Archivio Antimafia Duemila

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Primo piano Quel che non si deve sapere. Riflessioni su Piazza Farnese

Quel che non si deve sapere. Riflessioni su Piazza Farnese

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Quel che non si deve sapere. Riflessioni su Piazza Farnese
Tutti gli interventi dei relatori della manifestazione di Piazza Farnese
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di Anna Petrozzi - 29 gennaio 2009
Delle tante balle che oggi si leggono sui giornali e che si sentono in tv sulla manifestazione di ieri, 28 gennaio 2009, a Roma, solo una non lo è: eravamo pochi. Non so se mille, duemila, tremila… anche se piazza Farnese era piena eravamo pochi. Anzi non c’era nessuno se si considera l’enorme gravità della ragione per cui eravamo lì.

Ci sarebbero dovuti essere migliaia e migliaia di italiani onesti a difendere la legalità, la giustizia, la verità e soprattutto la propria libertà. E perché invece non c’erano?
Per due ragioni essenziali, l’una conseguente all’altra.
La principale è perché non sono informati, non sanno praticamente nulla di ciò che accade intorno a loro, e quindi non avendone coscienza non avvertono il pericolo in cui stiamo incorrendo.
Cosa non sanno gli italiani? Di cosa non si rendono conto?
Partiamo dalla ragione per cui è stata organizzata dall’associazione famigliari delle vittime di mafia l’evento di ieri. Solidarietà ai procuratori Apicella, Nuzzi, Verasani e De Magistris, al consulente Gioacchino Genchi…, un piccolo spazio per dire a questi comuni servitori dello Stato che noi non ci siamo fatti abbindolare dalle menzogne propagandate dai media in questi mesi, per dire loro che abbiamo capito con quale inganno li hanno destituiti dai loro incarichi e soprattutto perché. Sappiamo che il loro semplice lavoro, condotto con onestà, attenendosi a quanto la legge impone loro, è andato a toccare i nervi scoperti del potere. O per meglio dire, come ha ricordato giustamente Marco Travaglio, solo a sfiorare gli interessi dell’oligarchia che ci governa. Nemmeno si è potuto indagare su quelle notizie di reato, De Magistris non ha fatto nemmeno in tempo a seguire le molte plurime piste investigative, non glielo hanno permesso. Se lui non sa perché, chi ha tessuto la campagna diffamatoria e discriminatoria contro di lui e quelli che come lui hanno lavorato nel rispetto delle regole, invece lo sanno benissimo.
E come hanno fatto questi attenti guardiani dei loro loschi affari a far passare sotto il naso di milioni di italiani gli abnormi provvedimenti con cui hanno sentenziato la morte civile di queste persone, accusandole falsamente e ingiustamente per poi giudicarle colpevoli e punirle senza che abbiano commesso alcun reato? Molto semplice: ingannandoci, rintronandoci, rincoglionendoci con falsità ripetute ossessivamente da tutti i tg, tutti i giornali… facendo leva sulle menti intorpidite da anni di pessima informazione, di programmi osceni, di opinionisti sguaiati, di spettacoli indecenti. E’ facile oggi mischiare vero e falso, tutti siamo ormai abituati a vedere politici che si scannano ai talk show con il solo scopo di non far capire niente ai cittadini delle questioni che fanno finta di discutere in pubblico salvo poi accordarsi dietro le quinte. Il risultato è che la maggior parte della gente non li ascolta nemmeno più e si disinteressa di quanto sembra non toccarla da vicino. Non riesce a comprendere che se passa sotto il silenzio generale l’epurazione di magistrati, funzionari, giornalisti non graditi al potere di turno significa che è in atto l’instaurazione di un regime per cui mentre ai nostri occhi appare una dialettica parlamentare o istituzionale, in realtà vi è un preciso accordo tra due finte fazioni che hanno come unico obiettivo quello di proteggere i propri privilegi e interessi.
Le false riforme mirano principalmente alla tutela della cerchia di eletti e alla limitazione drastica delle capacità di qualsiasi altro organo dello Stato di interferire con i propri progetti. Si accorgeranno solo dopo gli italiani di essere diventati dei sudditi senza diritti e senza difesa costretti sotto ricatti più o meno velati ad obbedire tacendo, ad accontentarsi delle briciole che forse gli verranno riservate a prezzo della loro dignità.
Salvatore Borsellino ha aperto il suo intervento di ieri a Piazza Farnese raccontando che Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato dalla mafia Beppe Alfano, gli aveva telefonato il giorno precedente per chiedergli se lo potessero disturbare le immagini di via D’Amelio che avevano inserito nel video di apertura della manifestazione.
Salvatore ha risposto che non solo non gli davano fastidio, ma che avrebbe voluto che ogni sera la televisione trasmettesse le riprese della casa in cui viveva sua madre sventrata, così come tutta la strada e i corpi dilaniati di suo fratello e dei ragazzi e della ragazza che erano consapevolmente andati incontro alla morte, così che gli italiani si svegliassero e si rendessero conto di cosa era avvenuto. Soprattutto vorrebbe che a vedere e vedere e rivedere quelle immagini fossero Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che in un’intercettazione fatta sentire alla piazza si permettevano di scherzare sulle bombe. Per la precisione sulla bomba che Vittorio Mangano, quello da entrambi proclamato eroe in campagna elettorale, avrebbe messo davanti i cancelli di una delle tante proprietà del presidente del Consiglio.
