Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Giorgio Bongiovanni Alfano e Maroni esultano. Ma lo stato ha davvero vinto la mafia? (seconda parte)

Alfano e Maroni esultano. Ma lo stato ha davvero vinto la mafia? (seconda parte)

alfano-maroni.jpg

di Giorgio Bongiovanni – 17 agosto 2010
Occhio ai facili trionfalismi. Faccio mie le parole del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia (vedi sotto), a commento delle solenni dichiarazioni dei ministri dell'Interno e della Giustizia che hanno decantato i successi ottenuti dal “governo Berlusconi” in tema di lotta alla mafia.



Un'ipocrisia e una vigliaccheria che non sopporto prerogativa non solo di questo governo, ma anche di quelli di centrosinistra, sempre pronti ad addossarsi meriti che non hanno.
La cattura dei latitanti, i sequestri e le confische di patrimoni mafiosi sono il risultato di anni di duro lavoro di magistrati e forze dell'ordine. Spesso neppure sostenuti, al contrario ostacolati da una politica che non ha alcuna remora a tagliare le spese per la giustizia rendendo quasi impossibile l'operato di diversi uffici giudiziari dove arriva a mancare perfino la carta.
Eppure le confische, come già ho sottolineato, portano nelle casse dello stato milioni di euro. Patrimoni che prendono vie misteriose, mentre a causa di leggi “sbagliate” non raramente è accaduto che beni sequestrati siano tornati nella disponibilità dei boss.
Si dice che l'inganno è peggiore del tradimento. E il sig. Alfano, ministro della giustizia, che si loda dei “successi ottenuti” ha dimostrato in più di un'occasione di essere in realtà d'intralcio alla lotta alla criminalità organizzata mentre il sig. Maroni non sembra essere altro che un passacarte.
Perché nessuno dei due ci dice dove finiscono i soldi che potrebbero essere impiegati in una seria lotta al crimine organizzato?
Perché nessuno dei due ha profferito parola sui pluriindagati e sui pregiudicati che siedono in Parlamento?
Perché il governo non perde occasione per attaccare quei magistrati che sulle collusioni con la mafia di soggetti appartenenti alle istituzioni indagano con serietà?
Eppure Paolo Borsellino, del quale a seconda della convenienza si invocano le gesta, sosteneva che la vera lotta alla criminalità organizzata si combatte sul piano dei rapporti tra mafia e politica. E un ex-mafioso di primo livello come il pentito Salvatore Cancemi, già boss della cosiddetta cupola, sosteneva che i veri mafiosi non sono quelli che sparano, bensì i politici con la cravatta e i colletti bianchi.
Perché su tutto questo i sig. Alfano e Maroni hanno calato il sipario? Perché il governo parla di una mafia sconfitta mentre la storia ci insegna che se il livello della lotta non si alzerà al piano della politica e dei poteri forti quella mafia risorgerà sempre, come araba fenice?


Antimafia a due velocità

di Sandra Amurri - 17 agosto 2010

Il pm Antonio Ingroia: "Occhio ai trionfalismi. Sulle contaminazioni con la politica vittoria lontana"

I Ministri dell’Interno e della Giustizia da Palermo, al termine del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, fanno il bilancio degli ultimi due anni di lotta alla criminalità organizzata, concludendo che il governo Berlusconi ha ottenuto risultati mai raggiunti prima. Fiore all’occhiello, come sottolinea Maroni la confisca dei patrimoni mafiosi a cui si debbono aggiungere gli 800 milioni confiscati nei giorni scorsi a all’ex re della sanità privata in Sicilia, Michele Aiello, condannato a 15 anni e 6 mesi in appello come regista della rete di “talpe” alla Dda di Palermo. Ovviamente neppure una parola su chi siede in Parlamento nonostante sia stato condannato in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.

Dottor Ingroia, leggere tutti questi successi in termine di lotta alla mafia non può che farle piacere.
Premessa doverosa: non tocca a me assegnare pagelle a questo o a quel governo. Dico che è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare e riconoscere che i meriti di tali successi vanno riconosciuti alle forze di polizia e alla magistratura, visto che non credo che il merito della cattura dei latitanti si possa attribuire al governo di turno, sia esso di centrodestra o di centrosinistra. Auspicherei altresì una maggiore coerenza.

