Archivio Antimafia Duemila

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Primo piano L'invisibile confine tra Mafia e Stato in Italia

L'invisibile confine tra Mafia e Stato in Italia

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di Nicola Tranfaglia - 4 agosto 2010
Questo è un paese che oggi sembra aver bisogno di perdere la sua storia e ogni memoria: o meglio lo vogliono quelli che fanno parte dei gruppi dominanti della Repubblica, quell’oligarchia che governa con Berlusconi e ha via via reclutato anche pezzi dell’opposizione parlamentare e non, personaggi che siedono in parlamento, nelle banche e nelle imprese, nei grandi giornali e nelle televisioni e si oppone, con tutte le sue forze, alla scoperta della verità sulla convivenza tra mafia e classe politica prima, durante e dopo la stagione  delle stragi nel ’92-93.


Di qui la difficoltà evidente di mandare a casa il governo Berlusconi, i tentativi ricorrenti di accordo con personaggi che hanno sostenuto per anni la rivoluzione berlusconiana come l’onorevole Vietti dell’UDC, che è stato tra i protagonisti, nel 2001, della legge ad personam che ha abrogato il falso in bilancio.
E, nello stesso tempo, la difficoltà di dire con chiarezza che ormai la verità sulle stragi del 92-93 è vicina, che la confessione del collaboratore ( non riconosciuto) Spatuzza è stata riscontrata in maniera esauriente dai giudici e la trattativa tra mafia e Stato si è realizzata con formule nuove in quel periodo ed è continuata, questo è innegabile, negli anni successivi.
E, aggiungiamo subito dopo, dura tuttora.
E’ significativo che la dichiarazione più limpida e chiara  arrivi dall’on. Fabio Granata, eletto dal PDL in Sicilia e vicino all’onorevole Fini, in un’intervista al quotidiano “Il Fatto” che va assai oltre la perdurante (e inaccettabile)   prudenza di molti  esponenti del Partito democratico e mette in luce una realtà storica che Antimafia segnala già  da tempo e che chi scrive ha riaffermato più volte anche di recente sul quotidiano “L’Unità”.
Non possiamo più far finta di non sapere che la Repubblica è stata condizionata dall’inizio, e continua ad esserlo, dai rapporti di potere con le grandi associazioni mafiose e che scoprire la verità è necessario, se si vuol voltare pagina e fondare su nuove basi una convivenza democratica come quella prevista peraltro dalla nostra costituzione del 1948.
Questo è il punto di partenza necessario, se non si vuole dimenticare la nostra storia ed avviarsi così a comprendere quello che è avvenuto.
Ma occorre, nello stesso tempo, andare avanti nel ragionamento e non vedo sulla stampa italiana (né di maggioranza né di opposizione) il minimo tentativo di trarre alcune conseguenze sicure da quello che abbiamo appreso ormai da convergenti documenti e testimonianze che anche esponenti del partito di maggioranza, che non hanno mai fatto parte dell’oligarchia collusa, come è senza dubbio l’onorevole Granata per far solo un nome, ormai riconoscono apertamente.
Di fronte a quello che è emerso e sta emergendo con le nuove indagini e confessioni, si può sostenere, come si è fatto finora, che all’inizio degli anni ottanta è finita la collaborazione tra il partito cattolico e Cosa Nostra?
E si può dire (come viene ripetuto da tanti) che l’associazione mafiosa siciliana non ha partecipato in prima persona  alla fine del sistema politico e all’ascesa di una classe politica di destra come quella raccolta da Berlusconi?
In realtà, tutto quello che si sta scoprendo dimostra il contrario.
Che i viddani di Corleone, da Riina a Provenzano, sono stati centrali in quel processo, hanno punito i democristiani che non hanno continuato a proteggerli dallo Stato ed hanno scelto i nuovi interlocutori.
Non è un problema di responsabilità penale e, se c’è, anche questa potrà essere accertata. Ma è un problema di responsabilità politica che è al centro del processo e non può essere negata.
