Archivio Antimafia Duemila

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Nicola Tranfaglia Moro: le parole per non dirlo

Moro: le parole per non dirlo

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di Nicola Tranfaglia - 10 maggio 2011
A distanza di più di trent’anni dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro – uno degli uomini più importanti della storia repubblicana – mancano ancora molti tasselli alla verità sulle motivazioni di quella azione, sui veri mandanti, su quello che disse il prigioniero nei 55 giorni del rapimento.



Questa è la conclusione, condivisibile (credo) dello storico spagnolo-romano-torinese Miguel Gotor che, già tre anni fa, ci aveva dato un’edizione molto accurata delle Lettere dalla prigionia (400 pagine, euro 17,50, Einaudi editori) e che pubblica ora Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, 622 pagine, 25 euro, Einaudi editori). La lettura – attenta e contemporanea – delle Lettere e del Memoriale consente allo storico di stabilire, in maniera ormai sicura, alcuni elementi che irrompono con forza nell’attuale crisi italiana e le danno un senso più chiaro, per molti aspetti meno enigmatico e misterioso di quello che si osserva ogni giorno nelle cronache politiche di questo periodo buio della crisi repubblicana. Procediamo con ordine.

La questione del testo è, ovviamente, importante. Dall’esame di Gotor risulta chiaramente che non possediamo tutto quello che ha scritto Moro nella prigionia: mettendo insieme quello che le Brigate Rosse resero pubblico durante i giorni del sequestro (il documento di otto pagine costituito dall’attacco contro il compagno di partito Emilio Taviani) e quelle ritrovate in due diverse perquisizioni a Milano, nel covo BR di via Montenevoso, cioè i dattiloscritti presenti il primo ottobre 1978 e le fotocopie dei manoscritti individuati dietro il pannello di una finestra il 9 ottobre 1990. Ci furono, secondo Gotor, due interventi censori sul testo integrale del Memoriale: il primo del gruppo antiterrorismo guidato dal generale Dalla Chiesa, il secondo da altri apparati di sicurezza che hanno fatto ritrovare le fotocopie dei manoscritti che si posseggono oggi. Dall’analisi del testo è possibile arrivare meglio alla conclusione che già Francesco M. Biscione aveva in parte individuato nel 1993, in una sua analisi critica del Memoriale rinvenuto in via Montenevoso a Milano (pagine 193, euro 14, Nuova Coletti editori) e che si può riassumere in poche parole: in molti punti decisivi lo scritto di Moro si interrompe e frasi iniziate si interrompono nelle fotocopie dei manoscritti o nei dattiloscritti. Non è dato sapere dove siano i pezzi mancanti del testo e chi li possieda. Ci sono testimoni citati dallo storico (il giornalista Pecorelli, l’uomo della P2 di Gelli, la terrorista Nadia Mantovani, il giornalista dell’Espresso Mario Scialoja) che hanno letto, o hanno avuto notizia, di brani del documento che oggi non sono disponibili. Non lo Stato italiano,visto che questi pezzi mancano dove viene ancora custodito l’archivio raccolto a suo tempo sulla vicenda Moro e conservato tuttora nei locali del Tribunale di Roma. Con ogni probabilità, quella parte del Memoriale è andato a finire – secondo quel che risponde Moro ai suoi carcerieri – presso servizi stranieri occidentali, “con propaggini operative in due paesi fascisti come la Grecia e la Spagna” e si era avvalsa del contributo dei servizi italiani con “il ruolo (preminente) del Sid e quello (pure esistente) delle forze di Polizia. L’obiettivo era quello di compiere una serie di attentati attribuiti alla sinistra, per creare un’obiettiva destabilizzazione del paese attraverso una serie di oculati depistaggi”.

Aldo Moro cerca di rispondere ai brigatisti (non è ancora certo, ma è probabile che sia stato Moretti, il capo dei terroristi), a condurre l’interrogatorio, basato su 17 domande (da cui altre scaturivano nel seguito del dialogo) e centellina le proprie rivelazioni per convincere i carcerieri di essere figura centrale per la sicurezza dello Stato, ma questi ultimi non si accontentano di quello che rivela il prigioniero perché, con ogni probabilità, sono guidati da motivazioni che non prevedono la trattativa che Moro chiede e che il Vaticano, a quanto pare, condusse segretamente nell’intento di salvarlo, né la salvezza finale del prigioniero.

L'uomo politico democristiano – vale la pena sottolinearlo – pronunciò un giudizio storico netto sulla “strategia della tensione” che la destra italiana allora respinse e che ancora oggi forze politiche diverse, alcune delle quali collocate attualmente all’opposizione, ancora non vogliono accettare, perché implicano un giudizio critico sugli equilibri internazionali che si erano affermati negli anni della Guerra fredda. Quel tempo – disse Moro – fu “un periodo di autentica e alta pericolosità con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise”. E, rispetto al tentativo De Lorenzo-Segni dell’estate 1964, il presidente della Dc affermò che il complotto era fallito, senza riuscire a minare la democrazia italiana nelle sue intenzioni, aggiungendo: “La c.d. strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 e il cosiddetto autunno caldo”. Secondo il prigioniero, i Servizi segreti italiani non commisero occasionali deviazioni, bensì una sistematica opera destabilizzante allo scopo di “bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, a una gestione moderata del potere”. Le parole di Moro, rilette dopo più di 30 anni, dovrebbero spingere le nuove generazioni di italiani a impegnarsi di più non soltanto nella ricostruzione storica della nostra tormentata Repubblica ma anche, e soprattutto, nella partecipazione disinteressata alle vicende della Penisola, alla sfida oggi aperta per liberarsi del dominio populistico e riportare il gioco democratico al centro della disputa per il potere.

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano