Archivio Antimafia Duemila

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Focus La rivincita di Pilato

La rivincita di Pilato

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La Cassazione conferma la condanna a 4 anni e dieci mesi per il colonnello Riccio
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 11 marzo 2011
Roma.
La notizia rimbalza sulle agenzie nella tarda serata di giovedì 10 marzo. La III sezione penale della Cassazione ha reso definitiva la condanna a quattro anni e dieci mesi di reclusione nei confronti del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, ex comandante del Ros e della Dia di Genova, accusato di avere svolto con metodi illegali indagini su traffici di stupefacenti negli anni '80.
       

Dopo quasi 15 anni dall'inizio dell'inchiesta si è conclusa così una vicenda giudiziaria dai contorni anomali. Gli ermellini hanno comminato una multa di 20 mila euro al col. Riccio, confermando inoltre la condanna a 24 anni inflitta dalla corte d'appello di Genova nel luglio 2009 al maresciallo Giuseppe Del Vecchio. Come un pugno in pieno viso la condanna della Cassazione riaccende i riflettori su una storia che merita di essere raccontata in ogni suo risvolto.

Genesi di un processo
Lo scorso 28 marzo 2007 il colonnello dei carabinieri Michele Riccio era stato condannato dal tribunale di Genova a 9 anni e 6 mesi di reclusione per traffico di stupefacenti nelle operazioni anticrimine “Topkapi” e “Pantera”, e per la raffineria di Corso Europa. Due anni dopo, il 14 luglio 2009, la pena era stata ridotta in appello a 4 anni e 10 mesi. Ed è proprio Riccio, l'ex ufficiale dei Ros di 61 anni che ha lavorato fianco a fianco al gen. Carlo Alberto dalla Chiesa e che nel 1995 è stato sul punto di catturare Bernardo Provenzano, a pagarne la maggiori conseguenze.
L’investigazione genovese sul col. Riccio era partita da tre pubblici ministeri Anna Canepa, Pio Macchiavello e Francesca Nanni (ai quali si aggiunge Corrado Lembo, inviato a Genova all’inizio dell’inchiesta, dall’ex procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna) per alcune dichiarazioni degli ex collaboratori di giustizia Angelo Veronese e Oreste Abbona (quest'ultimo condannato nel '97 a 6 anni di reclusione per calunnia e per traffico di stupefacenti, deceduto alcuni anni fa). L’inchiesta si era concretizzata il 6 giugno 1997 con l’arresto del col. Riccio. Quella mattina Michele Riccio veniva prelevato dal suo ufficio romano dagli uomini del Ros, il raggruppamento speciale di cui era stato comandante per vari anni, per poi passare presso il centro operativo della Dia di Genova e successivamente presso quello di Palermo, per essere rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea a Roma nella stessa cella che ha ospitato il capitano delle SS Erich Priebke, guardato a vista, con la luce accesa giorno e notte.
L’ordinanza di custodia cautelare del Gip Roberto Braccialini si basava su “presunti tentativi di indottrinamento delle fonti informative del Pm”, in virtù del pericolo “di ulteriori anomale gestioni di confidenti e compensi di operazioni di p.g.”. In quello stesso giorno altri cinque marescialli venivano arrestati: Giuseppe Del Vecchio, Angelo Piccolo, Gian Mario Doneddu, Giuseppe Sesto e Ernesto Capra (Doneddu, Sesto e Capra verranno scarcerati un mese dopo). Gli episodi oggetto dell’inchiesta abbracciavano il decennio 1983/1993.

La scarcerazione

Il colonnello Riccio viene scarcerato dopo 42 giorni, è prostrato, ha perso 11 chili, rimane agli arresti domiciliari per quattro mesi e mezzo, a casa lo attende la moglie Fabiola che per tutto questo tempo e per gli anni a venire combatte con una forza sovrumana per difenderlo e ristabilire la verità, insieme a lei la loro figlia Chiara che ha condiviso ogni sofferenza. I primi di dicembre del ’97 il col. Riccio torna ad essere un uomo libero. Ma l’inchiesta giudiziaria è tutt'altro che ferma.
Secondo gli investigatori: Riccio, Piccolo, Del Vecchio e Doneddu avrebbero condotto indagini di polizia giudiziaria con l’aiuto di confidenti e sarebbero entrati in contatto con trafficanti acquistando quantità di droga di cui, in certi casi, avrebbero in parte omesso la segnalazione all’autorità giudiziaria. In altri casi avrebbero trattenuto una parte dello stupefacente e, in alcune occasioni, avrebbero fatto risultare con atti falsi il sequestro di un quantitativo minore di quello reale. Secondo i Pm l’obiettivo soprattutto di Riccio sarebbe stato quello di compiere operazioni clamorose per acquisire fama ed encomi.

