Archivio Antimafia Duemila

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Primo piano Lettera aperta al giudice Giuseppe Ayala

Lettera aperta al giudice Giuseppe Ayala

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di Giorgio Bongiovanni - 19 settembre 2010
Gentile dott. Ayala,
le scrivo in merito alle sue dichiarazioni sulla questione delle scorte a Palermo. Ho memoria di quando l'ho incontrata a Roma nel gennaio del 2002 per un'intervista, era il periodo che svolgeva la funzione di senatore della Repubblica.




Ora lei è tornato a fare il magistrato e alla luce di ciò risulta ancor più grave ciò che ha dichiarato.
Sono profondamente addolorato e amareggiato per le sue affermazioni fuori luogo e assolutamente erronee su un tema tanto delicato come quello della sicurezza dei magistrati a Palermo.
Posso anche credere alla buona fede di una persona che io sono convinto sia stata realmente amica di Giovanni Falcone, ma resta immutato il suo  gravissimo errore di valutazione.
Un errore probabilmente frutto della sua mancanza di conoscenza del problema mafia oggi.
Lei ha auspicato una «responsabile, sia pur graduale, rivisitazione delle scorte in circolazione», sottolineando di essere consapevole che «la revoca della scorta viene vissuta da alcuni destinatari come una sorta di deminutio. Il venir meno di uno status symbol». Sono dichiarazioni che, associate ai magistrati palermitani cui lei fa direttamente riferimento, ma possono estendersi a tutti i giudici impegnati in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, non posso condividere e di cui sono convinto della piena infondatezza. Se mai, iniziative del genere potrebbero essere rivolte ad alcuni suoi ex colleghi senatori o deputati.
Le recenti minacce di morte giunte attraverso lettere anonime, attraverso intercettazioni ambientali o telefoniche nelle quali i mafiosi discutono di progetti di attentato, sono fatti oggettivi e come tali devono essere affrontati. Si tratta di minacce nei confronti di magistrati come Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Sergio Lari, Giovanbattista Tona, Domenico Gozzo ed altri che hanno sortito l'effetto di risvegliare tanti siciliani che si sono uniti nelle «scorte civiche» a tutela dei giudici minacciati.
Mi chiedo come lei colleghi le sue esternazioni con questi continui attacchi, recentissimi, che coinvolgono anche i magistrati calabresi. Questo è il clima che vive chi sta combattendo adesso.
Questi sono magistrati integerrimi che possono essere annoverati fra coloro che hanno raccolto l'eredità dei colleghi assassinati a Capaci e in via d'Amelio.
Hanno istruito e stanno istruendo processi importantissimi di mafia e politica e subiscono quotidianamente attacchi trasversali da parte della classe dirigente. Quegli stessi giudici che, nonostante gli ostacoli legislativi posti in essere da governi che temono una seria lotta alla mafia, continuano a lavorare per restituire verità e giustizia al nostro Paese. E che per questo sono nel mirino di Cosa Nostra e di quegli apparati dello Stato che non sono «deviati».
Le sue dichiarazioni nei confronti del dott. Antonino Di Matteo «giovane collega che rappresenta l'Associazione nazionale magistrati di Palermo» che «ha cominciato a muovere i primi passi da magistrato soltanto nel 1993» mi amareggiano e mi deludono ulteriormente.
Se dovessimo fare due conti scopriremmo che il «giovane magistrato» è lei, dottor Ayala.
Dopo aver iniziato la sua attività di pubblico ministero nel 1981 e, così come riporta la sua biografia nel suo sito ufficiale, dopo aver fatto parte del pool antimafia dal 1982, il ruolo più importante nella sua carriera l’ha svolto come pubblico ministero nello storico Maxiprocesso contro Cosa Nostra nel biennio '86/'87. Un lavoro magistrale che rimarrà indubbiamente come pietra miliare nella lotta alla mafia.
Ma nel 1992, prima ancora che la mafia massacrasse Falcone e Borsellino, lei si è dato alla politica abbandonando la «trincea» di Palermo. Questo è un fatto incontrovertibile e quindi possiamo considerare lei un «vecchio politico», o un «professionista della politica», ma non un magistrato antimafia di lungo corso.
Con i suoi 18 anni di Direzione Distrettuale Antimafia Antonino Di Matteo ha invece, indubbiamente, una carriera più lunga della sua, dottor Ayala e soprattutto più sapiente della situazione post-stragi e attuale. Quindi, in questo senso, il «giovane collega» è lei! Ha lasciato la magistratura da quasi vent'anni e non è a conoscenza dei reali rischi per l'incolumità dei magistrati palermitani oggi. Rischi di cui a volte nemmeno noi giornalisti ci rendiamo conto, ma che un magistrato come Di Matteo, o come altri suoi colleghi, vive sulla propria pelle, a discapito anche delle rispettive famiglie.
Dio non voglia mai che si debba tornare a rivivere gli anni delle bombe. Ma allo stesso tempo ogni abbassamento della guardia ed ogni sottovalutazione dell'attuale pericolosità di Cosa Nostra rende inevitabilmente più vulnerabili quei pochi magistrati rimasti sul campo a difendere la democrazia. 
Chi preferisce sminuire la portata di un simile problema con tanto di sarcasmo se ne assume la responsabilità. A futura memoria.

Cordialmente
Giorgio Bongiovanni
Direttore Responsabile ANTIMAFIADuemila