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Primo piano Meno uno allo Spatuzza day, schioccheranno le dita?

Meno uno allo Spatuzza day, schioccheranno le dita?

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di Anna Petrozzi - 3 dicembre 2009
Eccoci qui alla vigilia del tanto atteso giorno. Domani a Torino, all’udienza d’appello del processo al senatore Marcello Dell’Utri, deporrà finalmente Spatuzza. La sua storia di spietato stragista che dopo un pentimento anche di carattere religioso decide di collaborare con la giustizia rivelando...



...tutto ciò che è a sua conoscenza, compresi gli agganci politici, ha riempito la cronaca di questi giorni. E l’ha divisa.
Ciarlatano, bugiardo, lurido assassino che non ha nemmeno il diritto di parlare, attendibile, convertito sulla via di Damasco… insomma di tutto e di più, e come sempre ancora prima di sentirlo parlare e soprattutto prima che siano terminati e resi pubblici i dovuti, rigorosi riscontri.
Un cliché che si ripete sempre quando un collaboratore di giustizia non racconta solo dei suoi compagni di delitti e rischia di svegliare dall’eterno sonno nel Paese delle meraviglie, esattamente quello di Alice, gli italiani, sbattendo loro in faccia l’essenza della mafia. Non tutto pizzo, ricotta, miele e cicoria, ma big business e alta strategia politica, quella che con la violenza ha cambiato il volto del Paese, più e più volte.
Ovviamente il mainstream, quasi tutto schierato a soffiare sull’enormità dell’ipotesi di un presidente del consiglio e dei suoi bracci destri, e sinistri, coinvolto in un obiettivo abietto come quello di prendere il potere con la forza, si guarda bene di ricordare ai felici sudditi in che tipo di Paese vivono.
I grandi media tralasciano di ricordare che ormai gli storici più quotati, sulla base di molti documenti di archivio desecretati, sono in grado di affermare che Cosa Nostra, la mafia siciliana tanto per cominciare, partecipò in modo attivo e consapevole alla nascita della Repubblica italiana.
Si scordano di spiegare che, lo si legge nella sentenza Andreotti, nella parte dei reati ritenuti commessi fino agli anni Ottanta ma prescritti, i capi della mafia hanno sempre dialogato e in maniera diretta con i vertici dello Stato.
Si scordano di raccontare che Giovanni Falcone, quello che oggi è diventato il castigatore dei pentiti che li neutralizzava con un solo sguardo, non solo fu il principale fautore della legge premiale, cioè quella che stabilisce un premio in cambio della confessione dei reati, ma soprattutto fu colui che cercò di far capire a noi sonnambuli che esistevano ed esistono nel nostro Paese “ibridi connubi tra centri di potere occulto e settori devianti dello Stato che ispirano crimini efferati e mettono in forse l’esercizio della democrazia”. (Aprile 1986, Courmayeur. Intervento di Giovanni Falcone al convegno dal titolo “La legislazione premiale”) Sì l’ha detto proprio lui che la nostra democrazia è a rischio perché c’è chi, potente e intoccabile, mente raffinatissima, si accorda con i criminali per far fuori chi è di ostacolo.
Si scordano ancora alcuni nostri molto più illustri e autorevoli colleghi di mettere in relazione un dato vecchio e nuovo. L’hanno scorso tutti abbiamo scritto: “la mafia spa è l’azienda più fiorente del Paese”, titolo ad effetto ed è finita lì. La seconda domanda invece presuppone che si chiarisca che questi 130 miliardi di euro di soldi mafiosi, conteggiati per difetto, circolano all’interno della nostra economia, si mangiano lentamente il mercato lecito in zone sempre più vaste, comprando, rivendendo, investendo, condizionando, riciclando. Si è stimato che circa il 30% dell’economia nazionale è contaminato dai denari sporchi.
