Archivio Antimafia Duemila

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Giorgio Bongiovanni ''Dalla mafia mi guardo io, dallo Stato mi guardi Dio!''

''Dalla mafia mi guardo io, dallo Stato mi guardi Dio!''

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di Giorgio Bongiovanni - 22 novembre 2010
Traditori. Non mi viene in mente nessun altro termine per indicare questi presunti uomini dello Stato che spuntano vergognosamente, dopo 17 anni, a riferire retroscena terribili e cruciali del biennio stragista. Sono traditori, della patria e della Costituzione e hanno costruito carriere e ricchezze sul sangue dei martiri, come Falcone e Borsellino e degli innocenti come le vittime delle stragi di Firenze e Milano.

Dopo tutto questo tempo e soprattutto solo dopo che hanno testimoniato Massimo Ciancimino, il figlio di un mafioso, che da tempo ha fatto la scelta coraggiosa di rispondere ai magistrati e Gaspare Spatuzza, un efferato assassino che si è pentito ed è diventato collaboratore di giustizia, i lorsignori tra politica, magistratura e forze dell’ordine che tanto disprezzo mostrano per “questi infami che parlano”, si ricordano di dettagli, incontri, appunti in agenda, provvedimenti d’emergenza, cambi di strategie politiche che avvenivano alle spalle e sulla pelle di chi quello Stato lo stava servendo e forse avrebbe potuto salvarlo.
Partiamo da via d’Amelio, la madre dei misteri del biennio stragista.
Di certo a questo punto sappiamo solo che il 19 luglio 1992 un commando di Cosa Nostra, su ordine dei vertici dell’organizzazione mafiosa ha osservato tutti gli spostamenti del giudice e della sua scorta.  Ce l’hanno raccontato tra gli atri i fratelli Ganci, Salvatore Cancemi e Giovan Battista Ferrante. Quest’ultimo ha poi segnalato l’arrivo di Borsellino in via d’Amelio a qualcuno che da una posizione ancora non accertata aveva una visuale tanto precisa da far esplodere la bomba nel momento esatto in cui Paolo Borsellino stava per entrare nella casa della madre. E qui si arrestano le nostre conoscenze. Non sappiamo né chi né da dove.
Pensavamo di sapere che un balordo della Guadagna, Vincenzo Scarantino, con l’aiuto di un altro paio di delinquenti di piccolo cabotaggio, aveva rubato l’auto che una volta imbottita di tritolo ha deturpato ancora una volta Palermo. Oggi invece Spatuzza ci dice che non è vero, che a rubare quell’auto è stato lui e ha fornito dettagli e riscontri tali da convincere i giudici che è la sua versione quella credibile. E mentre si prepara la revisione del processo per alcuni spietati boss di Cosa Nostra, gli inquirenti si trovano a dover indagare su un misterioso uomo presente,  sempre secondo il collaboratore, nel luogo in cui stavano riempiendo l’auto di esplosivo e sull’opera di depistaggio a quanto pare orchestrata da un poliziotto fuoriclasse come era Arnaldo La Barbera.
Nel primo caso le ricerche si sono concentrate sull’enigmatica figura di Lorenzo Narracci, un uomo dei servizi segreti civili il cui nome è apparso più volte negli anni nell’ambito delle indagini sulle stragi, riconosciuto, seppur con grandi tentennamenti, tanto da Spatuzza quanto da Ciancimino come uomo vicino a Cosa Nostra e in particolare legato all’ormai celebre quanto  ancora ignoto “signor Franco”.
Nel secondo invece il superpoliziotto, amico personale di Giovanni Falcone, è risultato essere anch’egli a libro paga dei servizi e probabile autore delle false confessioni di Scarantino. La Barbera è morto e i magistrati stanno cercando di ricostruire la verità con l'iscrizione nel registro degli indagati di tre ufficiali di primordine come Vincenzo Ricciardi, Mario Bo e Salvatore La Barbera.
