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Nicola Tranfaglia Tranfaglia: l'esecutivo nega l'Unita' d'Italia

Tranfaglia: l'esecutivo nega l'Unita' d'Italia

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di Emanuele Di Nicola - 24 aprile 2010

Domenica 25 aprile 2010. Sono passati sessantacinque anni dalla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista: cosa significa oggi? Chi fa festa e chi no? E’ ancora viva la memoria di quegli eventi?



Nelle maggiori città italiane scorrono le manifestazioni per ricordare la vittoria dei partigiani, a cui – come al solito – non partecipano gli esponenti della maggioranza. Nei mesi scorsi la Resistenza ha addirittura rischiato di sparire dai programmi delle scuole secondarie, poi il ministero dell’Istruzione ha fatto una parziale marcia indietro. Abbiamo chiesto a Nicola Tranfaglia, storico, politico e docente di Storia contemporanea all’università di Torino, di commentare il significato di questa ricorrenza.

Cosa vuol dire Liberazione? In Italia tutti la riconoscono?
Purtroppo no. Ci sono forze politiche che la negano, allo stesso modo dopo 150 anni ci sono forze che non riconoscono l’Unità d’Italia. Mi riferisco in particolare al Pdl che, in base alle indicazioni della Lega, vuole introdurre le graduatorie regionali per gli insegnanti. Ecco, questo è un esempio di negazione dell’Unità.

La Lega, appunto. Un partito ormai nazionale che non festeggia il 25 aprile.
E’ vero, ma ricordiamo che la Lega è uno schieramento che prende complessivamente il 12%. Non potrà mai governare il paese da solo.

In ogni caso, oggi la Liberazione è vista come una ricorrenza solo per la sinistra?
Non credo sia esattamente una giornata di parte. In questa fase anche una componente del centrodestra, quella che fa capo al presidente della Camera Gianfranco Fini, riconosce apertamente il valore dell’antifascismo. Per questo non è una festa di sinistra.

Dal punto di vista storico cosa fu? Come scrive Claudio Pavone, una guerra civile?
Sono d’accordo con Pavone. In particolare, credo che oggi la Resistenza si possa definire in tre modi: fu una guerra civile, una guerra patriottica e anche una lotta di classe.

Come si rapportarono partigiani e forze armate?
Si può spiegare secondo questo schema: i partigiani ebbero buoni rapporti con il Corpo italiano di Liberazione creato dal governo del Sud, al contrario le relazioni furono sempre conflittuali con chi combatteva nel territorio della Repubblica sociale.

Un ruolo centrale è attribuito anche al mondo del lavoro.
Certo. Basti ricordare il primo articolo della nostra Costituzione, che nasce proprio della Resistenza: afferma che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Questo significa che è fondamentale considerare il lavoro centrale, e non solo nel testo della Carta costituzionale, ma proprio nello svolgimento quotidiano della vita politica. L’attuale governo non riconosce questo dato elementare: al contrario oggi i lavoratori italiani vengono trattati molto male, sia dal punto di vista economico che normativo.

Infine l’informazione. Oggi è libera proprio grazie a quei partigiani, ma forse non è proprio libera…
Attualmente la situazione è tragica. La causa è il presidente del Consiglio, che ha un conflitto di interessi fortissimo: Berlusconi controlla tre televisioni private e influenza troppo le tre televisioni pubbliche, anche aggirando le leggi. I giornalisti comunque non devono scoraggiarsi, devono continuare a lottare contro questa situazione e contro la legge sulle intercettazioni, con la quale si vuole mettere il bavaglio all’informazione libera.

Tratto da: rassegna.it