Non ci sarebbe tanto da sorprendersi perché Paolo Borsellino, altro eroe a comando, aveva spiegato tanto bene che chi è in possesso di grandi capitali necessita di grandi investimenti e che ci sono per questo mafiosi, vedi alla voce Mangano per esempio, che fanno da testa di ponte tra il Sud e il Nord del Paese proprio per cercare questi sbocchi imprenditoriali. Sempre Falcone per l’appunto quando la Calcestruzzi spa di Gardini venne quotata sul mercato azionario semplicemente constatò: la mafia è entrata in borsa.
E per venire ai giorni nostri, fino a questo momento il senatore Marcello Dell’Utri è stato ritenuto colpevole, con una condanna a 9 anni di carcere, seppur in primo grado, di aver intrattenuto rapporti diretti con i mafiosi, che lo chiamano in causa in decine e decine di circostanze, e di aver fatto da cerniera tra Cosa Nostra e l’imprenditore numero uno di riferimento, il suo principale Silvio Berlusconi che ahinoi è anche il presidente del Consiglio. Mentre attendiamo il verdetto d’appello va forse anche rammentato che la sentenza di archiviazione proprio a carico dei suddetti signori Alfa e Beta specifica che “sono accertati rapporti di società facenti capo al gruppo Fininvest con personaggi in varia posizione collegati all’organizzazione Cosa Nostra”.
Quindi quando uno Spatuzza del caso ci viene a raccontare che i Graviano o i corleonesi, che si sono strappati l’eredità di Bontade e compagni con una guerra sterminatrice, hanno investito in una delle maggiori aziende del nord, può essere vero o no, questo lo accerteranno i magistrati, ma non assurdo.
Tanto più se Massimo Ciancimino traccia un collegamento, con tanto di documenti alla mano e testimonianza oculare, tra gli interessi economici di suo padre, inequivocabilmente intrecciati con quelli di Bernardo Provenzano, e quelli di altri imprenditori siciliani come Alamia e Rapisarda a loro volta in rapporti con Dell’Utri, può anche essere che dica il falso, ma non sta raccontando niente di incredibile. Nemmeno se parla di un contatto diretto tra Bernardo Provenzano, i servizi segreti e l’alta politica, visto che stiamo parlando di un soggetto che è sfuggito alla cattura per ben 43 anni e ha impiegato buona parte del suo tempo a far moltiplicare il suo denaro nella sanità, nello smaltimento dei rifiuti, nell’edilizia e in qualsiasi settore fosse redditizio. E che è passato indenne agli anni peggiori di Cosa Nostra mentre le teste calde, finito di fare il lavoro sporco, come i Graviano per esempio, ma anche Brusca, Bagarella ecc ecc, venivano catturati lasciandogli il campo libero per far sprofondare l’organizzazione nel silenzio e nei piccioli.
Che Provenzano parlasse ad un “senatore” e cercasse di dare un segnale rassicurante al popolo delle carceri, compreso il suo gemello tradito, Totò Riina, per tramite di don Vito, come attesterebbe uno degli ultimi pizzini di Ciancimino junior al vaglio degli inquirenti, può non essere vero, potrebbe non essere Dell’Utri, ma non è senz’altro qualcosa di inimmaginabile o abnorme.
Lo è solo per gli abitanti del Paese di Alice ipnotizzati tra un reality, una soap e qualche finto talk show che si sentono ripetere e ripetere nella fase che precede la catatonia totale che il problema della mafia si risolve con la sola azione di repressione (che le forze dell’ordine portano a termine con sforzi inimmaginabili) e che siamo quasi riusciti a debellarla.
Ma guai a dirgli che la vera questione è nel denaro e che è il denaro in Italia a fare politica, potrebbero destarsi dal torpore.
Se Spatuzza e Ciancimino stanno dicendo la verità lo sapremo presto, ma a giudicare dalla reazione scomposta e preoccupata dei soggetti in questione e dai vari contraccolpi come il fuorionda del presidente della Camera Fini, la pacata benedizione di Filippo Graviano al picciotto redento e le parole dell’avvocato di Riina Cianferoni che parlando del suo assistito dice in Tv: “questi (i mafiosi) sono schifati della truffa che hanno subito”, c’è forse da sospettare (e da ben sperare) che questi due collaboranti rappresentino quello schioccare di dita che ci salverà!


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