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Primo piano 41 bis: riaprire Pianosa e l'Asinara

41 bis: riaprire Pianosa e l'Asinara

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41 bis: riaprire Pianosa e l'Asinara
L'insostenibile leggerezza del carcere duro
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a cura di Anna Petrozzi e Monica Centofante - 14 novembre 2008
Maggioranza e opposizione si confrontano ancora una volta sul 41bis. Qualche passo avanti è stato fatto, ma contro le mafie la guerra deve essere vinta senza più attese ne sconti. Il senatore Lumia propone: “Riapriamo Pianosa e l’Asinara!”. ANTIMAFIADuemila condivide e appoggia la richiesta.

La mafia fa notizia solo quando lascia il morto sul marciapiede. In realtà in questi giorni in Commissione Giustizia e Affari Costituzionali sono in discussione, all’interno del pacchetto sicurezza, una serie di emendamenti di grande delicatezza che riguardano la lotta alla criminalità organizzata e in particolare la spinosissima questione del 41bis.
Maggioranza e opposizione hanno dichiarato di essere d’accordo almeno su un punto: il regime di carcere duro va inasprito. Dalle stragi di Capaci e via D’Amelio tutti gli schieramenti politici, a parole, hanno dichiarato di voler usare il pugno di ferro contro gli assassini di Cosa Nostra. Eppure, come dimostra la nostra piccola ricerca di seguito allegata, dal '92 in poi modifiche ed emendamenti vari hanno consentito ai grandi boss spazi sufficienti per continuare a gestire i loro mandamenti, coordinare gli affari e disporre i “regolamenti di conto”.
Nonostante il solito polverone di polemiche e di strali lanciati dall’uno all’altro capo proprio per nascondere sotto il tappeto le rispettive responsabilità, le falle della detenzione “speciale” tanto acclamata sono più volte emerse nella loro gravità.
In questi giorni per la gioia del ministro Alfano sono stati approvati in assoluto spirito bipartisan alcuni emendamenti proposti anche e soprattutto dall’opposizione.
Il più importante è certamente il rovesciamento dell’onere della prova per cui i provvedimenti di restrizione al 41bis sono prorogabili fino a che “non risulti, da concreti elementi, che il detenuto abbia interrotto i rapporti con l’organizzazione o che la stessa abbia cessato di esistere senza confluenze in altre compagini criminali. Il decorso del tempo non può considerarsi elemento di cui desumere l’interruzione o la cessazione”.
Finalmente è il criminale a dover dimostrare di aver interrotto il suo legame con la famiglia di origine. Di per sé, una contraddizione in termini, poiché chiunque conosca anche solo un accenno di vicende mafiose sa benissimo che la definitiva fuoriuscita da un’organizzazione criminale avviene solo in due modi: con la collaborazione formale con la giustizia o con la morte. Il sistema sarebbe stato oltremodo efficace se oltre a questa proposta avanzata dall’opposizione su iniziativa del senatore Beppe Lumia e di altri fosse stata accolta anche un’altra delle modifiche presente nel disegno di legge presentato il 31 luglio scorso.
Fino ad oggi le richieste di revoca del regime erano gestite dal Tribunale delle misure di prevenzione che spesso, in base probabilmente ad una applicazione acritica della norma, ha revocato il 41bis a boss mafiosi di primissimo rango come ad esempio Nino Madonia, uscito dalla detenzione speciale proprio alla vigilia dell’anniversario della morte di Rocco Chinnici, per la quale è stato condannato in via definitiva all’ergastolo. (Il ministro Alfano ha poi firmato in fretta e furia il provvedimento per ripristinare il carcere duro al boss ndr)
L’opposizione aveva proposto che a valutare i ricorsi fossero i tribunali e le procure distrettuali del luogo di provenienza e quindi di azione criminale del detenuto prima dell’arresto, vale a dire far decidere a chi è specificamente competente in materia, invece si è scelto di spostare tutte le richieste sul tribunale di sorveglianza di Roma. Come al solito un passo avanti e uno indietro, sperando che almeno vengano presi e tenuti in considerazione i pareri di procuratori e magistrati che si sono occupati del detenuto, altrimenti l’importantissimo rovesciamento dell’onere della prova si risolverà in poco più di un nulla di fatto.
