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Primo piano Processo Dell'Utri: No a Ciancimino, ma la partita rimane aperta

Processo Dell'Utri: No a Ciancimino, ma la partita rimane aperta

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di Monica Centofante - 7 marzo 2010

Nelle aule del processo Dell'Utri, in cui si giudica il senatore del Pdl per l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, molti dubbi rimarranno irrisolti. Venerdì scorso la Corte presieduta dal giudice Claudio Dall'Acqua ha steso definitivamente un velo sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino.




Non ammettendo a dibattimento l'audizione del teste richiesta il 12 febbraio scorso dal procuratore generale Antonino Gatto e alla quale, pur con diverse riserve, non si era opposta la difesa.
“Dichiarazioni contraddittorie” ed evidente “progressione accusatoria” hanno decretato i giudici, non limitandosi ad esprimere un giudizio nel merito della richiesta, ma spingendosi oltre: elencando in modo dettagliato una serie di motivazioni che hanno reso il documento più simile ad una sentenza che ad un'ordinanza. Cosa che su certa stampa non ha mancato di assumere i toni di un improbabile giudizio di inattendibilità, che solo ammettendo il testimone a processo sarebbe stato possibile discutere. E con la probabilità di giungere ad un finale diverso.
Nelle nove pagine di motivazioni, lette in aula dal giudice Dall'Acqua, sono ripercorsi nel dettaglio i contenuti ritenuti maggiormente significativi dei verbali di interrogatorio resi da Ciancimino Jr. alla procura di Palermo. In primis in merito ai presunti rapporti diretti tra Marcello Dell'Utri e Bernardo Provenzano, che il teste non avrebbe riferito nei suoi primi interrogatori, ma solo dopo un anno dall'inizio della collaborazione. E che sarebbero frutto di rivelazioni “de relato di secondo grado”: perché il figlio dell'ex sindaco di Palermo don Vito avrebbe ottenuto l'informazione dal padre, che a sua volta la aveva appresa da terzi, ma che non la potrà più confermare né smentire perché scomparso nel 2002.
Particolare diffidenza è espressa dalla Corte anche in merito ai pizzini che Vito Ciancimino si sarebbe scambiato con Bernardo Provenzano, alias “Ingegner Lo Verde”, e in cui vi è appuntata la dicitura: “Il nostro amico sen.”. “Sen.”, aveva spiegato Ciancimino Jr. ai pm di Palermo, “era il senatore Marcello Dell'Utri”, cosa improbabile, spiega Dall'Acqua, perché “la collocazione temporale riferita dal teste al primo di tali biglietti risale all'anno 2000” quando l'imputato rivestiva ancora la carica di onorevole. Un dettaglio che Massimo aveva già spiegato con l'assoluta sicurezza dei vertici di Cosa Nostra della prossima elezione a senatore di Marcello Dell'Utri, sul quale la mafia aveva puntato.
Ma i dubbi più inquietanti rimangono, ancora una volta, sull'origine di soldi investiti nella costruzione di Milano 2, uno dei capitoli rimasti aperti nella sentenza di primo grado che ha condannato il senatore a nove anni di reclusione.
Nei verbali, Massimo Ciancimino accenna in tal senso ai rapporti tra l'imputato e gli imprenditori Bonura e Buscemi, ad investimenti effettuati dal padre e “ a pretesi finanziamenti che il Dell'Utri avrebbe proposto a Bontade e Teresi”, all'epoca al vertice di Cosa Nostra. Parole che rimarranno senza riscontro, perché gli stessi verbali, spiega la Corte, sono “in larga misura omissati per riferite esigenze investigative”, cosa che genera una “frammentarietà ed evidente incompletezza delle dichiarazioni”.
Per sapere cosa si nasconda dietro quegli omissis dovremo quindi attendere ancora.
E mentre in molti sparano a zero sul testimone, a smentire semplici illazioni c'è la sentenza di un Tribunale della Repubblica che su Massimo Ciancimino si è già espresso: il teste, ha detto la Corte che lo scorso luglio ha condannato per mafia a 10 anni e 8 mesi di reclusione l'ex deputato siciliano di Forza Italia Giovanni Mercadante, “è altamente attendibile”.
Tale giudizio quei “molti” hanno preferito non commentarlo. E la partita è tutt'altro che chiusa.


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