Quanto al luogo da cui sarebbe potuto essere stato azionato il telecomando è tornato all’attenzione dei pm di Caltanissetta un palazzo di dieci piani appena edificato (nel ‘92) proprio dietro il muro che chiude via d’Amelio, dalla cui terrazza la visuale è perfetta. Due agenti della Criminalpol, intenti a scoprire il punto di osservazione degli esecutori, rinvengono in quel luogo un numero considerevole di cicche di sigaretta e una volta individuati due costruttori chiedono via radio alla centrale di identificarli. Sono due dei sei fratelli Graziano da sempre prestanome dei Madonia e dei Galatolo. I due agenti vogliono procedere con l’arresto, ma ecco sopraggiungere una squadra di poliziotti che li fermano: “Colleghi, è tutto a posto. Ce ne occupiamo noi adesso”. Compileranno un rapporto dettagliato, ma dal giorno successivo saranno incaricati di occuparsi d’altro. E per un decennio questa traccia sparisce così come viene bloccata la pista imboccata da Gioacchino Genchi sul Castello Utveggio quale altro luogo strategico per agire indisturbati su via D’Amelio.
A ben guardare ad essere inquietante non è l’ombra di Cosa Nostra, ma quella dello Stato.
Passiamo ai moventi e ai mandanti.
ANTIMAFIADuemila è stata tra i primi a sostenere che il giudice Borsellino è stato sacrificato sull’altare della trattativa, del nuovo patto di coabitazione tra Stato e Mafia rinegoziato a suon di bombe e 41 bis affinché una politica dal volto ripulito e una Cosa Nostra più pacifica ritornassero a fare affari e accordi.
Non possiamo sapere con quanta chiarezza Borsellino e forse prima di lui Falcone avessero intuito il piano di maquillage democratico innescato dopo la caduta del muro di Berlino con il consueto motivo delle stragi italiane, ma oggi possiamo dire con sufficiente certezza che negli ultimi 57 giorni che hanno separato il suo destino da quello del suo amico fraterno, Paolo Borsellino sapeva di essere stato tradito, sapeva che pezzi dello Stato avevano scelto di scendere a patti e che tramavano alle sue spalle. “Sto vedendo la mafia in diretta” disse a sua moglie in preda allo sconforto e al disgusto.
Ci sono voluti 17 anni perché ex ministri come Claudio Martelli, funzionari di rango come Liliana Ferraro e Fernanda Contri, politici di primo piano come Violante ecc ecc sforzassero le meningi e fornissero elementi sufficienti per provare che Paolo Borsellino era al corrente del dialogo in corso tra l’allora colonnello Mori e il referente politico ed economico di Cosa Nostra, Vito Ciancimino, per “mettere fine alle stragi”.
Mori e il suo vice De Donno giurano e spergiurano che non ne fecero cenno al giudice negli incontri che ebbero con lui il 25 giugno e il 10 luglio quando li chiamò in grande riservatezza. Il loro superiore Subranni addirittura arriva a sostenere che se Borsellino aveva accettato di cenare con loro, gli uomini del Ros, dopo i colloqui era perché non aveva nulla da ridire sull’operato dei suoi sottoposti. Peccato che poco prima di morire il giudice aveva confidato alla moglie che “Subranni era punciuto”, ossia uomo di mafia. Anche su questo i pm di Caltanissetta impegnati a districare la mefitica matassa, stanno indagando.
Riassumendo per comodità: lo Stato chiede a cittadini inermi di testimoniare quando assistono ad un crimine, di rompere il muro dell’omertà e denunciare chi li minaccia a rischio della propria vita, di accettare un’esistenza di incertezze perfino sulla propria identità e su quella dei propri figli e loro che lo Stato lo dovrebbero incarnare ci mettono quasi vent’anni per dare il loro contributo, quasi sempre contraddittorio e magari per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Come li dobbiamo definire, se non traditori?
