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Primo piano L'insostenibile leggerezza del carcere duro

L'insostenibile leggerezza del carcere duro

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L'insostenibile leggerezza del carcere duro
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a cura di Anna Petrozzi e Monica Centofante - 10 febbraio 2009
Come negli anni è stato svuotato  il 41bis
L'ultimo caso, in ordine di data, è del 14 gennaio scorso. Domenico “Mimmo” Ganci, figlio di Raffaele, uno dei boss più legati a Riina, condannato all’ergastolo per numerosi omicidi e per la strage di Via D’Amelio ha ottenuto la revoca del 41-bis.


Dopo che per l’ennesima volta si è levata alta la voce indignata dei familiari delle vittime il ministro Alfano è immediatamente corso ai ripari ripristinando il regime detentivo. E’ stato immediatamente evidente infatti (grazie alla recente operazione Perseo ndr) il pericolo di contatto con gli esponenti della propria famiglia, sia mafiosa che di sangue, e in particolare con il nuovo reggente dello storico mandamento della Noce, da sempre dei Ganci, il cugino Giuseppe, Pippo Spina.
E’ dello scorso 5 novembre un analogo episodio emerso, invece, sullo sfondo di una maxioperazione che ha portato in carcere 88 affiliati al clan camorrista Gionta, di Torre Annunziata, e traendo spunto da un pizzino che il boss Aldo Gionta, sottoposto al regime del carcere duro a Opera, avrebbe voluto far arrivare al figlio. Un pretesto per il procuratore aggiunto e coordinatore della Dda di Napoli Franco Roberti per lanciare l'allarme sulle tante falle nel sistema che regola il 41bis, evidenziando, pur se slegato dal contesto specifico, “il rischio concreto che gli avvocati, loro malgrado, vengano individuati come veicoli di informazione dal regime di isolamento verso l'esterno” dal momento che la corrispondenza con i legali dei detenuti non è sottoposta a censura.
Solo una delle tante maglie allentate al 41bis che fanno sembrare un lontano ricordo quel regime carcerario messo a punto anche da Giovanni Falcone insieme alla legislazione premiale sui collaboratori di giustizia. Riforme fondamentali approvate dopo la strage di via D'Amelio, quando all'assassinio dello stesso Falcone seguì quello di Paolo Borsellino e quando lo Stato sembrò reagire firmando, appunto, per mano dell'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, l'ordine di 41bis.
Da quel momento in poi per i capimafia, che si erano già visti confermare in Cassazione le condanne del maxiprocesso, si erano aperte le porte dell'Ucciardone, di Pianosa, dell'Asinara. Istituti di massima sicurezza nei quali non erano ammessi i “trattamenti particolari” prima riservati a quelli stessi boss: in carcere come in “villeggiatura”.
Le “nuove disposizioni” imposte dal braccio forte della legge avevano aperto così alla grande stagione delle collaborazioni, ai conseguenti duri colpi inflitti a Cosa Nostra e alla speranza di vedere quel “fenomeno umano”, come soleva chiamarlo Falcone, arrivare alla sua fine. Ipotesi tanto concreta che ci avevano creduto anche lo stesso Tommaso Buscetta, il pentito che proprio a Falcone consegnò le chiavi di interpretazione del fenomeno Cosa Nostra e, per certi versi, l'allora procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli, oggi procuratore a Torino. Il quale recentemente ha ricordato come quelle norme “letteralmente fecondate e intrise del sangue di Falcone e Borsellino” (“Un 'particolare' che non si dovrebbe mai dimenticare”), consentirono di infliggere alla mafia i colpi “che avrebbero potuto essere definitivi se qualcosa non si fosse messo di traverso non appena l'azione degli inquirenti venne doverosamente indirizzata – oltre che verso i mafiosi 'doc' – anche contro i loro complici eccellenti”. Ed è un dato di fatto che da quel momento in poi, col trascorrere degli anni e perfettamente in linea con quanto richiesto nel famigerato “papello” consegnato da Riina allo Stato, quella pressione sui detenuti si è progressivamente allentata. Prima con l'approvazione di sostanziali modifiche nell'attuazione pratica del regime di carcere duro che hanno di fatto “svuotato” la finalità con la quale la riforma era stata pensata e approvata: tagliare i collegamenti del detenuto con i mafiosi all'esterno del carcere. Poi con le tante revoche dei decreti di 41bis decisi dalla Corte di Cassazione e dai vari Tribunali di Sorveglianza per l'espressa convinzione che il decorso del tempo e la regolare condotta del detenuto di turno possano averne cancellato la pericolosità. Anche in assenza di un concreto segnale di distaccamento dall'organizzazione criminale per la cui appartenenza era stato condannato.
Gioacchino Calabrò, Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno, Giuseppe Barranca, tutti boss stragisti, protagonisti, tra le altre cose, di quella terribile stagione di sangue degli anni '92 e '93 sono già da tempo passati da regime di carcere duro a regime carcerario normale.
Lo stesso dicasi per Giuseppe La Mattina, Salvatore Biondo, Giuseppe Montalto, Lorenzo Tinnirello, condannati all'ergastolo per la strage di Via D'Amelio. O per Davide Emmanuello, capo storico della mafia di Gela; Salvatore Calafato, mandante dell'assassinio del giudice Rosario Livatino; Santo Araniti, mandante dell'omicidio Ligato; Giuseppe Iamonte, Fioravante Abbruzzese, Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà e Mario Pranno, capi storici della 'Ndrangheta; Giuseppe Biviera, uno dei mafiosi calabresi coinvolto nella faida poi sfociata nella strage di Duisburg; Salvatore Luigi Graziano e Gaetano Bocchetti, boss della Camorra.
13 padrini appartenenti a Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Camorra liberati dal carcere duro negli ultimi cinque mesi che vanno ad aggiungersi ai 37 già passati a carcere normale tra gennaio e giugno. Tra questi solo a Nino Madonia - tra le altre cose killer del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, del giudice Rocco Chinnici e di altri delitti che hanno visto il concorso di forze esterne a Cosa Nostra – è stato ripristinato il 41bis in fretta e furia dal ministro della Giustizia Alfano, dopo la levata di proteste.
“Siamo allo scandalo allo stato puro”, ha dichiarato lo scorso 15 ottobre Giovanna Maggiani Chelli presidente dell' “Associazione tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili”. E in riferimento, in particolare, al Calabrò si è rivolta al “Signor Magistrato del Tribunale di Sorveglianza” e agli “Illustri Legislatori” per ricordare che il boss ordinò a Giuseppe Ferro, capomandamento di Alcamo, di andare a Prato dal cognato Messana e di far preparare nel suo garage il pulmino imbottito con 300 chili di tritolo che sarebbe poi stato portato in via dei Georgofili. “Come fate a dire, a giurare in nome del popolo italiano, con certezza, che: non è dimostrata la persistente capacità del detenuto di mantenere tuttora contatti con l'associazione criminale di appartenenza.
Non ci crediamo – ha denunciato la Chelli – Calabrò che per diletto ha quello di massacrare i bambini, lo ha fatto a Pizzolungo e in via dei Georgofili a Firenze e chissà dove altro ancora, e tutti gli altri, mantengono eccome i contatti dal carcere, li mantengono da '41bis' figuriamoci dal carcere normale. E tutto questo lo sapete tutti benissimo”.