Il rinvio a giudizio
Il 4 gennaio 1999 la procura di Genova chiede il rinvio a giudizio del col. Riccio per diversi capi di imputazione, tra cui l’associazione per delinquere, tutti i reati hanno come trait d’union l’accusa di un “utilizzo di confidenti riconvertiti all’impiego di istigatori/determinatori di reati, o 'coperti' nelle loro illecite attività; attività di raffinazione di stupefacenti per scopi di arricchimento personale, o di calunnia dei sospettati, o di malinteso senso del prestigio del reparto; manipolazione sistematica dei corpi di reato per coprire irregolarità amministrative nelle consegne controllate di stupefacente”.
Quello stesso giorno gli inquirenti chiedono il rinvio a giudizio degli altri protagonisti della vicenda fra cui l’ex parlamentare di Forza Italia Tiziana Parenti accusata di falso ideologico nell’ambito dell’operazione “Jenstar” avvenuta a Savona nel 1989, quando la Parenti era pm titolare dell’inchiesta. Cinque mesi dopo il Gip Anna Ivaldi firma il rinvio a giudizio per tutti gli indagati.

Alla sbarra
Nel 2000 inizia il processo che dura quasi 7 anni. Nelle 22 udienze della requisitoria il pm Andrea Canciani, con riferimento all’associazione per delinquere, richiede l’assoluzione di Riccio per questo capo di imputazione perché, per usare un eufemismo, il coimputato Giuseppe Del Vecchio non era stato sufficientemente d’aiuto ai pm nella prova dell’associazione per delinquere. O invece, per dirla secondo la scrupolosa analisi della difesa, in virtù di una “mancanza di credibilità” dei principali accusatori che hanno “reciprocamente cambiato versione” più volte.
Di fatto la difesa di Riccio richiede e successivamente ottiene l’assoluzione per l’associazione per delinquere per non aver commesso il fatto (richiesta estesa a tutti i capi di imputazione). A tale proposito lo stesso Tribunale della Libertà aveva a suo tempo già ritenuto inesistente il relativo capo di imputazione.

La prima condanna

Nel 2007 il Tribunale di Genova condanna Riccio unicamente per 3 capi di imputazione relativi a 3 distinte operazioni anticrimine su 50 capi inizialmente contestati. Nel dibattimento l’avvocato difensore evidenzia come le relative “fonti” abbiano utilizzato a loro uso e consumo la situazione in cui si è venuto a trovare il Colonnello Riccio “per accreditare proprie istanze revisioniste”, per tirare acqua al loro mulino. Dal canto suo Riccio ribadisce più volte, dai primi interrogatori fino al dibattimento, di aver agito sempre e solo con il fine di raggiungere gli obiettivi militari stabiliti, senza alcun tornaconto personale; la droga proveniente da sequestri veniva usata per mettere a segno nuove operazioni antidroga ed eventuali sbagli sarebbero stati fatti solamente ai fini della giustizia. Per servire lo Stato. Il 28 marzo 2007 la Corte, oltre a Riccio, condanna il maresciallo Giuseppe Del Vecchio a 24 anni di carcere in continuazione con altri precedenti pene. I giudici assolvono: Angelo Piccolo, Gian Mario Doneddu, Giovanni Cravero, Francesco Cutano, Ferdinando De Maria, Vincenzo Parrella, Giuseppe Sesto, in alcuni casi per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o per intervenuta prescrizione. L’ex Pm Tiziana Parenti, nei cui confronti l’accusa aveva chiesto 3 anni e mezzo di reclusione, viene ugualmente assolta per non aver commesso il fatto. La Parenti, pur essendo il reato dichiarato prescritto, aveva rinunciato alla prescrizione. Condanne e assoluzioni vengono poi confermate in appello (ad eccezione della riduzione di pena del col. Riccio).