Per tornare a Borsellino, qualsiasi cosa avesse scoperto il giudice l’avrebbe annotata nella sua agenda rossa e chi lo spiava era così ben informato da saperlo e da organizzare la sottrazione della preziosa scatola nera dei suoi pensieri a pochi minuti dalla devastazione di via D’Amelio.
E qui un’altra sequenza di bugiardi, ritrattatori, e/o appositi confusionari di Stato. Immortalato da una fotografia che ANTIMAFIADuemila ha individuato nell’archivio di un noto fotografo palermitano viene messo sotto inchiesta il tenente dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Questi, ritratto e ripreso anche da telecamere mentre con un’agghiacciante nonchalance si allontana dal cuore dell’esplosione con la valigetta del giudice in mano, si inerpica in spiegazioni una più contraddittoria dell’altra trascinando nella caoticità delle ricostruzioni anche altri soggetti come il giudice Vittorio Teresi, il giornalista Felice Cavallaro e il deputato (oggi nuovamente magistrato) Giuseppe Ayala. Mentre i primi due si mantengono abbastanza coerenti sin da subito, lo spettacolo di versioni e ritrattazioni offerto da Ayala è da far venire i brividi. “Grande amico” di Falcone e Borsellino, consegnerà a stampa e magistratura quattro diverse varianti del suo racconto e non saprà affermare con certezza se ha preso la valigetta del suo collega appena dilaniato in mille pezzi, se l’ha aperta, se l’ha consegnata e a chi, se la portiera della macchina era chiusa o no, se c’era l’agenda o no anzi prima si ricorda, poi si dimentica, poi si corregge, poi ritratta.
Come se non bastasse la Cassazione, incredibilmente, invece di ordinare un processo per accertare la verità di quei fatti, dispone il proscioglimento di Arcangioli “per non aver commesso il fatto” (l’accusa era di furto aggravato) e in maniera del tutto irrituale si avventura in valutazioni di merito e mette persino in dubbio la presenza stessa dell’agenda invalidando, senza colpo ferire, e senza alcuna argomentazione a riscontro, le testimonianze tutte concordi dei familiari di Borsellino, gli ultimi ad averlo visto quel giorno di domenica e tutti certi che avesse con se il suo scrigno di informazioni.
Voilà un altro segreto di Stato senza nemmeno pronunciarne la formula.
Tocca ai pezzi grossi adesso.
Chi si merita il primo posto nella classifica degli omertosi di Stato è l’ex ministro Nicola Mancino che riesce a sostenere di non ricordarsi se il 1° luglio, giorno del suo insediamento agli Interni, tra le tante mani strette per le congratulazioni d’obbligo ci fosse anche quella di Paolo Borsellino, cioè il magistrato più al centro dell’attenzione in quel momento sia per il rischio che tutti sapevano stava correndo, sia per l’attesa generale per la nomina a sostituto di Falcone alla neo Procura Nazionale antimafia. Ma Mancino non si ricorda e alla puntuale agenda del magistrato (quella degli appuntamenti ordinari di colore grigio) che invece testimonia il contrario, oppone la sua: un’agenda in bianco. Evidentemente non era tanto occupato il nostro ministro, così come gli ha fatto notare l’onorevole Angela Napoli nella recente audizione della Commissione Antimafia, quando alla domanda circa la sua presenza a Palermo nei giorni immediatamente successivi e alla risposta affermativa dell’ex ministro, gli chiedeva di mostrare l’agenda, risultata, per cambiare, anche in quelle date, bianca.
Nessuna replica tra i risolini imbarazzati dei commissari.
Quel che più disgusta è che questo nauseabondo pozzo degli infami di Stato sembra non aver fondo e piano piano li sta rigurgitando uno ad uno.
Per anni si è cercato di far credere che la cosiddetta “trattativa” introdotta da Giovanni Brusca e confermata obtorto collo dal generale Mori e dal colonnello De Donno durante il processo di Firenze, fosse frutto della fantasia di inquirenti e giornalisti. Oggi scopriamo che mentre Borsellino moriva e dopo di lui gli innocenti di Firenze e di Milano, settori dello Stato brigavano sottobanco per assecondare una delle più pressanti richieste avanzate da Cosa Nostra: l’eliminazione o l’allentamento del 41 bis, forse nella speranza di rimanere aggrappati alle macerie della prima repubblica o almeno alla propria poltrona.
