Archivio Antimafia Duemila

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Nicola Tranfaglia Legalita' e trasparenza

Legalita' e trasparenza

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di Nicola Tranfaglia - 5 ottobre 2009

Quando nel 1991, un anno prima dalle grandi stragi di Capaci e di via d'Amelio, pubblicai con Laterza il mio saggio La mafia come metodo, fui gratificato da un silenzio generalizzato sulla stampa italiana.
 


Ricordo che due  cari amici (oggi come ieri) Gianni Vattimo e Corrado Stajano, parlarono ai direttori di due grandi quotidiani del nostro paese, Il Corriere della Sera e la Stampa, perché  le mie tesi fossero almeno discusse ma non furono ascoltati.

Non a caso. In quel libro sostenevo che la lunga dominazione straniera, che nel Mezzogiorno e nelle isole, aveva visto per  secoli  il dominio della Spagna, un impero ormai in decadenza, aveva consolidato un regime che si caratterizzava con il proverbio che l'autore del don Chisciotte, Cervantes,  rese popolare: "uno Stato molto indulgente con gli amici e assai  severo con i nemici."Non eguale insomma per i cittadini.

Parlavo, insomma, di un "modello spagnolo" che in Italia si era affermato nei secoli al posto di quello francese o austriaco, pure presenti nella penisola, e che quel modello significava un'amministrazione pubblica opaca con i cittadini, attenta più agli interessi privati  che a quelli generali della collettività e favoriva la nascita di società mafiose, come sarebbe avvenuto dopo la Rivoluzione francese e nell'età  della modernizzazione della penisola.

Si trattava di un'ipotesi storica che aveva bisogno di  integrazioni perchè che doveva fare i conti con le modalità dell'unificazione nazionale, con la persistenza dei grandi  latifondi nel territorio meridionale e la nascita di strati sociali  intermedi che alimentavano le società segrete e, alle spalle dei proprietari terrieri, favorivano la nascita di organizzazioni criminali  come le mafie nei secoli successivi.

Ma quella tesi di fondo, su cui ho continuato a lavorare , entrava  in rotta di collisione con il sistema craxiano ormai al tramonto degli anni ottanta, che oggi tanti vogliono rivalutare anche perché precoccupati per il  "populismo autoritario" che  si è consolidato sotto  la guida di Silvio Berlusconi.

Quella tesi, soprattutto, rivelava un'antica tara storica dell'Italia postunitaria, constatava il mancato rinnovamento dello Stato nel 1945-48 e chiamava in causa  la mancata riforma della pubblica amministrazione, continuamente promessa da coalizioni di opposto colore, promessa e mai attuata dalle nostre classi dirigenti.

Forse attribuiva ai dominatori spagnoli una responsabilità  sproporzionata ma prendeva atto di un fatto oggettivo e innegabile: è proprio nelle regioni meridionali, che non avevano avuto l'autonomia comunale  nell'età medievale,

avevano mantenuto il sistema feudale fino ai tempi moderni  e, dunque, avevano a che fare con borghesie e nobiltà mafiose, a differenza di quelle del nord, soggette a monarchie più moderne come quelle francesi e austriache. Così  le mafie siciliane, calabresi e campane avevano avuto modo di svilupparsi.

Realizzando quel modulo parassitario proprio dell'agire mafioso che, sempre di più nel diciannovesimo e ventesimo secolo, avrebbe caratterizzato  lo sviluppo senza autonomia, proprio della nostra Italia meridionale.

E ora arriva con lo scudo fiscale il protagonismo della mafia che spinge lo Stato a diventare l'autore primo del riciclaggio e dell'evasione fiscale.

Tratto da: l'Unità