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Primo piano 41 bis: riaprire Pianosa e l'Asinara

41 bis: riaprire Pianosa e l'Asinara

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41 bis: riaprire Pianosa e l'Asinara
L'insostenibile leggerezza del carcere duro
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a cura di Anna Petrozzi e Monica Centofante - 14 novembre 2008
Maggioranza e opposizione si confrontano ancora una volta sul 41bis. Qualche passo avanti è stato fatto, ma contro le mafie la guerra deve essere vinta senza più attese ne sconti. Il senatore Lumia propone: “Riapriamo Pianosa e l’Asinara!”. ANTIMAFIADuemila condivide e appoggia la richiesta.

La mafia fa notizia solo quando lascia il morto sul marciapiede. In realtà in questi giorni in Commissione Giustizia e Affari Costituzionali sono in discussione, all’interno del pacchetto sicurezza, una serie di emendamenti di grande delicatezza che riguardano la lotta alla criminalità organizzata e in particolare la spinosissima questione del 41bis.
Maggioranza e opposizione hanno dichiarato di essere d’accordo almeno su un punto: il regime di carcere duro va inasprito. Dalle stragi di Capaci e via D’Amelio tutti gli schieramenti politici, a parole, hanno dichiarato di voler usare il pugno di ferro contro gli assassini di Cosa Nostra. Eppure, come dimostra la nostra piccola ricerca di seguito allegata, dal '92 in poi modifiche ed emendamenti vari hanno consentito ai grandi boss spazi sufficienti per continuare a gestire i loro mandamenti, coordinare gli affari e disporre i “regolamenti di conto”.
Nonostante il solito polverone di polemiche e di strali lanciati dall’uno all’altro capo proprio per nascondere sotto il tappeto le rispettive responsabilità, le falle della detenzione “speciale” tanto acclamata sono più volte emerse nella loro gravità.
In questi giorni per la gioia del ministro Alfano sono stati approvati in assoluto spirito bipartisan alcuni emendamenti proposti anche e soprattutto dall’opposizione.
Il più importante è certamente il rovesciamento dell’onere della prova per cui i provvedimenti di restrizione al 41bis sono prorogabili fino a che “non risulti, da concreti elementi, che il detenuto abbia interrotto i rapporti con l’organizzazione o che la stessa abbia cessato di esistere senza confluenze in altre compagini criminali. Il decorso del tempo non può considerarsi elemento di cui desumere l’interruzione o la cessazione”.
Finalmente è il criminale a dover dimostrare di aver interrotto il suo legame con la famiglia di origine. Di per sé, una contraddizione in termini, poiché chiunque conosca anche solo un accenno di vicende mafiose sa benissimo che la definitiva fuoriuscita da un’organizzazione criminale avviene solo in due modi: con la collaborazione formale con la giustizia o con la morte. Il sistema sarebbe stato oltremodo efficace se oltre a questa proposta avanzata dall’opposizione su iniziativa del senatore Beppe Lumia e di altri fosse stata accolta anche un’altra delle modifiche presente nel disegno di legge presentato il 31 luglio scorso.
Fino ad oggi le richieste di revoca del regime erano gestite dal Tribunale delle misure di prevenzione che spesso, in base probabilmente ad una applicazione acritica della norma, ha revocato il 41bis a boss mafiosi di primissimo rango come ad esempio Nino Madonia, uscito dalla detenzione speciale proprio alla vigilia dell’anniversario della morte di Rocco Chinnici, per la quale è stato condannato in via definitiva all’ergastolo. (Il ministro Alfano ha poi firmato in fretta e furia il provvedimento per ripristinare il carcere duro al boss ndr)
L’opposizione aveva proposto che a valutare i ricorsi fossero i tribunali e le procure distrettuali del luogo di provenienza e quindi di azione criminale del detenuto prima dell’arresto, vale a dire far decidere a chi è specificamente competente in materia, invece si è scelto di spostare tutte le richieste sul tribunale di sorveglianza di Roma. Come al solito un passo avanti e uno indietro, sperando che almeno vengano presi e tenuti in considerazione i pareri di procuratori e magistrati che si sono occupati del detenuto, altrimenti l’importantissimo rovesciamento dell’onere della prova si risolverà in poco più di un nulla di fatto.
carcere-pianosa-web.jpgSono state poi introdotte altre misure restrittive sulle ore di socialità (solo due al giorno), sui colloqui telefonici ammessi solo per chi non ha avuto colloqui personali, quelli con i parenti saranno tutti sottoposti a viedeoregistrazione e quelli con gli avvocati ridotti ad un massimo di tre alla settimana. Il nostro codice garantista non consente la registrazione dei colloqui con gli avvocati, ed è anche corretto da un certo punto di vista, se non fosse che più e più volte è stato dimostrato che spesso sono proprio i difensori il veicolo per la diffusione di messaggi con l’esterno.
Si è cercato però di porre rimedio inserendo una fattispecie autonoma di reato che punisce con la reclusione da uno a quattro anni chiunque consenta ad un detenuto di comunicare con altri, con un'aggravante nel caso si tratti di un pubblico ufficiale, un incaricato di servizio pubblico o un legale.
Grande soddisfazione è stata espressa dal ministro Alfano e dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini che ora auspicano l’approvazione del testo anche da parte dell’aula e rilanciano restrizioni anche sulle norme antiriciclaggio e l’espulsione dei politici “mediatori della mafia” dai partiti.
Dall’opposizione il senatore Lumia, moderatamente soddisfatto per i risultati ottenuti, chiede alla maggioranza di dare dei segnali ancora più chiari e netti nella lotta alla criminalità e al terrorismo riaprendo le carceri di Pianosa e dell’Asinara e consentire così a questi provvedimenti sul 41bis di avere piena realizzazione.
“Viene previsto infatti – si legge nel disegno presentato dall’opposizione – che i detenuti sottoposti al regime speciale debbano essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in regioni insulari, ovvero comunque all’interno di sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’Istituto. L’esperienza maturata sul campo dagli operatori insegna che tanto la collocazione geografica degli istituti quanto la loro specializzazione nella gestione di determinate tipologie di detenuti è particolarmente importante per la più efficace applicazione dell’articolo 41 bis”.
Sarebbe davvero una grande occasione per la politica tutta di dimostrare una vera volontà, almeno su versante repressivo, di voler combattere le mafie. Tornare a rendere perfettamente funzionali queste carceri, così come lo sono state nel dopo stragi, al loro obiettivo significa non solo riuscire a recidere i legami tra i boss ergastolani e l’associazione mafiosa, ma anche far apparire molto meno attraente per i giovani la carriera criminale e prospettando loro una vita di durissimo isolamento se commettono delitti gravi. Sarebbe la prova definitiva che lo Stato vuole fare sul serio contro chi minaccia la stabilità democratica del Paese attraverso la violenza, l’infiltrazione nella vita pubblica, il riciclaggio di denaro proveniente dai grandi traffici di droga che ammazzano migliaia di giovani, la collusione con la politica e con i poteri più o meno occulti.
La redazione di ANTIMAFIADuemila sostiene con piena convinzione questa richiesta avanzata con il coraggio di sempre dal senatore Lumia e da ben pochi altri per tornare a dare vigore alla guerra alle mafie e per arrivare finalmente al risultato che da 200 anni aspettiamo: eliminarle alla radice e nella loro totalità.