Archivio Antimafia Duemila

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Nicola Tranfaglia Industria e Energia, stessa direzione?

Industria e Energia, stessa direzione?

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di Nicola Tranfaglia - 17 maggio 2009
Ho letto in questi giorni ( è stato inviato a tutti i candidati alle elezioni europee) il manifesto che la Confederazione generale dell’Industria ha preparato con un titolo attraente: Per un’Europa più forte:il ruolo dell’Italia. Sono quattordici pagine chiare che, dopo la vivace  prefazione  di Emma Marcegaglia, affrontano alcuni tra i problemi centrali determinati dalla crisi e propongono ricette per risolverla nel modo migliore.


Non ho nessun pregiudizio contro l’intervento degli industriali, particolarmente  in questo momento. Gli imprenditori italiani fanno bene a far sapere a tutti, a quelli tra i quali gli italiani sceglieranno i deputati del nuovo parlamento europeo, che cosa pensano sulla crisi e sul modo migliore per voltare pagina.
Gli industriali incominciano con un’affermazione del tutto accettabile.
“Nel nuovo mondo che uscirà dalla crisi - scrive la Marcegaglia - l’Europa potrà far sentire la sua voce solo se agirà unita. L’Europa di cui abbiamo bisogno è quindi un’Europa forte”. E ancora osserva: “L’Europa che vogliamo deve essere più sensibile alle imprese. Il tessuto industriale che storicamente caratterizza non solo la struttura produttiva del nostro paese ma quella dell’intera Europa, rappresenta un patrimonio cruciale, il vero motore della crescita e quindi del benessere, da difendere e da rilanciare.
Il futuro Parlamento europeo avrà una grande responsabilità nell’indirizzare l’azione dell’Unione nel dare risposte adeguate alle grandi sfide che ci attendono, a cominciare dalla gestione della crisi.”
Siamo completamente d’accordo con una simile impostazione,
limitandoci semmai ad aggiungere che la battaglia per la ripresa dello sviluppo deve tener conto, accanto al ruolo degli imprenditori di quello dei lavoratori e delle lavoratrici, finalmente trattati allo stesso modo. Chi lavora deve veder rispettati i propri diritti civili e umani: se questo non si realizza, il modello non funziona e mostra di non adeguarsi alle grandi trasformazioni tecnologiche che hanno caratterizzato il periodo più recente, proprie del mondo nuovo in cui viviamo.
Siamo ormai - ed è necessario non dimenticarlo - immersi nella quarta rivoluzione industriale del pianeta. Gli imprenditori italiani ne sono consapevoli e lo dicono con chiarezza nelle pagine centrali del loro manifesto.
Ad esempio, a pagina 9, si sottolinea un aspetto  che a me appare fondamentale: “l’Europa deve guardare al futuro, stimolando la conoscenza, la ricerca e l’innovazione - fattori competitivi indispensabili affinché possa svolgere un ruolo di primo piano nei mercati internazionali dei prossimi decenni - nonché promuovendo la riforma dei sistemi sociali e dei mercati del lavoro e la definizione di una politica dell’immigrazione comune.
La lotta al cambiamento climatico - si aggiunge ancora - non deve tradursi in un vincolo che comprometta la competitività dell’industria europea ma in opportunità di impresa e di innovazione, ad esempio, nell’efficienza energetica, nelle fonti rinnovabili o nel riutilizzo dei rifiuti.”
Mi trovo ancora una volta d’accordo con quello che dicono i nostri industriali ma chiedo loro un minimo di chiarezza e anche  di coerenza.
In Italia siamo, mi sembra davvero innegabile, di fronte a una maggioranza parlamentare e a un governo che nulla fanno per promuovere conoscenza, ricerca e innovazione: la Finanziaria dell’estate scorso ha tagliato drasticamente le risorse nei settori

della scuola (57 mila cattedre in meno nel prossimo anno scolastico 2009-2010), della università (bloccando il turn over e i concorsi di reclutamento dei docenti), nella ricerca scientifica, diminuendo ulteriormente i fondi già palesemente minori di quelli stanziati dai maggiori paesi industriali dell’Occidente e dell’Oriente che si sta tumultuosamente sviluppando (penso alla Cina e all’India, soprattutto).
Analogo discorso vale per quanto riguarda la lotta per il cambiamento climatico e l’impiego delle fonti energetiche rinnovabili: malgrado un referendum popolare che decise a suo tempo l’accantonamento delle centrali nucleari, ora il governo Berlusconi ha deciso di costruire nei prossimi anni nuove centrali fingendo di non preoccuparsi minimamente per i pericoli e per le scorie che pure, in questa fase, continuano a preoccupare tutti gli altri paesi del pianeta.
Altro che fonti energetiche nuove. Nel nostro paese si vuol continuare a ricorrere alle vecchie fonti, petrolio e nucleare, non accettando la battaglia che ora anche gli Stati Uniti di Obama vogliono condurre per il rinnovamento delle fonti energetiche.
Insomma, leggendo l’intero testo del manifesto di Confindustria,  si ha la curiosa sensazione che i nostri industriali scorgono con chiarezza la strada da seguire per superare la crisi e riprendere lo sviluppo ma non traggono nessuna conclusione politica da un simile sguardo.
Non si sono accorti che il governo Berlusconi  va nella direzione opposta e rischia di farci andare nel baratro? E ancora che, sostenendolo, anche i nostri imprenditori assumono gravi responsabilità?
E’ un interrogativo che forse vale la pena rivolgere ai dirigenti della Confederazione Generale della Industria.

Tratto da:  www.nicolatranfaglia.com