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Giorgio Bongiovanni Il mio ricordo del generale dalla Chiesa

Il mio ricordo del generale dalla Chiesa

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di Giorgio Bongiovanni - 3 settembre 2009
Oggi, anniversario della morte del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Quando fu ucciso, il 3 settembre del 1982, avevo 19 anni e vivevo nella mia terra, in Sicilia. Più precisamente vicino a Siracusa.




Il giorno successivo vidi sui giornali la foto del corpo del Generale e di quello di sua moglie, Emanuela Setti Carraro, trucidati dalla mafia e mi misi a piangere senza capirne il motivo.
Poiché in quel momento, in giovane età, di mafia non mi occupavo, immerso in tutt’altri interessi.
Quel nodo alla gola, quella tristezza tornarono uguali quando nel secondo anniversario della sua barbara uccisione, venne presentato il film del nostro amico regista Giuseppe Ferrara “Cento giorni a Palermo”, interpretato da Lino Ventura e Giuliana De Sio. Ricordo che di fronte allo sguardo sbigottito di mia moglie lanciai d’istinto gli occhiali contro la televisione mandandoli in mille pezzi.
Per i successivi vent’anni o quasi di mafia non mi sarei ancora occupato, impegnato nella mia vita spirituale e in opere sociali seguendo il messaggio del Cristo.
Il generale dalla Chiesa rimase però sempre dentro di me. E ricomparve con forza nel 2000, quando nel mio subconscio, nella mia coscienza, nel mio spirito lo percepii come il simbolo della giustizia, dell’integrità, della solidarietà, della profonda essenza dell’essere padre, dell’altissimo senso di dovere nei confronti della società, dei cittadini del proprio Paese.
dalla-chiesa-carlo-alberto-web-big0.jpgIl generale dalla Chiesa è l’ispiratore della rivista ANTIMAFIADuemila.
Il suo sacrificio, la sua ingiusta morte e il suo insegnamento – insieme a quelli di Falcone e Borsellino e di tutte le vittime della mafia - hanno spinto il mio spirito a fondare questa rivista.
Nel mio ufficio è appeso un quadro di Falcone e Borsellino e alla sinistra della mia scrivania c’è la foto del generale dalla Chiesa. Un giorno i miei figli e i miei nipoti mi chiesero chi fosse quella persona, se la conoscevo, se era un mio amico. Risposi loro raccontando la storia che voi, cari lettori, avete letto sopra.
Il generale dalla Chiesa è stato ucciso da Cosa Nostra, la mafia siciliana, la più potente e la più conosciuta del mondo. Per la sua morte, quella di sua moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo sono stati condannati gli esecutori materiali, tutti appartenenti alla cosca corleonese di Riina e Provenzano.
Il generale è stato ucciso perché a Cosa Nostra è stato chiesto un favore da personaggi potenti che fanno parte della politica, dell’alta finanza, della massoneria deviata, dei servizi segreti, dei poteri forti.
Il senatore a vita Giulio Andreotti è a conoscenza di questi fatti, complice o omertoso.
Il generale è stato ucciso da personaggi sporchi che ancora oggi comandano e che spesso sono gli stessi che portano ghirlande di fiori in via Isidoro Carini, a Palermo, nel luogo in cui Carlo Alberto dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo hanno lasciato la vita.


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