venerdì. Ma all'ultimo momento sua moglie, Francesca Morvillo, aveva saputo di dover partecipare a una riunione convocata dal presidente della commissione d'esame per uditori giudiziari di cui faceva parte. La riunione si sarebbe tenuta nella mattinata di sabato. Dopodichè entrambi sarebbero potuti partire per Palermo. «Buona notte dottore». «Buona notte» risponde Falcone all'usciere mentre scende le scale. E' una notte di tarda primavera. Un preambolo dell'estate prossima a venire. Un'estate caldissima. Di lutti e tragedie. Che ha visto il suo anticipo con l'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima, proconsole di Andreotti in Sicilia, avvenuto solo un paio di mesi prima. Un segnale che Falcone comprende immediatamente. «Qui adesso cambia tutto – confida all'amico e collega Piero Grasso – e per capirne di più dobbiamo aspettare l’esito delle prossime elezioni politiche. Non si uccide la gallina che fa le uova d’oro se non ce n’è già pronta un’altra che ne fa di più». Una previsione che si rivelerà illuminante. Ma altrettanto letale.   
Il Falcon 50 noleggiato dal Sisde per Giovanni Falcone e Francesca Morvillo atterra sulla pista di Punta Raisi alle 17,43 di sabato 23 maggio 1992. Antonio Montinaro, caposcorta del giudice, si avvicina al velivolo. Gli altri agenti di scorta della polizia di Stato sono pronti davanti alle tre auto blindate. Falcone e sua moglie scendono dalla scaletta. Giuseppe Costanza apre il cofano e sistema i bagagli. Poi prende posto sul sedile posteriore. Falcone ha deciso di guidare. Accanto a lui la moglie. Ad aprire il corteo la Fiat Croma marrone guidata da Vito Schifani. Insieme a lui Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. In mezzo la Croma bianca guidata da Falcone. A seguire la Croma azzurra guidata da Gaspare Cervello, con lui gli agenti Paolo Capuzza e Angelo Corbo. Sono passati solo 10 minuti dall'atterraggio. Le tre auto sfrecciano ad alta velocità sull'autostrada che porta a Palermo. Nessuno dei 7 uomini di scorta immagina che le sentinelle di Cosa Nostra hanno seguito passo dopo passo i movimenti di Falcone e di sua moglie: dal momento del decollo dall'aeroporto di Ciampino, fino all'arrivo a Punta Raisi. Da quell'istante le vedette continuano a scambiarsi messaggi in codice. Nella seconda auto Giuseppe Costanza chiede a Falcone quando dovrà andare a riprenderlo una volta lasciato a casa. «Lunedì mattina» risponde il magistrato. «Allora, arrivati a casa, cortesemente mi dà le chiavi in modo che posso poi prendere la macchina». Ed è in quell'istante che Falcone sovrappensiero sfila le chiavi dal quadro e le porge all'autista. «Cosa fa? Così ci andiamo ad ammazzare!» replica di scatto Costanza. «Scusi, scusi». Sono le ultime parole di Giovanni Falcone mentre infila di nuovo le chiavi nel quadro1. Mancano cinque chilometri per arrivare a Palermo. Siamo in prossimità dell'uscita di Capaci. Dalla collinetta di fronte all'autostrada, a una distanza di circa 500 metri, Antonino Gioè, uomo d'onore della famiglia mafiosa di Altofonte, segue con un potente binocolo le tre auto. E' arrivato il momento. «Vai!» grida Gioè a Giovanni Brusca, capo mandamento di San Giuseppe Jato, che regge in mano il telecomando collegato alla carica di esplosivo collocata nel canale di scolo sotto il manto stradale. 