Archivio Antimafia Duemila

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Focus Turiddu Giuliano? E' la stampa, bellezza!

Turiddu Giuliano? E' la stampa, bellezza!

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di Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino - 6 giugno 2011
A spulciare con pazienza certosina le vecchie annate dei quotidiani, italiani e stranieri, c’è sempre molto da imparare. Soprattutto si capiscono di più i misteri mai risolti che hanno segnato la storia italiana del secolo scorso.




Non siamo tra quelli che commettono l’errore di passare da un giallo all’altro. Abbiamo la cocciutaggine di scavare molto su un punto e di tirare fuori materiali sepolti da decenni.
Siamo convinti che di volta in volta ci raccontano fatti sempre nuovi. Prendiamo, ad esempio, il cold case di Salvatore Giuliano da Montelepre, classe 1922, terrorista di professione. Le cronache ci dicono che sarebbe stato assassinato durante un conflitto a fuoco con i carabinieri, a Castelvetrano, in Sicilia, il 5 luglio 1950.

Ma i grandi giornali americani che siamo andati a leggere, ci raccontano un dramma mediterraneo un po’ diverso. Ci parlano della fuga nel Nuovo Mondo del re di Montelepre. Una storia, la sua, la cui parabola terminale inizia nell’agosto 1949, quando a Bellolampo sette carabinieri saltano in aria su una mina collocata sullo stradale Palermo-Montelepre. Giuliano vuole chiudere, a modo suo, la partita aperta con lo Stato dopo gli eccidi della primavera-estate del 1947.

Ma ora, in quest’altra torrida estate siciliana, gli attori e le scene cambiano. C’è, ad esempio, il colonnello dell’Arma Ugo Luca, un vecchio amico di Mussolini per il quale ha lavorato in missioni speciali in Turchia e in Medio Oriente, negli anni Trenta. Il ministro dell’Interno Mario Scelba, lo nomina capo del Comando Forze Repressione Banditismo (Cfrb). Ci sono anche gli uomini di Cosa Nostra, a cominciare dai Miceli,  dagli Albano e dai Marotta, capimafia rispettivamente di Monreale, Borgetto e Castelvetrano. E non mancano gli uomini dell’Anello, il Servizio ultrasegreto coordinato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti. Tutti interessati ad arrivare il prima possibile e senza danni collaterali alla conclusione di una faticosa trattativa che nessuno era stato ancora in grado di definire fino a quel momento.

I termini del patto da stipulare sono chiari: De Gasperi e il suo governo garantiscono che il capobanda scompaia per sempre dalle scene siciliane, protetto da Cosa nostra e dalla Cia. In cambio, Giuliano assicura di non rivelare mai le trame terroristiche nazifasciste che lo hanno visto protagonista a partire dal fatidico 1943.

Tutto ci porta a dubitare delle verità più o meno ufficiali: che il capobanda sia morto in conflitto con i CC.; che sia stato ammazzato quella notte da Gaspare Pisciotta; o, in ultimo, che sia stato qualche altro a farlo fuori a tradimento. Male fece Tommaso Besozzi a scrivere su l’Europeo che di sicuro c’era solo che Giuliano era morto. Proprio lui, grande giornalista, che aveva messo tutto in discussione in quei giorni, avrebbe avuto forse l’obbligo di dubitare anche di quel corpo adagiato nel cortile Di Maria, in una pozza di sangue.

Ma non si può coprire il sole col colabrodo, come si dice in Sicilia. Appena un anno fa proprio Gregorio Di Maria, 98 anni, l’avvocaticchio che secondo i rapporti ufficiali nascondeva il capobanda  a casa sua, ha rivelato agli infermieri che lo accudivano nel nosocomio di Castelvetrano, lucido come un ragazzino, la verità su ciò che accadde quella notte d’estate. E cioè che a casa sua, la sera del 4 luglio 1950, si erano riuniti la mafia, la massoneria e i carabinieri per organizzare una messinscena utilizzando il cadavere di un povero sosia che aveva il solo torto di assomigliare in maniera impressionante a  Turiddu.

E ora si aggiungono elementi di grande interesse  che potrebbero aiutare a fare luce su una verità taciuta per sessant’anni e sulla quale sta indagando la Procura della Repubblica di Palermo.