Si spieghi.
Dico che di questa magistratura occorrerebbe ricordarsi sempre, anche quando quegli stessi magistrati si occupano di indagini che non riguardano solo la mafia militare, ma toccano i piani alti dove mafia e politica coabitano. Se ci abbandoniamo a facili trionfalismi commetteremmo un imperdonabile errore, lo stesso commesso altre volte. Si pensi al trionfalismo per gli arresti del maxi-processo, la più grande operazione della storia. Ma anche da quella batosta Cosa Nostra ha saputo riemergere. Eppure venne utilizzata dalla politica per far credere che la mafia era stata sconfitta. E non a caso quella stessa politica fu pronta a criticare Falcone nella stagione successiva, quando vennero toccati i santuari della politica e dell’economia siciliana. Noto molti punti di contatto tra ciò che accadde allora e ciò che si vede oggi.

Come dire: non sminuire i risultati e nel contempo evitare di consegnare all’opinione pubblica l’illusione che colpendo la mafia militare il problema è prossimo alla soluzione?
Dispiace dover registrare il ripetersi dello stesso errore: percepire la mafia come un problema di ordine pubblico, non vedendo l’altra faccia della mafia, la sua rete di relazioni dentro la nostra società, che coinvolge e condiziona politica ed economia. E sul fronte della contaminazione dell’economia e della politica non mi pare che si possa cantare vittoria. Siamo molto più indietro. Come diceva Borsellino, il nodo della lotta alla mafia è essenzialmente politico, e dunque se si continua ad affrontarlo sul fronte del regime carcerario e della cattura dei latitanti, senza tenere conto della capacità del fenomeno mafioso di rinnovarsi, valutando con adeguata preoccupazione i casi di collusione con la politica la mafia non la sconfiggeremo mai.

Ne consegue che la mafia sarà sconfitta quando vi sarà una ferma chiara e trasversale volontà di spezzare il suo legame con la politica?
L’avremo sconfitta quando non avrà più nessuna capacità di sostituire i quadri arrestati. Quando l’avremo privata della capacità di rimpiazzare gli uomini arrestati e di mantenere quella capacità di condizionamento dell’economia e della politica, emersa in questi ultimi tempi dalle indagini di tante procure.

Ma Alfano ha parlato anche di una efficace legislazione antimafia come il codice antimafia varato dal Senato dimenticando ma forse si è trattato di una svista del ddl sulle intercettazioni pronto per essere votato…
L’approvazione del codice antimafia è una buona notizia. Un tema affrontato per la prima volta 13 anni fa dal Governo Prodi (Ministro della Giustizia  Flick), ma che nessun Governo è stato in grado di portare in fondo. E quindi un importante passo avanti, ma anche un’occasione perduta per intervenire adeguando l’art 416 ter che oggi punisce solo il politico che in cambio dei voti mafiosi offre soldi e non quello che offre appalti o altri favori.

E magari anche affrontare la questione morale introducendo la responsabilità politica senza attendere le sentenze definitive. Concorda?
Non c’è dubbio che se si vogliono fare svolte sostanziali occorre che la politica cominci a fare un passo in avanti in questo senso e non passi indietro.

E’ pericoloso dare messaggi contraddittori: da un lato il codice antimafia, dall’altro il ddl sulle intercettazioni e lo stop al sistema di protezione per Spatuzza…
Il rischio è reale: al di là di ciò che si dice, l’attuale impegno è a senso unico: colpire la mafia militare e trascurare il rapporto mafia-politica, dimenticare la mafia dei colletti bianchi. I magistrati sono bravi quando arrestano i latitanti, ma ci si prepara a togliere loro strumenti indispensabili, da un lato, con il ddl sulle intercettazioni e, dall’altro, con la riforma del codice di procedura penale che toglie al pm il potere di iniziativa investigativa. Ci aspettiamo atti di coraggio politico, ad esempio raccogliendo l’invito di Agnese Borsellino di dare la possibilità agli uomini di mafia di dire tutto quello che sanno sulle stragi. Con un caso, come quello di Spatuzza, che sta consentendo di scoprire cosa davvero è accaduto in via D’Amelio, si rischia invece di mettere il bavaglio ai collaboratori di giustizia. C’è qualcosa che non funziona. Chiamiamoli inconvenienti per non dire peggio. Perché non cambiare allora la legge sui pentiti?

Tratto da: ilfattoquotidiano.it