500 kg di tritolo collocati in alcuni fusti. Ma nelle frazioni di secondo che Falcone sfila le chiavi dal quadro l'auto rallenta. Giovanni Brusca ha un attimo di disorientamento. «La macchina scese a 80-90 chilometri. Io vedevo, a occhio, che la Croma perdeva velocità. Gioè insisteva con il “vai!”, ma io rallentavo, frenavo. Ero come imbalsamato. Al terzo “vai!”, azionai il telecomando e successe quello che doveva succedere. Non è che l'esplosione fece “bum”. Avvenne a ripetizione, perché i fustini esplodevano uno dietro l'altro. Sentii “tututum”, “tututum”, “tututum”... Onestamente sono rimasto scioccato anch'io»2. Sono le ore 17,56. L'attacco frontale allo Stato ha inizio.
Lo scoppio della bomba colpisce in pieno la prima auto. Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro saltano in aria. I loro resti massacrati restano intrappolati nelle lamiere a 100 metri di distanza. La Croma di Falcone si scontra invece contro un muro di terra e di asfalto che si solleva con l'esplosione. L'impatto è violentissimo. Sulla terza Croma Gaspare Cervello vede la morte in faccia. E' scioccato. «Dopo la grande esplosione cominciai a vagare accanto al cratere, in autostrada. Impugnai l'arma. Venne un collega, gli intimai: “Fermati o sparo”. E lui: “Sono un collega”. E io: “Fermati o sparo”. La macchina, un ammasso, un impasto. E in quel nulla c'erano gli occhi del giudice. Me ne sono fregato di chiamarlo dottore. Ho mormorato “Giovanni, Giovanni...”. E lui mi guardava. I suoi occhi me li porto dietro di notte e di giorno. Mi seguono, mi accompagnano, sono parte di me»3. E sono quegli occhi che Gaspare Cervello continua a ricordare mentre la sua voce si incrina. «Lui si è voltato, ma aveva uno sguardo ormai chiuso, abbandonato. Tutto il blocco motore lo aveva addosso. Solo la testa era libera. La dottoressa Morvillo stava chinata in avanti, così come Giuseppe Costanza. C'era un principio di incendio. Lo abbiamo spento. Della macchina dei colleghi non sapevo nulla. Speravo si fossero salvati»4. L'agente Cervello e i colleghi che viaggiavano con lui sono miracolosamente salvi. Tutto intorno c'è l'inferno.
Nonostante la potenza dell’esplosione Falcone, sua moglie e Giuseppe Costanza sono ancora vivi. Francesca Morvillo ha perso conoscenza, mentre Giovanni Falcone mostra di rispondere con gli occhi agli stimoli del suo agente di scorta. Con l’aiuto dei primi soccorritori li estraggono dall’auto. Per Giovanni Falcone, però bisogna attendere l’intervento dei Vigili del Fuoco perché è rimasto incastrato fra le lamiere dell’auto. Lo scoppio dei 500 kg di tritolo ha formato un cratere di circa 14 metri di diametro e 3 metri e mezzo di profondità. Le altre auto che transitavano in quel momento sono capovolte. I feriti invocano aiuto. Un girone dantesco si presenta davanti agli occhi degli ausiliari medici. Le ambulanze si precipitano verso gli ospedali più vicini.


Prefazione di Antonio Ingroia


Non è il primo libro dedicato a Paolo Borsellino e non sarà l’ultimo. Almeno lo spero. Perché la copiosa letteratura che si è formata spontaneamente intorno alla sua vicenda umana e professionale testimonia il crescere di interesse per la figura di questo eroe moderno della nostra democrazia. Un vero modello di vita da proporre ai nostri giovani, davvero alternativo rispetto ai modelli devianti spesso imposti dall’imperante semplicismo mediatico, tutti imperniati sulla furbizia, la prevaricazione, l’indifferentismo etico e l’egoismo morale. E non solo. Perché l’abbondanza della letteratura sulla morte di Paolo Borsellino attesta anche quanto sia urgente l’aspettativa di verità, inappagata la sete di giustizia, diffusa l’esigenza di chiarezza su una vicenda ancora troppo oscura, gravida di ombre, schiacciata dai buchi neri dei silenzi e dei depistaggi istituzionali.
Il principale merito di questo bel libro di due giornalisti franchi e coraggiosi come Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo è quello di essere riuscito a essere diverso dagli altri, dai tanti libri – anche pregevoli – dedicati al tema. Perché non è un libro come gli altri. In primo luogo, perché non sposa tesi precostituite o ipotesi più o meno congetturali. Certo, non è del tutto imparziale. Perché è un libro partigiano, nel senso che fa le sue scelte di campo. Ma sono scelte di campo chiare, le stesse di Paolo Borsellino. Sta dalla parte della Verità e della Giustizia. A qualsiasi costo. In secondo luogo, perché lo fa con uno stile originale e complesso. Perché usa lo stile narrativo, ma non è solo il racconto drammatico degli ultimi giorni di vita di Borsellino. Usa lo stile del reportage giornalistico, ma non è soltanto un’inchiesta giornalistica. È l’uno e l’altro. È la cronaca appassionata degli ultimi giorni di Borsellino. Giorni drammatici, dalla strage di Capaci, dove Borsellino perdeva, nello stesso momento, l’amico più grande e il collega più prezioso, fino a via D’Amelio, suo tragico epilogo, attraverso un itinerario irto di ostacoli, sempre più in salita. Una specie di calvario di iniziazione, alla fine del quale Borsellino forse trova la verità della strage di Capaci o ci arriva così vicino da rimanere vittima di quella stessa scoperta. Ma il libro è anche una preziosa e aggiornata guida per il lettore fra le più importanti informazioni e acquisizioni sulla verità di quella stagione stragista.
È per questo motivo, per questa struttura, che nella prima parte del libro funziona bene il racconto in forma narrativa, che riproduce molto efficacemente l’atmosfera da tragedia greca di quella vicenda umana, con quel senso immanente di morte che trasuda dalle pagine, attorno a temi eterni come il sacrificio, il martirio, la verità, l’altruismo etico.
E quando la storia sembra finire, con la tragica morte di Borsellino, ecco che ricomincia, riprende il
suo cammino sulle gambe di altri uomini. Perché è questa la novità del libro. Prima il racconto di quei giorni, che non è quasi mai narrazione individuale, in soggettiva, ma è storia corale, attraverso i testimoni, i familiari, gli amici, i colleghi più cari di Borsellino che raccontano i momenti più intensi di quelle giornate di passione, e che da testimoni e da cittadini si propongono come prosecutori dell’opera dei caduti di cui hanno raccolto il testimone. Ed esaurito il racconto, inizia la vera propria inchiesta giornalistica, che ha il merito di essere l’ultimo e il più aggiornato quadro dello stato delle indagini su quella strage, terribile e ancora oggi oscura. Con i suoi depistaggi, deviazioni dalla verità, dubbi, ombre e buchi neri. Tutte vicende non ancora concluse, alcune delle quali mi vedono protagonista, o testimone dei fatti accaduti nel 1992, accanto a Paolo Borsellino – il mio maestro, il magistrato col quale ho iniziato la mia carriera di pubblico ministero antimafia – o come investigatore che oggi si trova a indagare su vicende collaterali, ma verosimilmente collegate alla strage. Per esempio la cosiddetta trattativa che si sarebbe sviluppata fra Stato e mafia proprio a cavallo delle due stragi palermitane. Senza poter entrare, per ovvie ragioni di riserbo investigativo, nel merito delle vicende narrate nel libro, non posso non rilevare quanto minuziosa, precisa, distaccata e obiettiva sia la ricostruzione dei fatti e delle inchieste ancora aperte che qui viene fatta, parlando di tutti i misteri: dalla trattativa, alla scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino, ai dubbi sul luogo dal quale venne premuto il telecomando dell’autobomba, ai retroscena della falsa collaborazione di Vincenzo Scarantino, fino ai tanti sospetti sui depistaggi istituzionali su cui sta indagando l’autorità giudiziaria di Caltanissetta.
Insomma, una storia aperta che non ha, non può ancora avere una sua conclusione fin quando non verrà scoperta tutta la verità su una delle stragi di mafia più anomale della storia della nostra Repubblica, e che perciò trova la spiegazione più plausibile della sua anomalia nella sua matrice verosimilmente non solo mafiosa, come sospettammo tutti fin dalla stessa sera della strage. Un’intima consapevolezza di tanti che ora sembra diventare concretezza investigativa, e forse si appresta a trasformarsi in certezza probatoria.
Un importante contributo alla chiarezza in un momento di grande confusione nel nostro Paese, all’emergere della verità in una fase molto delicata della storia d’Italia. Con l’augurio che coloro che quella Verità la vogliono fortemente riescano a prevalere sui Nemici della Verità e della Giustizia.