Solo che di tutto questo gli italiani non sapranno mai niente perché oggi tutti gli organi di informazione si sono concentrati sulle parole di Di Pietro che vi invitiamo a sentire qui di seguito e che serviranno soltanto a sbatterlo fuori dalla maggioranza di governo.
Di Pietro tutto ha fatto tranne che attaccare Napolitano, ha soltanto chiesto, a ragione, il diritto dei cittadini di esprimere il proprio parere. Tutti noi abbiamo il diritto e il dovere, soprattutto, di chiedere e pretendere dalla massima carica dello Stato un comportamento di difesa e tutela delle Istituzioni e della Costituzione. Le dichiarazioni di Napolitano su quanto accaduto a Salerno sono veramente preoccupanti. E se noi, popolo sovrano, lo decidiamo, sono anche gravissime e inadeguate e possiamo non accettarle.
Il rispetto per le Istituzioni non è un concetto vuoto, chi le occupa deve meritarselo il rispetto del popolo, con i fatti e con prese di posizione precise.
Ma questo ragionamento tanti italiani non lo potranno mai fare perché non sanno cosa ha detto Di Pietro e non lo sapranno.
Così come ancora non hanno capito che le stragi di mafia, come quella di Via D’Amelio, non sono state compiute dalla sola Cosa Nostra. E’ stata ordinata da altri mandanti che non sono ne Totò Riina ne Bernardo Provenzano, ma su indicazione dello stesso Paolo Borsellino, sono da ricercarsi altrove, sono altri.
I loro nomi potrebbero essere nascosti nell’agenda rossa del giudice fatta sparire pochi secondi dopo l’esplosione e mai più ritrovata. Quell’agenda in cui, come grida girando per tutta Italia Salvatore Borsellino, sono contenuti i ricatti su cui si regge questa Seconda Repubblica che sul sangue delle stragi affonda le sue radici.
Ma questo alle mamme e papà che escono la mattina presto, quando fa freddo e il sole non è ancora sorto, per andare a lavorare tutto il giorno per sfamare i propri figli, cosa interessa?
Chi gli spiega che quelli che hanno ammazzato Borsellino sono gli stessi che decidono del futuro dei loro figli? Che si spartiscono le ricchezze riservando per loro solo sacrifici e una pallida quanto remota speranza di una vita decorosa? Poi riflettiamo su questo decorosa, cosa significa? Che avranno casa, lavoro, vacanze e cellulare a patto che non si guardino intorno mentre ogni giorno muoiono di fame e di stenti migliaia di persone? Questo ci fa esseri umani? Persone decorose? Persone perbene?
Paolo Borsellino, smascherando gli intrallazzi del potere che avevano portato tra l’altro alla morte il suo amico e fratello Giovanni Falcone, avrebbe additato quel sistema di corruttele che ha ridotto il nostro Stato ad un agglomerato di corpi che corre dalla mattina alla sera per riuscire a ritagliarsi un surrogato di vita, illusi di essere liberi e molto civilizzati. Avrebbe contrapposto al marcio sistema del compromesso e dei clientelismi il suo rigore morale opponendosi a qualsiasi subdolo accordo tra mafia-politica e imprenditoria che adesso invece costituisce l’ossatura del nostro Paese e che è rappresentato tanto palesemente in Parlamento. Per questo è stato eliminato, per questo è morta la speranza di tanti Italiani che non si ricordano nemmeno più che nel nostro Paese sono esistite persone in grado di incarnare quei valori in cui non credono più, salvo poi lamentarsi di tutto e di tutti.
Abbiamo perso il coraggio. Quello di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone, del generale dalla Chiesa, di Peppino Impastato, di Pippo Fava, di Mario Francese, di Beppe Alfano, di Emanuela Loi, di Pio La Torre, di Pier Santi Mattarella, di Gandhi, di Martin Luther King…. Il coraggio di alzare la testa, di non accettare, di parlare, di camminare con la schiena dritta, di dire no, di dire basta.
Il coraggio dimostrato ieri da Sonia Alfano, quale portavoce dell’ “Associazione famigliari delle vittime di mafia”, che richiama tutti alle proprie responsabilità, a darsi da fare quotidianamente per riappropriarsi del nostro Paese, delle Istituzioni, dello Stato, quell’Italia dalla tradizione di solidarietà, di aiuto reciproco, di lavoratori e di eroi comuni. Non quella dei mafiosi e dei corrotti con cui invece siamo indicati all’estero.
Innanzitutto spegniamo la Tv, il “braccio armato” del potere, che non ha più nemmeno bisogno della mafia e delle bombe, giacché le basta qualche puntata piccante dell’ultimo reality per eliminare nella distrazione generale i nuovi Paolo Borsellino. E informiamoci, sulla rete fino a che ci sarà permesso, confrontiamo le notizie, cerchiamo le fonti originali. Certo questo implica maggiore sforzo che stare seduti in poltrona a farsi bombardare di falsità e inebetire con gli specchietti colorati, ma è in gioco il futuro dei nostri figli, dei nostri nipoti.
Occorre una rapida inversione di rotta. Nel nostro stile di vita passivo ed egoista per cui siamo disposti a venderci di tutto pur di mantenerlo, anche la nostra dignità di persone.
Non basta protestare.
E’ tempo di sapere, è tempo di scegliere, è tempo di cambiare.