Come se niente fosse, infatti, il Ministro di Giustizia Giovanni Conso, (succeduto a Martelli il 12 febbraio 1993) sentito in Commissione antimafia, ha dichiarato che nel novembre del 1993 aveva revocato 140 decreti di “41 bis” per “evitare nuove stragi”. Una decisione presa in totale autonomia, senza consultarsi con nessuno degli organi competenti, a soli quattro mesi di distanza dalle bombe del continente. Ha detto di aver rischiato, il ministro, “puntando tutto sull’ala non stragista di Cosa nostra, cioè su Bernardo Provenzano che “pensava più agli affari che alla politica delle bombe”.
Peccato che questa analisi sulla mafia invisibile di Provenzano è frutto di valutazioni molto posteriori al 1993 quando si dubitava perfino che il padrino fosse vivo dato che aveva fatto rientrare  a Corleone consorte e figli, appena prima della stagione stragista.
Non passano che pochi giorni e salta fuori che anche all’indomani del fallito attentato a Maurizio Costanzo in via Fauro a Roma vennero revocati altri 140 decreti di carcere duro e che nel 1993 vi erano “grandi pressioni” da parte del capo della polizia Vincenzo Parisi e dal Viminale perché non venisse prorogata la legge emergenziale firmata da Martelli dopo l’omicidio Borsellino. A raccontare questa volta è l’ex capo del Dap, Nicolò Amato, che in una relazione del 6 marzo 1993 proponeva esplicitamente una revoca del 41 bis e scriveva “rappresenterebbe un segnale di forte uscita da una situazione emergenziale e di ritorno ad un regime penitenziario normale”.
Su questo inquietante dialogo tra sospensione del 41 bis e bombe che insanguinano tutto il 1993 e si fermano solo per il guasto alla bomba dell’Olimpico come ha raccontato Spatuzza, stava indagando il sostituto procuratore Gabriele Chelazzi, morto nel 2003, per cause naturali, cinque giorni dopo aver ascoltato il generale Mori nelle cui agende aveva trovato la traccia di incontri con il magistrato Franscesco Di Maggio, in quegli anni vice direttore del Dap.
Sarà un caso ma non appena dimessosi dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Nicolò Amato scelse di rappresentare legalmente proprio Vito Ciancimino, il fulcro operativo della trattativa fra Stato e Mafia, almeno nella fase della distruzione della Prima Repubblica. Oggi il figlio di don Vito Massimo, sostiene che la difesa di Amato fu imposta al padre dal generale Mori.
Ovviamente tutta questa mole di nuovi, rivoltanti elementi deve essere vagliata attentamente dai pm che stanno ancora indagando sul contesto in cui avvennero le stragi. Ma al di là dell’azione penale appare ormai evidente che per anni la nostra classe dirigente è stata occupata, nella migliore delle ipotesi, da vigliacchi, nella peggiore, da conniventi con progetti terroristico-eversivi finalizzati all’instaurazione nel nostro Paese di un regime di banditi e di corrotti che stanno facendo scempio della civiltà italiana fondata sul diritto, sull’istruzione, sulla cultura, sul patrimonio territoriale.
Il vero problema del nostro Paese non è la mafia o il suo immenso potere economico, ma questi lugubri individui che hanno svolto la funzione di humus per far proliferare a dismisura il battere infetto.
In tempo di guerra i traditori venivano processati dalla corte marziale e fucilati alle spalle.
Oggi, grazie alla nostra Costituzione e alla pietas cristiana questo non è possibile. Ma quanto, quanto è grande il desiderio di vedere i traditori di Falcone, Borsellino, dalla Chiesa e di tutte le vittime di mafia condannati alla cadena perpetua, l'ergastolo.