Antonio Ingroia


Di strage in mistero


Un carabiniere avanza spedito nell'arena insanguinata di via D'Amelio. Il capitano Giovanni Arcangioli regge in mano la borsa in cuoio di Borsellino. Scavalca brandelli di carne e pozzanghere rosse. Scansa i mattoni caduti a terra come coriandoli. Lo sguardo è distaccato. E' concentrato su quello che deve fare. Un fotografo riesce a immortalare quell'immagine. Anche le telecamera di due Telegiornali nazionali riprendono la scena. Ma in pochi istanti Arcangioli si allontana da via D'Amelio. Scompare dalla visuale di qualsiasi apparecchiatura fotografica e di video riprese. Inizia così il mistero della sparizione dell'agenda rossa del magistrato appena assassinato. Quell'agenda che Paolo Borsellino portava sempre con sé all'interno della valigetta tenuta in mano da Arcangioli. Poco dopo lo scoppio dell'autobomba il primo ad arrivare sul posto è Giuseppe Ayala che abita a 200 metri di distanza. Si avvicina al punto dell'esplosione di via D'Amelio, riconosce per terra Paolo Borsellino. Dopo lo choc iniziale si guarda intorno. Con lui ci sono solo gli uomini della sua scorta. Subito dopo arriva la prima pattuglia di polizia e i vigili del fuoco. In mezzo a quel delirio Ayala si accosta alla macchina del giudice, al suo interno vede la sua borsa. Un agente della sua scorta, l'appuntato dei carabinieri Rosario Farinella, si fa aiutare da un vigile del fuoco per aprire la portiera posteriore sinistra della Croma del giudice. L'esplosione ha incastrato le lamiere, ma dopo un paio di tentativi si riesce finalmente ad aprire. L'appuntato Farinella prende
la valigia di Borsellino e la porge all'ex Pm. «Io personalmente ho prelevato la borsa dall'auto – dichiara Farinella agli investigatori – e avevo voluto consegnarla al dr. Ayala. Questi però mi disse che non poteva prendere la borsa in quanto non più magistrato, per cui io gli chiesi che cosa dovevo farne. Lui mi rispose di tenerla qualche attimo in modo da individuare qualcuno delle Forze dell'Ordine a cui affidarla. Unitamente a lui ed al mio collega ci siamo allontanati dall'auto dirigendoci verso il cratere provocato dall'esplosione, mentre io reggevo sempre la borsa». «Dopo pochissimi minuti – ricorda l'appuntato dei carabinieri – non più di 5-7, lo stesso Ayala chiamò un uomo in abiti civili che si trovava poco distante e che mi indicò come ufficiale o funzionario di polizia, dicendomi di consegnargli la borsa. Allo stesso, il dr. Ayala spiegava che si trattava della borsa del dr. Borsellino e che l'avevamo prelevata dalla sua macchina […]; l'uomo che ha preso la borsa non l'ha aperta, almeno in nostra presenza; ricordo che appena prese la borsa, lo stesso si è allontanato dirigendosi verso l'uscita di Via D'Amelio, ma non ho visto dove è andato a metterla». Quello che avviene subito dopo in quella via è un buco nero degno della Spectre di Bondiana memoria. Arcangioli si allontana dal cratere di via D'Amelio con la valigetta in mano. E' questione di minuti e la borsa ricompare di nuovo nel sedile posteriore della Croma di Borsellino. In via D'Amelio sono sopraggiunti nel