Il “Chicago Daily Tribune”, ad esempio, il 1° ottobre 1949 ci informa che l’agenzia di stampa Reuters ha diffuso una “breve” inquietante. “Salvatore Giuliano, il re dei banditi siciliani, ha fatto oggi richiesta di un passaporto per lasciare l’Italia”. Non sappiamo i termini e le forme della richiesta e sconosciamo anche le fonti alle quali si appoggia la nota agenzia giornalistica. Sappiamo, però, che in quel momento la trattativa
tra il terrorista e lo Stato è in una fase di svolta. Tant’è che a metà gennaio 1950 la madre del monteleprino, Maria Lombardo, rinchiusa da qualche mese nelle carceri femminili di Termini Imerese, è rimessa in libertà per ordine del ministro Scelba. E’ il segnale che, in modo sotterraneo, qualcosa si muove.

Il 18 dicembre 1949 compare sul “Daily Boston Globe”, la seguente notizia, diffusa dall’Associated Press: “Si riporta oggi che Salvatore Giuliano starebbe pianificando di scappare negli Stati Uniti”. E non c’è da dubitarne, se è vero che, una settimana dopo, l’antivigilia di Natale, il capobanda banchetta con l’ispettore capo della Ps destinato al Ministero della Frontiera, Ciro Verdiani. L’ispettore è felice come una Pasqua  e per festeggiare l’occasione, si porta dietro una bottiglia di Marsala e un bel panettone.

Sempre il 18 dicembre 1949, il “Chicago Daily Tribune” titola: “La Sicilia è in eccitazione in merito alla voce della fuga del re dei banditi” (fonte Reuters). Così leggiamo: “I siciliani oggi hanno preso atto, con sentimenti misti di sollievo e di rancore, delle persistenti voci secondo le quali Salvatore Giuliano è sfuggito a una retata della polizia ed è scappato dalla Sicilia. […] Secondo un altro dispaccio, Giuliano ha detto al giornalista Jacopo Rizza [in data 17 novembre 1949, durante un’intervista realizzata in una stalla di Salemi]: ‘Andrò negli Stati Uniti e metterò in piedi alcune fabbriche. Non ho paura del viaggio perché sono sicuro di riuscire a procurarmi documenti falsi’.”

E arriviamo, così, al 6 febbraio 1950, quando il “Los Angeles Times” pubblica un articolo che ci chiarisce il quadro generale al cui interno si era definita la Santissima Trinità che vedeva in un solo corpo le tre entità di Cosa Nostra, dello Stato e dei Servizi segreti internazionali. La fonte, questa volta, è l’Associated Press, e il titolo spiega molte cose: “Praga afferma che Lucky Luciano comanda i banditi siciliani”: “Il quotidiano
cecoslovacco ‘Prace’ ha scritto oggi che il capobanda Salvatore Giuliano altro non è che un agente dei possidenti siciliani guidati dall’ex vicerè della mafia di New York, Lucky Luciano. Il quotidiano ha descritto Luciano come un ‘agente dell’intelligence americana’. […] ‘Prace’, organo dei sindacati, ha aggiunto: ‘Giuliano incontrò Lucky Luciano, che è un agente dell’intelligence americana, di origini siciliane’.”

Lucky Luciano

Questa notizia non giunge nuova a chi studia la carriera criminale di Salvatore Lucania, alias Lucky Luciano, il big boss della mafia siculo-americana, nato a Lercara Friddi, nel 1897. Che il raìs di Cosa Nostra fosse addentro al controspionaggio americano, a partire dal 1943, lo dicono chiaramente le centinaia di documenti dell’Fbi da noi ritrovati negli Archivi nazionali americani di College Park, qualche anno fa. Ma lo afferma
anche un giornalista di razza come Felice Chilanti quando ci mette al corrente di un dettaglio inquietante: l’incontro tra Lucky Luciano e Salvatore Giuliano a bordo del panfilo del principe Giovanni Francesco Alliata di Montereale, nella primavera del 1946, al largo del golfo di Castellammare.

Ma non è tutto. Il 18 giugno 1950 il “Chicago Daily Tribune” pubblica un pezzo dal titolo inequivocabile: “Il re dei banditi siciliani sarebbe sano e salvo negli Usa” (fonte Reuters). Eccone un brano: “Il recente comportamento rilassato di Maria Giuliano, madre del re dei banditi siciliani, ha dato adito a voci secondo le quali l’assassino di centocinque uomini delle forze dell’ordine, sarebbe fuggito in America. La voce è che
l’affascinante killer  ventisettenne si trovi a Boston. Oggi, è circolata la notizia che Giuliano ha raggiunto suo cognato, Pasquale Sciortino, che scomparve qualche tempo fa [nell’estate del 1947] dalla Sicilia e il cui nome suscita il medesimo terrore evocato da Giuliano […]. Il mese scorso, secondo queste voci, Giuliano sarebbe partito dal suo rifugio nelle colline di Montelepre per recarsi a Palermo. Con l’aiuto degli uomini della sua banda e della mafia, Giuliano avrebbe quindi raggiunto Licata per poi imbarcarsi in una nave battente bandiera francese”.