Non possiamo confondere le responsabilità giudiziarie che saranno accertate, non sappiamo quando, se le indagini andranno avanti, con le responsabilità politiche che sono chiare ed hanno precisi referenti in quelli che hanno dato vita prima a Forza Italia (e qui la figura di Marcello Dell’Utri è sicuramente di primo piano ) e poi hanno vinto le elezioni del 1994, all’indomani dell’ultima offensiva stragista di Cosa Nostra.
E qui la personalità politica centrale è quella di Silvio Berlusconi.
Da queste coordinate, è impossibile uscire per la ricostruzione storica di quegli anni e sarà il caso di prenderne atto.
Deve prenderne atto l’attuale maggioranza, come l’opposizione nel suo complesso, ancor prima di porsi problemi giudiziari che vanno lasciati ai giudici e ai loro tempi.
E c’è da chiedersi se vogliamo uscire da una convivenza che mette in pericolo l’economia e la società italiana, influenza negativamente i nostri rapporti con la legalità e lo Stato di diritto previsti dalla costituzione.
Questa situazione interferisce pesantemente sulla selezione della classe politica e, più in generale, delle nostre classi dirigenti ed ostacola una politica democratica e moderna in ogni campo.
Con questa premessa, sarebbe difficile dire di no ma non c’è dubbio che, per uscirne, è necessario sostituire l’attuale oligarchia con una vera e propria rivoluzione democratica. Berlusconi, arrivato al potere negli anni novanta e rimastovi per un ventennio con qualche intervallo, ha parlato più volte di una rivoluzione liberale che nessuno di noi ha visto perché non si può fare una rivoluzione liberale (né tanto meno una rivoluzione democratica) se si continua ad avere la mafia (e le mafie, data l’ascesa della ndrangheta calabrese negli ultimi anni) come interlocutori privilegiati.
Se non ci si libera di questi interlocutori non si può cambiare nulla e si peggiora soltanto.
E’ quello che è avvenuto in questo ventennio, come dimostrano le cronache più recenti del berlusconismo.
Corruzione, illegalità, traffici ignobili diventano centrali nella gestione del potere se si va avanti con i vecchi equilibri e il centro-sinistra potrà ritornare al potere soltanto se mostrerà agli italiani di essere una vera alternativa a questo populismo autoritario espresso da Berlusconi.
Basta pensare a quello che succede nell’economia del nostro paese per rendersi conto delle dimensioni ormai assunte dal fenomeno.
Il settore fondamentale degli alberghi e dei ristoranti è stato investito ormai da molti anni dalla presenza delle associazioni mafiose, al Nord come al Centro e al Sud.
A Roma, nella capitale, se si fa un’indagine sui 10.821 bar e 9.665 ristoranti, si scopre che la gran parte di essi sono già  in mano della mafia calabrese (o di quella siciliana o ancora di quella napoletana) o stanno per andarvi.
Entrano nei locali agenti mafiosi che propongono di saldare i debiti dei proprietari a patto di avere il 49 per cento della nuova società e, in men che non si dica, arrivano i nuovi proprietari ed estromettono i vecchi, con le buone o con le cattive. E’ una storia che si ripete ormai in maniera monotona nella capitale, come nella maggior parte delle città e dei paesi.
L’economia, in questo settore, sta diventando tutta illegale o meglio legale con protagonisti mafiosi e l’economia legale non esiste più. Possiamo parlare ancora di convivenza o dobbiamo parlare di conquista delle mafie?
Il processo di trasferimento dei metodi mafiosi dalle associazioni all’economia e allo Stato è in corso o è già in gran parte concluso?
Ma chi lo ha capito davvero?
Io ne sono convinto da più di vent’anni (l’ho scritto la prima volta  nel mio libro del 1991, intitolato La mafia come metodo, Laterza) ma, nella opposizione parlamentare,  tanti ancora si rifiutano di affrontare il problema o lo sottovalutano e questo produce il rischio di nuove vittorie del populismo.
La questione politica, ma anche storica, fondamentale è questa ed io spero ancora che gli italiani, e le forze politiche del centro-sinistra, se ne convincano ed agiscano di conseguenza. Ma anche quelle della destra, che hanno senso dello Stato e hanno accettato la democrazia repubblicana (devo pensare a Fini e ai finiani, prima di tutto) si uniscano a questa battaglia centrale per il nostro futuro.