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Nicola Tranfaglia La democrazia e' ancora un'utopia?

La democrazia e' ancora un'utopia?

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di Nicola Tranfaglia* - 1° settembre 2011
C’è una forte contraddizione tra gli indubbi progressi registrati nell’evoluzione tecnologica dell’ultimo quindicennio come nelle condizioni di vita delle masse all’interno del ricco occidente capitalistico e la cultura delle classi dirigenti che le governano. 



In Europa la cenerentola, secondo le classifiche degli organismi internazionali a cominciare dall’OCSE, è senza dubbio l’Italia. E con il termine generale di cultura sono da intendere le forme di governo adottate e ancora presenti, malgrado gli indici sempre più forti di crisi che li attraversa.
Le democrazie parlamentari, presidenziali o ancora semipresidenziali, che peraltro erano già state in crisi alla fine del primo conflitto mondiale, mostrano la corda da almeno due punti di vista evidenti: la difficoltà di affrontare le crisi economiche che si susseguono a distanza di qualche anno come nell’ultimo caso, quello della crisi tuttora in corso esplosa nel 2007-2008, in cui generano l’aumento rapido di poveri e semipoveri.

Le crisi economiche provocano la distruzione, o quasi, del ceto medio che, nell’età contemporanea, ha sempre costituito l’elemento di forza delle società capitalistiche e favoriscono la trasformazione delle classi politiche al potere in gruppi oligarchici e privilegiati, avversi o poco sensibili alle libertà e ai diritti costituzionali e, in definitiva, allo stato di diritto.
In altri termini all’ascesa e alla sopravvivenza di “regimi” in senso proprio che son sempre più difficili da scalzare a livello parlamentare e che si legano molto di più ai populismi che avevano dominato il periodo tormentato tra le due guerre mondiali piuttosto che alle democrazie, uscite dalla seconda guerra mondiale e che avevano dominato il primo trentennio del secondo dopoguerra, caratterizzato dalla pur aspra guerra fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti di America.

E’ quello che è successo in Italia con l’avvento al potere negli anni novanta di Silvio Berlusconi che dura, pur con qualche intervallo, da quasi vent’anni, che si profila ora anche in alcuni paesi di debole democrazia dell’Europa orientale (Polonia e Ungheria) interni all’Unione Europea, che ha toccato e tuttora caratterizza anche la democratica Francia e che si allontana sempre di più dal modello democratico presidenziale e parlamentare.
Ora è sempre più chiaro, agli osservatori che hanno a cuore la democrazia, che è in gioco l’avvenire del capitalismo occidentale nella versione progressiva che ha avuto in quello che Hobsbawm aveva definito a suo tempo l’età dell’oro ( che si è fermata agli anni sessanta e settanta) sicchè, non a caso, si accumulano volumi di interesse culturale prima ancora che politico   come quello recente  di Adriano Giovagnoli su Storia e globalizzazione edito da Laterza o l’altro  di H.Grossmann su Il crollo del capitalismo (Mimesis editore).

Come se il capitalismo non potesse andare più avanti per il deficit di eguaglianza che, nelle attuali condizioni, tende a mantenere e ad accrescere e, sul piano politico, non riuscisse più a coniugarsi con la democrazia moderna nella sua forma più evoluta e favorisse invece forme di governo e di politica che ci riportano all’indietro, se non ai fascismi, a forme di populismo più o meno verniciate di apparente democrazia e sostanziale prevalere di leader carismatici e di forti tendenze plebiscitarie.
Si pone, dunque, sul piano culturale come su quello politico il  problema centrale di uscire dall’attuale situazione di stallo che vede il sostanziale insuccesso del tentativo di conciliare il presente con il futuro, la vittoria delle oligarchie con il ritorno alla democrazia non solo formale (e in questo senso è significativo il primo mandato presidenziale, ormai agli sgoccioli, di Barak Obama negli Stati Uniti che rischia non poco nelle prossime elezioni presidenziali del 20129) e la necessità, sempre più evidente, di chiudere questo capitolo e di disegnare un’alternativa netta  all’insegna di un ritorno effettivo alla democrazia moderna e costituzionale e di superamento del capitalismo familiare ed oligopolistico che in molti paesi, come la Spagna, la Francia e l’Italia, conserva ancora un ruolo centrale non scalzato dagli scarsi tentativi riformatori compiuti negli anni sessanta e settanta dai governi di centro-sinistra.

La questione, insomma, non è quella, da tempo superata, di andare programmaticamente a sinistra o di inseguire misure che incontrerebbero scarso consenso a livello politico ed economico ma piuttosto di indicare un obbiettivo che potrebbe essere anche parzialmente utopico ma che fosse in grado di mobilitare la parte maggiore dei cittadini stufi di dover render omaggio a una visione personalistica e plebiscitaria del potere ormai lontana dagli ideali democratici che hanno animato le rivoluzioni occidentali negli ultimi tre secoli.
In questo senso una storia come quella italiana può forse  suggerire un approdo che si è affacciato più volte alla sinistra ma che non è mai diventato quello centrale, sia perché insidiato dalla vecchia utopia comunista che ha caratterizzato troppo a lungo la storia del maggior partito di opposizione nell’età repubblicana, sia perché è stato incapace di aggregare intorno a sé un gruppo abbastanza ampio e articolato di persone disposte a scommettere su un socialismo che è sempre stato minoritario, pur apparendo e riapparendo di continuo nella lunga storia della sinistra europea.

Mi riferisco all’esempio di Carlo Rosselli (1899-1937), fondatore di Giustizia e Libertà e autore di Socialismo liberale (1930, Parigi) che in quegli anni difficili, di ferro e di fuoco con i fascismi al potere in Italia e in Germania e minacciosi in altri paesi europei, ha detto con chiarezza alcune verità che restano tali quasi un secolo dopo e che possono esserci utili contro i populismi per indicare con chiarezza i presupposti di un’alternativa democratica.
Le indico con grande sintesi sperando che qualcuno a sinistra colga l’interesse di una prospettiva complementare alla grande lezione di Gramsci, per me sempre fondamentale.
Nel 1932 Rosselli scrisse nei Quaderni di Giustizia e Libertà che aveva fondato: “Non c’è vera democrazia politica se ci sono grandi diseguaglianze economiche.

E legò strettamente il destino del nostro paese all’unificazione politica ed economica dell’Europa. Parlò della necessità di rinnovare profondamente i partiti politici dell’antifascismo e della urgenza di caratterizzarli sul piano della loro democrazia interna.
Non a caso Mussolini e Ciano sentirono l’esigenza  nel giugno 1937 di troncarne la voce  e la vita. Con una brutale violenza. A nessuno interessa oggi una simile prospettiva?
www.nicolatranfaglia.com

*Fonte: l'Unità

Tratto da:
articolo21.org