Archivio Antimafia Duemila

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Nicola Tranfaglia Diario di lettura

Diario di lettura

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da
nicolatranfaglia.com - 15 novembre 2010
A dicembre esce una nuova edizione del suo saggio Carlo Rosselli. Il sogno d'una democrazia sociale moderna. «Che né io né lei vedremo mai», chiosa a mo' di postilla.



Quest'anno ha dato alle stampe Il populismo autoritario, sempre da Baldini&Castoldi, e Anatomia dell'Italia repubblicana (Passigli), oltre alla biografia di Alberto Pirelli (Einaudi). Intanto ha intrapreso una nuova e laboriosa ricerca sul brigantaggio meridionale postunitario. In più è invitato a tenere lezioni e corsi in varie università. A 72 anni lo storico Nicola Tranfaglia, di origine napoletana, è attivissimo, entusiasta e instancabile, pieno di passioni e di progetti, come quando, al tempo dei suoi primi corsi di storia contemporanea all'Università di Torino, insegnava a leggere la città di Gramsci e di Gobetti, dell'occupazione delle fabbriche e dell'Ordine Nuovo attraverso i documenti e le cronache dell'epoca. Per cui l'intervista sul rapporto con i libri diventa in realtà l‘occasione per un bilancio della sua vita fino a oggi.

Una curiosità: il Carlo Rosselli uscì nel 1968 da Laterza, da allora suo storico editore. Come mai riappare da Baldini&Castoldi?
«Non pubblico più i miei libri con la casa editrice pugliese con molto rimpianto. In particolare il Carlo Rosselli fu il mio biglietto da visita nell'università e mi procurò una grande recensione sul prestigioso Times di Londra. Però Laterza non ha voluto, per paura, pubblicare Il populismo autoritario, mia interpretazione del berlusconismo, che non lo sottovaluta e lo collega alla fortuna dei populismi in Occidente, in Europa e anche in Italia».

Lei è conosciuto come attento storico della stampa italiana: come sono nate questa passione e specializzazione?
«Sono nate perché prima di fare lo storico ho fatto il giornalista per dieci anni, al Tempo, al Corriere mercantile, alla Stampa e al Corriere della Sera, come redattore di politica estera. Ho lasciato il giornalismo attivo nel 1967 e sono venuto a Torino, lavorando per tre anni presso la Fondazione EinaudI, con Bobbio, Venturi e Galante Garrone. Quindi nel 69-70 ho iniziato a insegnare stoia contemporanea all'Università di Torino dove ho fatto tutta la mia carriera di docente fino al 2006-7, quando mi hanno eletto deputato, con i comunisti italiani, ma come indipendente. Il rapporto si è rotto quando ho dichiarato che la Cuba di Castro è in realtà una dittatura, cosa che non piacque ai dirigenti del partito».

Lei ha curato, con Valerio Castronovo, «La storia della stampa italiana» di Laterza in più volumi. Se dovesse scriverne uno sulla stampa italiana di adesso, che giudizio ne darebbe?
«Secondo me la stampa italiana conferma in maggioranza un'antica dipendenza dalla classe politica, Poi ci sono alcuni giornali, una minoranza, che mantengono una certa indipendenza».

E cosa pensa dei talk show televisivi o dei cosiddetti programmi di approfondimento?
«Bisogna distinguere fra telegiornali e talk show. Per quanto riguarda i primi, che sono l'unica fonte di notizie per il settanta per cento degli italiani che non hanno gli strumenti per seguire i giornali, le televisioni sono investite del gigantesco conflitto d'interesse che riguarda l'attuale capo del governo. I talk show invece sono spesso condotti da giornalisti che fanno riferimento all'opposizione, perché quelli di destra non si dimostrano altrettanto bravi, basta pensare alla trasmissione di Socci o alla serie di Paragone. Non hanno sfondato, mentre Fazio, Santoro, Floris registrano share molto alti. I talk show di sinistra hanno però un difetto: si invitano sempre gli stessi leader o gli stessi personaggi, per cui per lo più c'è poco spirito critico».