carcere-pianosa-web.jpgSono state poi introdotte altre misure restrittive sulle ore di socialità (solo due al giorno), sui colloqui telefonici ammessi solo per chi non ha avuto colloqui personali, quelli con i parenti saranno tutti sottoposti a viedeoregistrazione e quelli con gli avvocati ridotti ad un massimo di tre alla settimana. Il nostro codice garantista non consente la registrazione dei colloqui con gli avvocati, ed è anche corretto da un certo punto di vista, se non fosse che più e più volte è stato dimostrato che spesso sono proprio i difensori il veicolo per la diffusione di messaggi con l’esterno.
Si è cercato però di porre rimedio inserendo una fattispecie autonoma di reato che punisce con la reclusione da uno a quattro anni chiunque consenta ad un detenuto di comunicare con altri, con un'aggravante nel caso si tratti di un pubblico ufficiale, un incaricato di servizio pubblico o un legale.
Grande soddisfazione è stata espressa dal ministro Alfano e dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini che ora auspicano l’approvazione del testo anche da parte dell’aula e rilanciano restrizioni anche sulle norme antiriciclaggio e l’espulsione dei politici “mediatori della mafia” dai partiti.
Dall’opposizione il senatore Lumia, moderatamente soddisfatto per i risultati ottenuti, chiede alla maggioranza di dare dei segnali ancora più chiari e netti nella lotta alla criminalità e al terrorismo riaprendo le carceri di Pianosa e dell’Asinara e consentire così a questi provvedimenti sul 41bis di avere piena realizzazione.
“Viene previsto infatti – si legge nel disegno presentato dall’opposizione – che i detenuti sottoposti al regime speciale debbano essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in regioni insulari, ovvero comunque all’interno di sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’Istituto. L’esperienza maturata sul campo dagli operatori insegna che tanto la collocazione geografica degli istituti quanto la loro specializzazione nella gestione di determinate tipologie di detenuti è particolarmente importante per la più efficace applicazione dell’articolo 41 bis”.
Sarebbe davvero una grande occasione per la politica tutta di dimostrare una vera volontà, almeno su versante repressivo, di voler combattere le mafie. Tornare a rendere perfettamente funzionali queste carceri, così come lo sono state nel dopo stragi, al loro obiettivo significa non solo riuscire a recidere i legami tra i boss ergastolani e l’associazione mafiosa, ma anche far apparire molto meno attraente per i giovani la carriera criminale e prospettando loro una vita di durissimo isolamento se commettono delitti gravi. Sarebbe la prova definitiva che lo Stato vuole fare sul serio contro chi minaccia la stabilità democratica del Paese attraverso la violenza, l’infiltrazione nella vita pubblica, il riciclaggio di denaro proveniente dai grandi traffici di droga che ammazzano migliaia di giovani, la collusione con la politica e con i poteri più o meno occulti.
La redazione di ANTIMAFIADuemila sostiene con piena convinzione questa richiesta avanzata con il coraggio di sempre dal senatore Lumia e da ben pochi altri per tornare a dare vigore alla guerra alle mafie e per arrivare finalmente al risultato che da 200 anni aspettiamo: eliminarle alla radice e nella loro totalità.




L'insostenibile leggerezza del carcere duro
Come negli anni è stato svuotato  il 41bis

L'ultimo caso, in ordine di data, è emerso lo scorso 5 novembre. Sullo sfondo di una maxioperazione che ha portato in carcere 88 affiliati al clan camorrista Gionta, di Torre Annunziata, e traendo spunto da un pizzino che il boss Aldo Gionta, sottoposto al regime del carcere duro a Opera, avrebbe voluto far arrivare al figlio. Un pretesto per il procuratore aggiunto e coordinatore della Dda di Napoli Franco Roberti per lanciare l'allarme sulle tante falle nel sistema che regola il 41bis, evidenziando, pur se slegato dal contesto specifico, “il rischio concreto che gli avvocati, loro malgrado, vengano individuati come veicoli di informazione dal regime di isolamento verso l'esterno” dal momento che la corrispondenza con i legali dei detenuti non è sottoposta a censura.
Solo una delle tante maglie allentate al 41bis che fanno sembrare un lontano ricordo quel regime carcerario messo a punto anche da Giovanni Falcone insieme alla legislazione premiale sui collaboratori di giustizia. Riforme fondamentali approvate dopo la strage di via D'Amelio, quando all'assassinio dello stesso Falcone seguì quello di Paolo Borsellino e quando lo Stato sembrò reagire firmando, appunto, per mano dell'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, l'ordine di 41bis.
Da quel momento in poi per i capimafia, che si erano già visti confermare in Cassazione le condanne del maxiprocesso, si erano aperte le porte dell'Ucciardone, di Pianosa, dell'Asinara. Istituti di massima sicurezza nei quali non erano ammessi i “trattamenti particolari” prima riservati a quelli stessi boss: in carcere come in “villeggiatura”.
Le “nuove disposizioni” imposte dal braccio forte della legge avevano aperto così alla grande stagione delle collaborazioni, ai conseguenti duri colpi inflitti a Cosa Nostra e alla speranza di vedere quel “fenomeno umano”, come soleva chiamarlo Falcone, arrivare alla sua fine. Ipotesi tanto concreta che ci avevano creduto anche lo stesso Tommaso Buscetta, il pentito che proprio a Falcone consegnò le chiavi di interpretazione del fenomeno Cosa Nostra e, per certi versi, l'allora procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli, oggi procuratore a Torino. Il quale recentemente ha ricordato come quelle norme “letteralmente fecondate e intrise del sangue di Falcone e Borsellino” (“Un 'particolare' che non si dovrebbe mai dimenticare”), consentirono di infliggere alla mafia i colpi “che avrebbero potuto essere definitivi se qualcosa non si fosse messo di traverso non appena l'azione degli inquirenti venne doverosamente indirizzata – oltre che verso i mafiosi 'doc' – anche contro i loro complici eccellenti”. Ed è un dato di fatto che da quel momento in poi, col trascorrere degli anni e perfettamente in linea con quanto richiesto nel famigerato “papello” consegnato da Riina allo Stato, quella pressione sui detenuti si è progressivamente allentata. Prima con l'approvazione di sostanziali modifiche nell'attuazione pratica del regime di carcere duro che hanno di fatto “svuotato” la finalità con la quale la riforma era stata pensata e approvata: tagliare i collegamenti del detenuto con i mafiosi all'esterno del carcere. Poi con le tante revoche dei decreti di 41bis decisi dalla Corte di Cassazione e dai vari Tribunali di Sorveglianza per l'espressa convinzione che il decorso del tempo e la regolare condotta del detenuto di turno possano averne cancellato la pericolosità. Anche in assenza di un concreto segnale di distaccamento dall'organizzazione criminale per la cui appartenenza era stato condannato.
Gioacchino Calabrò, Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno, Giuseppe Barranca, tutti boss stragisti, protagonisti, tra le altre cose, di quella terribile stagione di sangue degli anni '92 e '93 sono già da tempo passati da regime di carcere duro a regime carcerario normale.
Lo stesso dicasi per Giuseppe La Mattina, Salvatore Biondo, Giuseppe Montalto, Lorenzo Tinnirello, condannati all'ergastolo per la strage di Via D'Amelio. O per Davide Emmanuello, capo storico della mafia di Gela; Salvatore Calafato, mandante dell'assassinio del giudice Rosario Livatino; Santo Araniti, mandante dell'omicidio Ligato; Giuseppe Iamonte, Fioravante Abbruzzese, Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà e Mario Pranno, capi storici della 'Ndrangheta; Giuseppe Biviera, uno dei mafiosi calabresi coinvolto nella faida poi sfociata nella strage di Duisburg; Salvatore Luigi Graziano e Gaetano Bocchetti, boss della Camorra.
13 padrini appartenenti a Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Camorra liberati dal carcere duro negli ultimi cinque mesi che vanno ad aggiungersi ai 37 già passati a carcere normale tra gennaio e giugno. Tra questi solo a Nino Madonia - tra le altre cose killer del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, del giudice Rocco Chinnici e di altri delitti che hanno visto il concorso di forze esterne a Cosa Nostra – è stato ripristinato il 41bis in fretta e furia dal ministro della Giustizia Alfano, dopo la levata di proteste.
“Siamo allo scandalo allo stato puro”, ha dichiarato lo scorso 15 ottobre Giovanna Maggiani Chelli presidente dell' “Associazione tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili”. E in riferimento, in particolare, al Calabrò si è rivolta al “Signor Magistrato del Tribunale di Sorveglianza” e agli “Illustri Legislatori” per ricordare che il boss ordinò a Giuseppe Ferro, capomandamento di Alcamo, di andare a Prato dal cognato Messana e di far preparare nel suo garage il pulmino imbottito con 300 chili di tritolo che sarebbe poi stato portato in via dei Georgofili. “Come fate a dire, a giurare in nome del popolo italiano, con certezza, che: non è dimostrata la persistente capacità del detenuto di mantenere tuttora contatti con l'associazione criminale di appartenenza.
Non ci crediamo – ha denunciato la Chelli – Calabrò che per diletto ha quello di massacrare i bambini, lo ha fatto a Pizzolungo e in via dei Georgofili a Firenze e chissà dove altro ancora, e tutti gli altri, mantengono eccome i contatti dal carcere, li mantengono da '41bis' figuriamoci dal carcere normale. E tutto questo lo sapete tutti benissimo”.

Quei buchi al 41 bis
Nei primi mesi del 2008, all'interno della Casa circondariale di Tolmezzo, dove è rinchiuso, il boss calabrese Giuseppe Piromalli sfrutta l'ora di socialità per riunirsi e discutere di affari e strategie con altri boss detenuti come lui con i “rigori” del carcere duro. Tra questi, capi siciliani di Cosa Nostra della portata di Antonino Cinà con i quali si confronta, scrivono i magistrati nel decreto di fermo sfociato nel blitz “Cento anni di storia” (dello scorso 22 luglio), in merito allo “speciale regime detentivo di cui all'art. 41bis contro la cui applicazione le organizzazioni mafiose calabrese e siciliana cercano di fare fronte comune attraverso l'elaborazione di una strategia unitaria”.
Alcuni mesi prima di quel blitz, per averlo appreso da pericolose indiscrezioni, gli organi di stampa avevano dato ampio risalto alla notizia scrivendo che gli stessi Piromalli e Cinà, insieme a Carlo Greco (della “famiglia” di Santa Maria del Gesù, favorevole alla “dissociazione”) e Paolo Amico (stiddaro della provincia di Agrigento, condannato per l'omicidio del giudice Rosario Livatino) stavano discutendo della necessità di “dare un colpo” al procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso, ostacolo all'allentamento della repressione, sia all'esterno che all'interno delle carceri. Oltre che alla riorganizzazione degli affari e alla necessità di trovare una soluzione al carcere duro anche attraverso l'avvicinamento dei referenti politici giusti.
La fuoriuscita di quelle notizie aveva suscitato le ire dello stesso Grasso e le conseguenti reazioni dei boss. Tanto che il gruppo dei siciliani, in particolare, ricordano i giudici nel decreto di fermo, aveva chiesto “di parlare con l'Autorità Giudiziaria di Palermo per chiarire a loro modo il contenuto delle dichiarazioni captate” all'interno del carcere di Tolmezzo. Mentre Giuseppe Piromalli, durante il primo colloquio con i familiari seguito agli accadimenti, si dilungava in precisazioni di comodo sull'argomento e dimostrava la piena consapevolezza che quel discorso era registrato dagli inquirenti. Poi, rivolto al figlio Antonio (successivamente catturato), riprendeva ad impartire direttive con quelle mezze parole e quel linguaggio criptico che caratterizza la maggior parte dei colloqui tra i due uomini d'onore e che dimostra, ancora una volta, come quel regime carcerario non impedisca in realtà ai boss di comunicare tra loro. Sia all'interno del carcere, come i fatti dimostrano, che verso l'esterno. Né di “spezzare definitivamente il potere di controllo dei capi famiglia sugli interessi della 'ndrina”. Tanto che, lo specifica ancora il documento, “è Giuseppe Piromalli il vero capo della cosca”, sì che il figlio Antonio “per ottenere risposte positive alle sue richieste” deve presentarsi a suo nome.
Situazione analoga quella emersa invece il 22 ottobre, sempre di quest'anno, e che vede protagonisti due clan del napoletano: i Longobardi di Pozzuoli e i Sarno di Ponticelli. Finiti nel mirino dei Carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Napoli, che indagando sul tentativo di estorsione ai danni di un centro di riabilitazione di Pozzuoli si sono imbattuti in una compromettente intercettazione. Da una parte del filo Salvatore Lubrano – co-titolare dello stesso centro di riabilitazione, il “Serapide” - dall'altra il fratello Biagio. Al quale è il primo a rivelare l'accordo stretto nel carcere de l'Aquila dai capi dei due clan, detenuti proprio al 41 bis, per averlo appreso da Salvatore Pagliuca affiliato alla “famiglia” Longobardi e suo estorsore. Ieri, è la voce dell'imprenditore, “sono andato a Toiano: non ti ho detto niente per non farti preoccupare. Ho trovato lui e un altro: non l'ho mai visto, uno che non conosco. Parlava napoletano questo, penso che non è di là. Mi ha detto: no, perché sai, quello in carcere, al 41bis... quello teniamo a un fratello nostro che abbiamo fatto un'alleanza. Qua ormai stanno i Sarno, non stiamo solo noi, ha detto, per cui tu ci devi fare un regalo tre volte l'anno”.
Più risalenti nel tempo sono invece le vicende che riguardano il boss di Messina Giacomo Sparta, sempre detenuto al 41bis, che nel 2006 comandava la sua “famiglia mafiosa” e gestiva la zona sud della città attraverso la moglie Letteria Rossano; quella del catanese Giuseppe Garozzo, detto “Pippu u' maritatu” che per comunicare dal carcere di Spoleto con il mafioso Salvatore Cappello utilizzava addirittura un computer; quella della cosca Aparo di Floridia, guidata dal boss in carcere Antonino Aparo attraverso il figlio Vincenzo; quella raccontata dal pentito di 'Ndrangheta Paolo Iannò che all'interno del carcere de l'Aquila, quand'era sottoposto al carcere duro, si manteneva in contatto “attraverso un passeggio” con i boss Giuseppe Lezzi, Croce Valanidi, Filippo Barreca (cugino del collaboratore), alcuni palermitani del clan di Riina e catanesi vicini a Santapaola.
Ancora nel 2006 sono le intercettazioni effettuate dalla Polizia nel box del capomafia Nino Rotolo a rivelare come un agente della polizia penitenziaria, impiegato al carcere di Pagliarelli di Palermo, sarebbe stato al servizio dei boss che inviavano e ricevevano messaggi dai mafiosi detenuti al 41bis.
Mentre è nell'agosto del 2007 che si verifica l'inquietante episodio – seppur non definitivamente riscontrato - del tentativo di scambio delle fedi fra i boss Nitto Santapaola e Leoluca Bagarella. Quando i due boss erano stati trasferiti dall'istituto di pena in cui erano detenuti da anni per effettuare uno scambio incrociato delle celle, deciso improvvisamente dal Dap, e avrebbero lasciato, entrambi, il rispettivo anello nuziale sul tavolo della prigione. Un segnale che gli inquirenti avevano identificato come un vero e proprio messaggio, forse relativo ad un nuovo “matrimonio” fra due correnti mafiose fra loro – almeno fino a quel momento - distanti, visto che il boss Santapaola, stando alle ricostruzioni, non avrebbe appoggiato la strategia stragista dei corleonesi.
A questi esempi, soltanto alcuni delle decine che se ne potrebbero fare, vanno aggiunte le tante lettere che tramite gli avvocati i boss inviano regolarmente dal carcere.
Nel 2005 è Andrea Manciaracina, capomafia di Mazara del Vallo, che da Cuneo fa sapere del suo precario stato di salute e della necessità di essere curato; poi è il palermitano Nino Madonia, che in una missiva indirizzata a un familiare e intercettata dall'amministrazione penitenziaria, augura al pm della Dda Domenico Gozzo di “potere provare la stessa sofferenza riservata a lui e ai suoi familiari”. Prima di insultare in aula lo stesso pubblico ministero, titolare di uno dei processi a suo carico, che più di una volta – insieme ai dottori Lia Sava e Maurizio De Lucia - si era opposto alle sue richieste di parlare al telefono con il fratello Giuseppe e di incontrarsi con il padre Ciccio, anch'essi sottoposti al 41bis.
Più di recente, a ottobre di quest'anno, è invece Vincenzo Santapaola, figlio del boss “Nitto”, a scrivere addirittura una lettera aperta, pubblicata senza commento dal quotidiano La Sicilia.
Lamentando la sua condizione carceraria e focalizzando la causa dei suoi problemi giudiziari nel cognome che porta. “C'è gente che con pregiudizio mi giudica e mi considera in base a ciò che si è detto e scritto su di me – scrive tra le altre cose il figlio dell'ex boss di Catania lanciando un segnale a ignoti destinatari –  additandomi come un criminale. C'è gente che crea leggende sul mio conto e sui miei familiari”. Ma io “chiedo di essere giudicato soltanto per le parole e le azioni che sono a me direttamente conducibili”.
Il fatto, inutile dirlo, ha scatenato inevitabili polemiche e la risposta immediata dell'onorevole Claudio Fava, figlio del giornalista Pippo Fava ucciso nell'84 da Cosa Nostra per opera proprio della famiglia Santapaola. “Il capomafia catanese Vincenzo Santapaola – sono state le parole di Fava, coordinatore nazionale di Sinistra Democratica - detenuto in un carcere di massima sicurezza con il regime del 41 bis, ha trovato il modo per aggirare l'isolamento e farsi beffe della giustizia grazie alla disponibilità del quotidiano locale La Sicilia”.
"Quella lettera - prosegue Fava - entra nel merito di indagini aperte e di testimonianze raccolte dai magistrati e possiede un eclatante carattere intimidatorio: eppure il direttore de La Sicilia, Mario Ciancio, non si è fatto scrupolo di pubblicarla senza una riga di commento". "Un atto di subalternità grave, in violazione della legge che per Santapaola, come per il padre Nitto, prescrive l'assoluto isolamento carcerario. Ancor più grave - conclude l'onorevole - perché si consuma grazie alle cortesie di un giornale siciliano, in una terra che ha già contato otto giornalisti ammazzati dalla mafia”.

Lettere dal carcere
Ma alle cortesie carcerarie degli ultimi anni i boss sono arrivati dopo lunghe proteste. Avviate da Leoluca Bagarella - il cognato di Salvatore Riina nonché prosecutore della strategia della tensione dopo l'arresto del boss dei boss - davanti ai giudici della Corte d'Assise di Trapani.
E' il 12 luglio del 2002 quando il boss stragista, nel corso di un processo e per la seconda volta nella storia (preceduto solo dallo stesso Riina nel maggio del 1994), legge “a nome di tutti i detenuti ristretti all'Aquila” una dichiarazione in cui sostiene che i capimafia “sono stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche... abbiamo iniziato una protesta civile e pacifica.... Tutto ciò cesserà nel momento in cui le autorità preposte in modo attento e serio dedicheranno una più approfondita attenzione alle problematiche che questo regime carcerario impone e che più volte sono state esposte”.
L'attacco frontale è, ovviamente, al 41bis.
Ed è rivolto alla politica chiamata, secondo l'Avvocato Francesco Crescimanno, “a mantenere i patti”. E mentre Nando dalla Chiesa, allora  membro della Commissione parlamentare antimafia, ironizza sull'esecutivo in carica - “Avete avuto un anno di tempo al governo, ora rispettate gli impegni presi prima delle elezioni” - il pm di Palermo Antonio Ingroia spiega: “Una parte di Cosa Nostra, dalla galera, ha parlato anche ai boss liberi per ricordare loro che non si devono dimenticare di chi è dentro. Altrimenti potrebbero ricominciare a parlare con le armi”.
Pochi giorni più tardi a fare eco a Bagarella è Cristoforo “Fifetto” Cannella, con una lettera indirizzata agli “avvocati parlamentari”, dai contenuti inquietanti: “E dove sono – si legge nella missiva – gli avvocati delle regioni meridionali che hanno difeso molti degli imputati di mafia e ora siedono negli scranni parlamentari, e sono nei posti apicali di molte commissioni preposti a fare queste leggi? Loro erano i primi, quando svolgevano la professione forense, a deprecare più degli altri l'applicazione del 41bis. Allora svolgevano la professione solo per far cassa... Ora non si preoccupano...”.