Mancano poco più di due settimane alla messinscena della notte di Castelvetrano, ma in America circola già il rumor che Giuliano l’abbia fatta franca, grazie agli interventi di Cosa nostra. E’ una notizia sulla quale i giornali statunitensi sprecano fiumi d’inchiostro. E non è un caso.

La mafia siculo-americana, insomma, ha perso la pazienza. Le trattative per salvare la pelle a Turiddu sono durate troppo a lungo e non c’è garanzia alcuna che vadano in porto. Nei palazzi, infatti, qualcuno fa il doppio gioco: promette la libertà al terrorista ma al contempo trama per farlo fuori. Un bel quadretto all’italiana. I boss non si fidano dello Stato. Ora rompono gli indugi e passano all’azione. Vogliono dimostrare il loro potere illimitato e battono i pugni sul tavolo. Giuliano è cosa loro. Anticipano i fatti e li dirigono come in un film. E’ chiaro che a quella data, cioè nel maggio del 1950, Giuliano è già al sicuro, tra amici e parenti. Nel quartiere italiano di Boston.

La clamorosa notizia mette in allarme le forze dell’ordine della città americana, sulla costa atlantica. Infatti il capo della polizia, Edward W. Fallon, è costretto ad intervenire personalmente per cercare di calmare le
acque e salvare la faccia. Scrive il quotidiano: “Fallon ha dichiarato che le autorità ‘non credono affatto’ alle voci secondo le quali Giuliano potrebbe trovarsi in città. ‘Non siamo in possesso di informazioni che indichino la presenza di Giuliano a Boston’.” Ma subito dopo si impappina e se ne esce con la seguente frase: “In ogni modo, non abbiamo alcun contenzioso con lui. Se Giuliano si trovasse a Boston, sarebbe un caso di competenza dell’Fbi o del Dipartimento dell’immigrazione statunitense’. ”

Boston, market 1950

Nei giorni precedenti, la notizia che Giuliano è a Boston, nel quartiere italiano a Nord della città, è stata diffusa da un quotidiano locale, “Il Momento”. Il 18 giugno 1950, poche ore dopo, Scelba rilascia in fretta e furia una nota ufficiale a Roma con cui smentisce la notizia che Giuliano avrebbe trovato rifugio a Boston. Ma da quando in qua un ministro della Repubblica sta dietro alle chiacchiere dei giornali?

Insomma, gatta ci cova. Tant’è che l’Ufficio immigrazione statunitense si mobilita e qualche giorno dopo pizzica un’ottantina di mafiosi siciliani che trafficano in immigrati fatti arrivare clandestinamente in territorio americano.

La notizia la pubblica, il 23 giugno 1950, nientemeno che il “New York Times”, con il seguente titolo: “Gli Stati Uniti debellano due organizzazioni che si occupavano dell’immigrazione clandestina in America.” (fonte
United Press): “Il Dipartimento dell’immigrazione degli Stati Uniti ha annunciato stasera di avere arrestato oltre ottanta persone. Tra costoro, un noto gangster italiano, nel corso di un’operazione volta a smantellare
un’organizzazione che favoriva l’immigrazione clandestina. Tale organizzazione, per vari mesi, ha fatto arrivare nell’area di Detroit diversi immigrati italiani, alla spicciolata. Lo ha detto il funzionario James W. Butterfield. Cinquanta arresti sono stati effettuati a Detroit, gli altri a New York e altrove.
Butterfield ha aggiunto che gli italiani clandestini tratti in arresto arrivavano negli Stati Uniti attraverso i porti della costa Est [New York e Boston] e di quella meridionale. Butterfield ha identificato uno degli stranieri come Gaetano Badalamenti, ex luogotenente di Salvatore Giuliano, il capobanda siciliano. Badalamenti è stato arrestato in un sobborgo di Wyandotte, nel Michigan, il mese scorso. […] Le autorità italiane hanno richiesto l’estradizione di Badalamenti per omicidio, sequestro di persona e numerosi altri crimini [reati  commessi in Italia fino al 1947, quando il giovane criminale scappa in America per raggiungere il fratello, nel Michigan]. Butterfield ha aggiunto che le autorità italiane hanno identificato Badalamenti come un ex luogotenente  di Giuliano”. 