L'altro filone da lei perseguito è quello degli studi del fascismo. Come sappiamo, il fenomeno ha avuto diverse interpretazioni, anche divergenti, da Croce a De Felice, a Battaglia o Pavone. Qual è la sua interpretazione del ventennio?
«La mia interpretazione è che il fascismo è frutto di peculiarità diverse, voglio dire che esprime ragioni e esigenze diverse: il divario nord-sud, la diffusione di clientelismo e illegalità, la debolezza di tradizione democratica, per accennare alle più rilevanti. Sto proprio riducendo la mia Storia del fascismo, che conta 740 pagine, a dimensioni più adatte ai corsi universitari, non più di 300 pagine, che uscirà dalla Utet. In questa chiave vedo un legame tra fenomeni, pur diversi, come il fascismo e quello che chiamo "il populismo berlusconiano"».

Quali le diversità e quali le analogie?
«Il primo si basava soprattutto su un apparato repressivo ma nello stesso tempo utilizzava la stampa, la radio e il cinema per manipolare le coscienze, il secondo invece punta in primo luogo sui mezzi di comunicazione e soprattutto sulle televisioni, che sono oggi lo strumento egemone per l'organizzazione del consenso».

Che cosa pensa del percorso di Fini dal Movimento sociale di Almirante al braccio di ferro con Berlusconi?
«Per quanto riguarda la parabola di Fini cito un episodio: già nel 1995, in tempi non sospetti, Fabio Granata, allora assessore alla Cultura in Sicilia, mi invitò a parlare in una manifestazione dell'Associazione delle vittime della mafia. Granata pensava le stesse cose che penso io: non batti la mafia con la sola polizia e la sola magistratura. L'unico modo è fare come in Norvegia dove ai bambini si insegna la costituzione a cinque anni, O crei una cultura antimafia o sei destinato alla sconfitta. Cosa che mi diceva anche Giovanni Falcone, quando lo incontravo a Roma».

Con tutti i suoi impegni, le resta il tempo per letture di piacere, o il tempo della lettura è totalmente occupato dai libri di studio?
«Sono naturalmente un grande lettore. Che legge anche molta narrativa. Quella italiana classica dell'Ottocento o del primo Novecento: Balzac, T Mann, meno Proust perché un po' mi anoia, Verga, il De Roberto dei Vicerè. Ho letto più volte Pirandello. E Tomasi di Lampedusa, Come vede, è ua narrativa che in realtà affonda le radici nella storia della società. Perciò di recente ho riletto tutto Sciascia, in occasione di una lezione universitaria su di lui, stimolato anche dal fatto che mia madre è di origine siciliana. Poi però destino almeno mezza giornata ai libri di studio».

Attualmente sta lavorando su qualcosa?
«Sto preparando un ricerca sul brigantaggio meridionale. Perché non c'è niente, a parte la Storia del brigantaggio di Franco Molfese, pubblicato da Feltrinelli nel lontano 1964, gli direi di ristamparlo, perché è un libro serio e documentato. C'è anche una buona antologia di testi a cura di Aldo De Iaco, pubblicata in anni lontani dagli Editori Riuniti. Anche qui ci vorrebbe una nuova edizione. Il resto è paccottiglia, mentre io sono convinto che è negli anni fra il 1861 e il 1870 che si decidono le sorti dell'Italia moderna».

Nella sua casa, quando era ancora ragazzo, entravano libri? Lei ha avuto la possibilità di familiarizzare con i libri fin da piccolo, mi sembra.
«Sono figlio d'un magistrato che aveva comprato tutta la grande letteratura russa: Dostoevskij, Gorkij, Turgenev, Tolstoij. Mentre io a 1-15 anni, quando stavo a Potenza,  cominciai a comprare i narratori americani, Faulkner Hemingway, lo Steinbeck di Furore. Quindi sono cresciuto da ragazzo con la letteratura russa e quella americana, che hanno consolidato la mia passione per la storia».

Ci sono libri che hanno contribuito in maniera rilevante alla sua formazione?
«Sì, certo. Il Verga dei Malavoglia e di Mastro don Gesualdo, per come tratta la battaglia sulla "roba" e il tema della famiglia meridionale. Su un altro versante, europeista e industriale, il Thomas  Mann dei Buddenbrok. Aggiungo quel capolavoro che sono Le memorie di Adriano della Yourcenar. Sì, questi sono stati libri fondamentali nella mia formazione culturale».

Tratto da:
nicolatranfaglia.com