Sono i giorni in cui la Commissione Antimafia è chiamata ad esprimersi sulla decisione di rendere stabile e non più temporaneo il carcere duro per i mafiosi.
E sono i giorni in cui nelle carceri italiane 300 detenuti rifiutano il vitto e si riducono l'ora d'aria.
Il 19 luglio il nuovo documento sull'articolo 41bis dell'ordinamento giudiziario viene approvato all'unanimità dall'Antimafia che passa la palla a Camera e Senato per il voto definitivo che arriverà di lì a breve.
Il 22 dicembre di quello stesso anno allo stadio Renzo Barbera di Palermo, durante l'incontro di calcio Palermo-Ascoli, compare uno striscione con la scritta: “Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”, che secondo quanto emerso da successive indagini fu esposto su ordine dei boss di Brancaccio.
Poi, dopo quell'ultima azione eclatante, il silenzio. Cessano le proteste e le azioni violente e c'è anche chi, come il boss di Mazara del Vallo Mariano Agate, ringrazia dal carcere chi ha modificato la legge sul 41bis. Forse, chissà, per effettivo apprezzamento a giudicare dai tanti buchi e dalla facilità con cui i boss detenuti, come abbiamo visto soprattutto negli ultimi anni, riescono a comunicare con familiari e affiliati all'esterno del carcere.

Le parole non bastano
E' notizia di oggi, 9 novembre 2008, che il ministro della Giustizia Angelino Alfano, in visita a Ragusa per partecipare alla Festa della Polizia Penitenziaria, ha ribadito con forza la sua volontà ad inasprire il carcere duro attraverso una serie di norme che costituiscono una vera e propria "rivoluzione" nell'applicazione del 41 bis. "E' arrivato il tempo dell'antimafia delle leggi, dei fatti e dei risultati" ha commentato il Guardasigilli che, gliene va dato atto, è forse il primo negli ultimi quindici anni a dirsi convinto che occorrano modifiche legislative per stringere le maglie del carcere duro.
La speranza, come ha scritto recentemente anche il Dott. Caselli, è che non si tratti di uno di quei casi in cui, agli annunzi suggestivi, non seguono poi fatti concreti.
E se da un parte è vero che in alcuni istituti di pena sono ripresi episodi di insofferenza, dall'altra è vero anche che le notizie all'ordine del giorno non sono rassicuranti.
Per dirne una in più rispetto a quelle già citate: a gennaio prossimo sarà scarcerato il boss di Partinico Michele Vitale, fratello di Leonardo e Vito che andrà inevitabilmente a rappresentare la famiglia sul territorio. Agevolando gli affari della cosca nonostante Vito e Leonardo, entrambi detenuti al 41 bis, non abbiamo mai smesso di gestire dal carcere il loro mandamento. E prova di ciò si ha da alcune notizie emerse nel 2004 quando le indagini dimostrarono che Leonardo Vitale, dalle sbarre della Casa circondariale di Viterbo, passava alla moglie Maria Gallina l'elenco delle imprese da taglieggiare, i nomi di chi affiliare alla cosca e quello a cui dare la reggenza. Talvolta avvalendosi persino del fax.
In questi giorni, in risposta al ministro Alfano, è nuovamente intervenuta l'Associazione tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili. “Ben venga un Ministro che finalmente lavora per dare alla mafia quello che si merita”, ha scritto la presidente Chelli in un comunicato, ma “non serve però solo dire il 'carcere duro va rafforzato', bisogna farlo e una grande prova di buona volontà, sarebbe far ritornare al 41 bis Gioachino Calabro, Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno e Giuseppe Barranca . Per rispedire i mafiosi suddetti, rei di strage, a 41 bis , bisogna cambiare la legge attuale però, la quale di fatto sancisce sì il regime detentivo di 41 bis, ma contemporaneamente lo nega, affermando che quando il reo dimostra di aver tagliato i ponti con l’esterno, lo stesso potrà tornare a carcere normale.
Come farà mai il mafioso, ad avere contatti con l’esterno se il 41 bis è stato sancito proprio perché quei contatti non ci fossero, ma chi vuole prendere in giro la giustizia di questo Paese?”


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