Il “metodo Riccio”
“Quando c’è un delitto di mafia, la prima corona che arriva è quella del mandante”. Questa citazione del generale Carlo Alberto dalla Chiesa può essere una chiave di interpretazione per comprendere a fondo quella che a nostro avviso è stata un’inspiegabile “lettura delle carte”. A chi dava fastidio il famigerato “metodo Riccio”? Un metodo che alcuni giornali e le stesse agenzie di stampa definivano con evidente sarcasmo come qualcosa di “mitico”. Certamente dava fastidio a molti. Di sicuro a moltissimi mafiosi e terroristi. Ma non solo. A molti politici, ad esponenti dell’alta borghesia legata alla massoneria e a diversi colleghi dell’Arma dei carabinieri, di pari grado o di livello superiore, il “metodo Riccio” non piaceva proprio. Troppo rischioso. Per loro stessi. Il 21 marzo 1997 (due mesi e mezzo prima dell’arresto di Riccio) si materializza una lettera “anonima” che è stata spedita a 6 destinatari: Csm, Procura della Repubblica di Genova, Comando Generale dell’Arma dei carabinieri e, sempre dell’Arma, Divisione Unità mobili e speciali, Ros, Comando Regione Liguria (lettera che fu diffusa in buona parte dall’agenzia ANSA il 7 luglio ’97). L’anonimo accusatore si definisce “un carabiniere della sezione anticrimine di Genova”, punta il dito sul “metodo Riccio” arrivando a prevedere i titoli dei giornali che sarebbero usciti una volta scoppiato il caso. “Il fine giustifica i mezzi” diceva Nicolò Machiavelli ed è proprio questo il “metodo Riccio” contestato aspramente da più parti. Come se la lotta alla mafia e al terrorismo si riducesse ad un’asettica esecuzione di azioni di contrasto “legalmente riconosciute” ed “istituzionalmente approvate”. Di fatto è la legge che decide dove sta il limite del “lecito” per agire contro la criminalità. Ma in casi specifici consente che quei “limiti” possano essere oltrepassati, a condizione che non vi sia alcun tornaconto personale per chi li oltrepassa e soprattutto che il fine rimanga il perseguimento della giustizia. Forse a volte il cosiddetto “metodo Riccio” ha potuto oltrepassare certe barricate per raggiungere il fine. Probabilmente con metodologie discutibili. Ma queste barricate non sono forse assimilabili, tanto per citarne una, a quelle che lo Stato aveva consentito di varcare al gen. Mori e al col. De Donno quando aveva concesso loro l’autorizzazione di incontrarsi con Vito Ciancimino per intavolare una sorta di “trattativa” Stato-mafia? Si tratta forse di fare “due pesi e due misure”? Molto probabilmente si. Alla fine Riccio si è trovato delegittimato, isolato, con una carriera compromessa. Mori e De Donno sono stati promossi ad incarichi superiori.

La difesa
Al processo di I° grado gli avvocati difensori del col. Riccio, Claudia Marsala e Metello Scaparrone, hanno illustrato punto per punto la coerenza dell’operato dell’ufficiale. I due legali hanno focalizzato quella che hanno definito una “insalata gigante” all’interno della quale “è stato messo di tutto allo scopo di ridicolizzare e sminuire l’operato di quei carabinieri onesti”: Doneddu, Piccolo, Sesto e Riccio “trattati come  pusher di basso livello che si fanno pagare addirittura con assegni”. L’avv. Marsala ha precisato poi che il col. Riccio per lavorare “ha intascato solo ed esclusivamente il proprio stipendio e spesso e volentieri lo ha anche utilizzato per il servizio, non ha mai chiesto un prestito a nessun collaboratore. Quando sono stati rubati i soldi dalla cassaforte ha acceso un prestito per ripianarlo, non ha trafficato in droga, si è venduto un portatile e un orologio”. E questi sono fatti, al di là di ogni interpretazione.
Sempre nel processo di I° grado la difesa di Riccio ha contestato al Pm di aver preso le difese di due persone che “in pendenza del processo sono stati presi con la droga nelle mutande” (Del Vecchio e Parrella, ndr) evidenziando la mancanza di credibilità dei maggiori accusatori di Riccio (Abbona, Veronese e gli stessi Del Vecchio, Parrella, se stesso con gli incidenti probatori). La strategia della delegittimazione utilizzata con Riccio ha ottenuto il suo scopo: oscurare completamente i risultati eccezionali raggiunti in quasi 40 di carriera di lotta al terrorismo e alla mafia.