frattempo il commissario Paolo Fassari (I Dirigente della Polizia di Stato, Funzionario reperibile per la Squadra Mobile di Palermo in assenza del dirigente Arnaldo La Barbera) e l'assistente capo di Polizia, Francesco Paolo Maggi. Dopo aver espletato alcune attività investigative Francesco Maggi si avvicina alla Croma di Borsellino. La portiera posteriore sinistra è aperta. Sul sedile posteriore è appoggiata la valigetta di Borsellino. Lo stesso Maggi racconterà di averla prelevata dall'auto, di averla portata in questura e su indicazione di Fassari. Verso le ore 18,30 la borsa è nell'ufficio del dirigente della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera. Ma nella valigetta non verrà ritrovata l'agenda rossa. Si ripetono così i lugubri «canoni» della maggior parte degli «omicidi eccellenti». Alle personalità uccise viene trafugato un oggetto personale ritenuto compromettente per i mandanti di quell'omicidio. Non ha importanza che si tratti di un diario, di un'agenda o di un  video. Non deve rimanere alcuna traccia del lavoro della vittima. Non deve rimanere memoria delle sue analisi, dei suoi riscontri o delle sue deduzioni. L'oggetto trafugato deve finire nelle mani di chi potrà eventualmente usarlo come arma di ricatto verso terzi. Una metodologia palesemente al di fuori dalle mere logiche di vendetta di Cosa Nostra nei confronti dei propri nemici. Il mistero che ruota attorno alla scomparsa dell'agenda rossa di  Borsellino si impregna così di quei «sistemi criminali» che sono alla base dello stragismo nel nostro Paese. Le «menti raffinatissime» che ordinano di fare sparire l'agenda del magistrato temono che tra quelle pagine vi sia la prova delle sue conoscenze di quel «gioco grande» che aveva individuato. La forza dirompente dell'integrità morale di Paolo Borsellino, unita alla sua straordinaria professionalità sono in assoluto i fattori destabilizzanti per quelle entità esterne a Cosa Nostra. Una serie di convergenze di interessi tra Cosa Nostra e centri para-istituzionali si intersecano indissolubilmente quel 19 luglio 1992. E la storia è tutta da riscrivere.

Aliberti editore www.alibertieditore.it  pp. 363 € 16,50


ARTICOLI CORRELATI

- Buon compleanno, Paolo - di Umberto Lucentini

- Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino. Per non dimenticare -
di Michela Gargiulo

- Via d'Amelio, di strage in mistero - Micromega

- Paolo, magistrato in gabbia tra Capaci e via D'Amelio -
di Anna Petrozzi

- ''Lo stato colluso'' e la morte del giudice. Il libro 'Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino'
di Gaetano Pecoraro

- ''Mio padre da Mancino'' -
di Manfredi Borsellino

- A ''condannare'' Borsellino non fu solo la trattativa Stato-mafia -
di Vincenzo Mulè

- La strage di via D’Amelio. Gli ultimi istanti della vita di Borsellino svelati dal 3D -
Il Fatto Quotidiano

- L'agenda rossa di Paolo Borsellino, 2009: le indagini proseguono (Video)

- Il falso pentito scrive alla Borsellino
"Mentii sull'attentato, mi hanno costretto"


- GLI ULTIMI GIORNI DI PAOLO BORSELLINO. Dalla strage di Capaci a via d'Amelio
alibertieditore.it