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Focus Aspettiamoci una nuova stagione di bombe. Intervista a Luigi de Magistris

Aspettiamoci una nuova stagione di bombe. Intervista a Luigi de Magistris

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di Giorgio Bongiovanni - 23 novembre 2010
La questione sollevata con coraggio e onestà dall'onorevole Luigi de Magistris, nell'intervista che segue e che invito a leggere, è di importanza cruciale nel delicato periodo storico e politico che il nostro Paese sta attraversando. In tutto simile a quello degli anni '92 e '93, protagonisti del violento passaggio tra la prima e la seconda Repubblica.
    


Condividiamo appieno la lettura dell'europarlamentare, unico tra i politici, per il momento, ad avere lanciato un allarme più volte sollevato dai magistrati in prima linea che indagano sulle stragi dei primi anni Novanta e sui successivi depistaggi istituzionali: il procuratore aggiunto a Palermo Antonio Ingroia, il collega Antonino Di Matteo, sostituto procuratore e presidente dell'Anm Palermo, il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari ed altri.
Convinti che il pericolo del ritorno ad una deriva stragista in questo momento sia più che concreto e che per questo sia necessaria una presa di coscienza collettiva che possa ostacolare l'azione eversiva dei poteri forti, ci rivolgiamo a quei politici che negli anni hanno dimostrato sensibilità nei confronti di queste scottanti tematiche. Da Claudio Fava a Nichi Vendola, dall'avvocato Luigi Li Gotti a Giuseppe Lumia, entrambi componenti della Commissione parlamentare antimafia, fino ad arrivare allo stesso Antonio Di Pietro o a Beppe Grillo.
E' giunto il momento di sostenere quei magistrati che a proprio rischio e pericolo sono usciti allo scoperto per denunciare la grave situazione nella quale versa il nostro Paese?
E' giunto il momento di affrontare la paura e denunciare il possibile e concreto ritorno ad una nuova stagione di bombe?
Se non ora, quando?



Intervista di Monica Centofante - 23 novembre 2010
Nel corso di una recente intervista, così come riportato da alcune agenzie, Luigi de Magistris, europarlamentare dell'Idv, ha accennato a un Berlusconi ormai alla fine sel suo percorso politico e potenzialmente pericoloso. Non escludendo, in un prossimo futuro, anche a una possibile stagione di bombe e proiettili.

Dottor de Magistris, sono affermazioni molto forti, le può approfondire?
Io ho fatto un ragionamento molto più ampio anche se le agenzie hanno estrapolato esclusivamente questo passaggio. Il discorso è il seguente: negli ultimi vent'anni circa, quelli seguiti alle bombe di Capaci e Via D'Amelio, abbiamo assistito a una progressiva penetrazione delle mafie all'interno delle istituzioni, oltre che dell'economia e della finanza. Per istituzioni non mi riferisco soltanto alla politica - anche se il rapporto mafia-politica è quello più evidente – ma ad uffici istituzionali di prim'ordine, a servizi segreti e anche alle forze dell'ordine e alla stessa magistratura.
Questo ha provocato una progressiva istituzionalizzazione delle mafie che oggi - grazie anche ai rapporti con i poteri occulti che molto spesso fanno da collante tra tutti questi ambienti (basti vedere l'inchiesta sulla cosiddetta P3) – hanno raggiunto un livello tale da essere in grado di far approvare leggi ad personam e ad personas. Per questo, ad esempio, assistiamo all'approvazione di provvedimenti amministrativi a loro favorevoli o ad anomali aggiustamenti dei processi.
Tutto questo ha fatto sì che negli ultimi anni, coloro che dall'interno delle istituzioni hanno combattuto la criminalità organizzata, le mafie, le corruzioni, il sistema criminale, la borghesia mafiosa, sono stati sempre ostacolati con mezzi diversi o in parte diversi da quelli che venivano utilizzati un tempo. Mi riferisco alla delegittimazione a mezzo stampa, alla violenza morale, ai proiettili istituzionali, al cosiddetto uso illegittimo del diritto. Si è in sostanza abusato delle norme del diritto e delle istituzioni per fermare chi, dall'interno di quelle stesse istituzioni, cercava di fare luce su questi fatti così inquietanti. Questo è quello che è accaduto sinora, nell'attuale condizione politica.
E allora io mi chiedo: cosa accadrebbe se dovesse avanzare nel Paese - come io mi auguro che accada e come di fatto sta accadendo – un'alternativa forte a Berlusconi e al berlusconismo? Non parlo certo del riposizionamento dei poteri forti al centro, ma di un'operazione di grande cambiamento che alcuni politici stanno portando avanti, la società civile, i movimenti, le associazioni e che potrebbe consolidare l'alternativa morale, culturale, politica, economica, sociale allo stesso berlusconismo. A quel punto saremo chiamati ad alzare ancora di più la vigilanza democratica, perché la storia del nostro Paese insegna che i poteri occulti, mafiosi e piduisti, che stanno nei gangli vitali delle istituzioni tanto da formare un governo occulto della cosa pubblica, sono più che capaci di utilizzare gli strumenti della violenza fisica. Contro servitori  dello stato, giornalisti scomodi, pensatori liberi e con il chiaro intento di cambiare gli equilibri politici e istituzionali dell'Italia  in un momento in cui è in corso una fase di destrutturazione del quadro politico e mancano forti personaggi di riferimento. Questa è l'analisi. Qualcuno mi ha accusato di procurato allarme, ma io sono convinto che un politico, un ex magistrato, una persona che guarda in profondità abbia il dovere di fare una valutazione di questo tipo e sfido chiunque a contraddirmi.