L'atto di accusa

Secondo l’accusa le operazioni “spregiudicate” condotte da Riccio altro non erano che dei pretesti per “acquisire fama ed encomi”. E qui veramente siamo al paradosso. La vita professionale e umana di questo ufficiale dei carabinieri è fortemente segnata da croci e da prove che solamente chi crede fermamente in quello che fa, oltre la mera professione, può superare. Parliamo di uomini scelti scrupolosamente dal gen. dalla Chiesa, che vivevano in totale simbiosi con il loro lavoro, con profonda convinzione, a discapito di una pur minima vita privata.
L’accanimento messo in atto da apparati dell’Arma nei confronti di Riccio è quello che lascia maggiormente un senso di profonda amarezza in tutta questa vicenda. A partire dal fax relativo alla richiesta di rinvio a giudizio di Riccio alla redazione palermitana di Repubblica due giorni prima che venisse depositato. Chi e perché ha dato un simile ordine?

Profezie realizzate
Quasi trent'anni fa il gen. dalla Chiesa aveva affermato con forza che la mafia non sarebbe mai stata sconfitta se non fosse cambiata profondamente la politica. Un’analisi precisa, senza sconti per nessuno, che solamente altri uomini giusti come lui potevano realizzare e che di fatto aveva accelerato i tempi della sua condanna a morte. Ancora dovevano venire alla luce tanti intrecci fra i colletti bianchi e la mafia. Una lunga serie di “trattative”, “patti”, “alleanze” fra pezzi dello Stato e i vertici di Cosa Nostra sfociate poi in omicidi eccellenti e in stragi sanguinose finiti sotto processo solamente dopo anni. E’ in questo contesto che va collocata la storia del col. Riccio. Un contesto temporale dove i suoi primi avvocati difensori venivano “avvicinati” da personaggi ambigui che praticavano il palazzo di giustizia, determinati a elargirgli preziosi “consigli”. In seguito Riccio si ritrovava sotto l’ufficio automobili appostate, continuamente sottoposto a intercettazioni telefoniche. In alcuni casi gli avvocati rimettevano il mandato di difensori. O per paura, o perché a loro volta “consigliavano” vivamente il col. Riccio di non contestare gli addebiti, ottenendo un netto rifiuto. A Riccio non è mai stato perdonato di aver osato sfidare le “zone grigie” del nostro Paese, quegli “ibridi connubi”, come diceva Falcone, che si sono macchiati dei crimini più efferati. “Zone grigie” dalle quali sono partiti ordini ben precisi e ben condivisi a livello istituzionale: uno su tutti riguarda sicuramente la direttiva di bloccare il blitz che nel ’95 avrebbe portato alla cattura di Bernardo Provenzano (per il quale vi è tuttora un processo in corso a Palermo). Un blitz condotto dal colonnello Riccio che si vide obbligato ad obbedire interrompendo l’operazione. A distanza di tempo Riccio denunciò il tutto e questo suo ardire contribuì notevolmente a segnare la sua condanna.

Spalle al muro
Cosa può provare oggi un uomo che ha dato la vita per difendere lo Stato quando da questo viene messo spalle al muro? Un senso di disorientamento, di sconfitta, di solitudine, anche rabbia, ma forse nel suo intimo sentirà che nonostante tutto ne valeva la pena. Valeva la pena rischiare oltre se stessi affinché ne rimanesse memoria. Per tutti quelli che prima di lui hanno pagato con la vita, per il suo Generale che ci credeva fino in fondo e soprattutto per chi verrà dopo. Ma al momento resta l'amarezza profonda di pagare per non essersi piegato ad un sistema di potere.
Gli avvocati difensori del colonnello Riccio hanno già annunciato che ricorreranno alla Corte Europea dei diritti dell'uomo. Ma nel frattempo i tanti “Giuda” e “Pilato” hanno ottenuto quello che volevano.
In uno dei suoi ultimi interventi il sociologo assassinato da Cosa Nostra nel 1988, Mauro Rostagno, disse con una certezza disarmante che la questione non era trovare posto in questa società, ma creare una società in cui valesse la pena di trovare un posto. Con profonda riconoscenza nei confronti di Michele Riccio possiamo dire che con il suo lavoro ha contribuito al tentativo di creare una società più giusta dove si potesse trovare posto.

Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo

Da una rielaborazione de “La corona del mandante”, tratto da ANTIMAFIADuemila n° 53