Dunque, le voci circa la presenza di Turiddu Giuliano a Boston, a partire dal maggio 1950, hanno un qualche fondamento nella clamorosa presenza di Tano Badalamenti, futuro capo della cupola in Sicilia e mandante dell’assassinio di Peppino Impastato nel 1978. Tano agisce nell’area della costa orientale americana, interessata dal narcotraffico e dai flussi clandestini di immigrati siciliani controllati da Cosa Nostra. E poi c’è la
sorpresa, certamente avvalorata dalle autorità di Roma, che il Badalamenti, all’epoca ventisettenne, è definito un ex luogotenente di Giuliano.

Tano è in buona compagnia in America. Dal 1947 sono con lui altri due membri di spicco della banda: Pasquale Sciortino, il terrorista che organizza gli assalti armati alle Camere del Lavoro della provincia di Palermo nel giugno 1947, e Francesco Barone, alias ‘Baruneddu’, che in Sicilia aveva il compito di tenere i contatti con Lucky Luciano e che era in ottimi rapporti con il famigerato Fra’ Diavolo, cioè il numero due della banda
monteleprina, Salvatore Ferreri.

Perché, a partire dall’estate del 1947 sbarcano tutti e tre in America? Con gli attacchi terroristici di quell’estate, dopo l’eccidio di Portella della Ginestra, di fatto si chiude la fase insurrezionale neofascista guidata dai Far di Pino Romualdi, al cui servizio opera lo squadrone della morte di Giuliano, e si apre quella delle trattative per la messa in salvo del capobanda e dei suoi luogotenenti. Ne è garante Cosa Nostra, tramite l’organizzazione American Friends of Sicily, di fatto nelle mani di Mike Stern, il giornalista-spia americano che incontra Giuliano a Montelepre l’8 maggio 1947.

Tutto avviene con la mediazione della mafia che, guarda caso, è quella dell’area interessata dagli attacchi terroristici. Vi troviamo a Partinico Santo Fleres, a Borgetto gli Albano, a Cinisi (dove la sede del Pci salta in aria con una bomba a miccia lunga) Tano Badalamenti e don Masi Impastato, a San Cipirello don Salvatore Celeste, a Monreale i Miceli al gran completo. Cioè tutti i capimafia che tengono in pugno le sorti di Giuliano e dei suoi uomini. Per loro non c’è solo una questione d’onore e di parola, ma soprattutto un interesse economico preciso. Vediamolo.

Stando all’articolo apparso sul “Daily Boston Globe”, il 9 luglio 1950, scritto dal giornalista Alex Valentine (Fonte Reuters), Giuliano ha “esportato capitali per circa 750.000 dollari, soprattutto nelle banche americane e in quelle dell’Africa settentrionale [in Tunisia]. La polizia [italiana] e fonti non ufficiali stimano che, nel corso del suo regno quinquennale, Giuliano abbia accumulato 1.500.000 dollari. Secondo le forze dell’ordine,
Giuliano aveva nascosto il suo denaro all’estero. Questa è la prova che il fuorilegge stava pianificando di abbandonare la Sicilia”.

In conclusione, perché Giuliano trattiene per sé solo la metà di questa enorme somma di denaro? Evidentemente l’altra metà finisce nelle tasche dei boss siculo-americani che gli garantiranno sicurezza e tranquillità negli anni a venire in America.

E’ questa un’ipotesi sulla quale anche gli inquirenti potrebbero indagare. L’anno scorso hanno infatti ascoltato un ex agente dei Servizi segreti italiani vicino all’Anello, il quale ha riferito di avere accompagnato Giuliano al funerale dell’amata madre, nel gennaio 1971. Secondo l’ex spia, Turiddu viveva da molti anni negli Usa, sotto la protezione della Cia e di Cosa Nostra.

Fatti e misfatti, quelli che abbiamo raccontato, sui quali doveva essere bene informato un pezzo da Novanta della mafia americana, che rispondeva al nome di John Gotti. Come riferisce l’Ansa il 28 ottobre 2010.

Tratto da: casarrubea.wordpress.com