In un articolo pubblicato su l'Unità lei ha ricordato, e lo ha ribadito anche adesso, come dopo la stagione stragista del '92-'93 le mafie si sono ancor più istituzionalizzate penetrando maggiormente nell'economia e nelle articolazioni dello stato. Un processo che è avvenuto anche attraverso l'azione dei poteri occulti a cui abbiamo accennato prima.
Le farei dunque due domande: lei che di questi temi si è largamente occupato a che punto pensa sia arrivata questa penetrazione istituzionale? E in una situazione di tensione come quella attuale, che per certi versi ricorda quel delicato passaggio tra la prima e la seconda Repubblica, quali rischi reali corrono i magistrati che stanno svolgendo delicate indagini su quelle stragi, sui rapporti tra mafia e istituzioni, e che sono palesemente attaccati?

Le penetrazioni sono arrivate, secondo me, a livelli altissimi. Mi è facile citare, visto che siamo proprio nell'attualità, il caso Dell'Utri. In un Paese normale un Presidente del Consiglio – che si sarebbe dovuto già dimettere prima per i tanti motivi che sappiamo – di fronte a una sentenza di questo tipo avrebbe dovuto lasciare l'incarico. Una sentenza che non è definitiva, ma chiude la fase di merito, e che dice che Marcello Dell'Utri ha mediato tra Cosa Nostra e Berlusconi grazie ai suoi rapporti con Mangano, Cinà e altri! Questo significa che la mafia è arrivata alla Presidenza del Consiglio. Senza contare le varie cricche. Pensiamo all'inchiesta sulla P3 della quale, e me ne meraviglio, si è persa traccia. Non capisco perché i giornali non abbiano più approfondito questa vicenda, che è inquietante soprattutto perché vede coinvolti un numero enorme di magistrati che rivestono ruoli apicali. Ricordiamoci che la criminalità organizzata non è solo quella di tipo mafioso, è anche quella delle cricche che poi è legata alla stessa mafia. Nella P3, per esempio, c'è Flavio Carboni, personaggio legato a Cosa Nostra.
Proseguendo nel ragionamento non possiamo non citare le indagini in Campania su Cosentino, quelle in Sicilia su Lombardo o quelle calabresi. Si tratta di penetrazioni che avvengono con il sorriso, con la cravatta, con la carta di credito, con i professionisti e con la borghesia mafiosa. Penetrazioni invisibili e per questo difficili da quantificare, ma sicuramente enormi. E a fare da collante sono i poteri deviati, le massonerie deviate e i poteri occulti. Da questo punto di vista siamo già al cancro della Repubblica, che però non è una metastasi perché secondo me all'interno delle istituzioni e della società civile c'è ancora l'antidoto della resistenza a tutto questo. E quindi, mi aggancio alla seconda domanda, c'è anche il rischio.
I magistrati in prima linea, oggi, rischiano soprattutto l'effetto intimidatorio di tipo autoritario, per certi aspetti post-fascista, provocato da alcuni provvedimenti.
La vicenda devastante che ha riguardato me, e in modo ancora più netto i magistrati di Salerno, è un esempio. Oggi certi giudici rischiano ad apporre o a non apporre determinate firme e sono esposti a procedimenti disciplinari assolutamente strumentali, a denunce, esposti, a ispezioni continue. Io ne ho subite molte, per quattro lunghi anni, da parte di Arcibaldo Miller, che si è poi scoperto essere uno dei frequentatori della cricca della P3.
Ma se oggi il rischio è questo non escludo che in futuro, e torniamo alla prima parte di questa intervista, i magistrati possano rischiare anche la pelle. Come è accaduto negli anni passati e come dimostrano anche le recenti intimidazioni ai magistrati calabresi e allo stesso Procuratore della Repubblica. Non possiamo quindi escludere, anzi possiamo ritenere possibile, questo cambio di strategia.

Il suo articolo si conclude con un appello alla magistratura e alle forze dell'ordine, a cui chiede di non avere paura: chi sa parli prima che sia troppo tardi. Questa paura si avverte, è evidente, quanto è importante secondo lei l'appoggio della società civile in questa fase?
La ringazio di avermi ricordato queste parole che reputo molto importanti. La mia è un'esortazione ai magistrati per bene a capire da un lato che la parte migliore del Paese è al loro fianco, e questa parte deve farsi sentire evitando ogni sorta di strumentalizzazione perché la magistratura deve sempre agire in autonomia e indipendenza. Dall'altra è un invito a non avere paura. Io sono stato per quindici anni in magistratura, ho molti amici magistrati e continuo a seguire con attenzione le vicende della Giustizia. Per questo posso dire con certezza che questa paura la vedo e per questo voglio lanciare un appello: abbandonate la paura, perché il Paese ha bisogno di voi e chi sa deve parlare. Io sono stato accusato di avere raccontato troppe cose, ma credo che denunciare sia un diritto-dovere di ogni cittadino e in particolare di chi, dall'interno delle istituzioni, questi poteri li ha visti alla distanza di un palmo di mano. Se chi ha visto questi intrecci, ha percepito questi legami, ha capito come opera la borghesia mafiosa decide di parlare allora faranno un balzo in avanti le indagini che vanno verso la ricerca della verità e della giustizia su fatti inquietanti che ancora condizionano la vita democratica del nostro Paese.