Archivio Antimafia Duemila

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Salvatore Borsellino Salvatore Borsellino: "Mio fratello Paolo ucciso dallo Stato"

Salvatore Borsellino: "Mio fratello Paolo ucciso dallo Stato"

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di Giancarlo Iacchini - 27 settembre 2008
«E’ lo Stato che ha ucciso mio fratello! I mandanti dell’omicidio di Paolo e dei ragazzi della sua scorta non pagheranno mai per quell’orribile strage, perché lo stato non può processare se stesso!».





L’urlo di dolore di Salvatore Borsellino riecheggia nell’aula magna dell’Istituto Commerciale “Battisti” di Fano, affollata da oltre duecento persone che trattengono il respiro di fronte a una denuncia così dura e così esplicita. «Dovete indignarvi, c’è bisogno che vi indignate!», grida il fratello del magistrato ucciso 16 anni fa. «Qui dentro siete in tanti ad ascoltarmi, ma là fuori c’è un popolo senza memoria, un popolo di servi che ha il governo che si merita, e che la mafia l’ha portata direttamente al potere, per cui oggi la mafia non ha più bisogno del tritolo, i magistrati scomodi li fa rimuovere come nei casi De Magistris e Forleo. Ed io finché avrò vita non mi stancherò di denunciare la vergogna di questo nostro disgraziato paese!».
La requisitoria di Salvatore Borsellino annichilisce il pubblico attento e commosso della serata organizzata dai grillini fanesi di “Res Publica”: «Dopo la strage di Capaci in cui fu fatta saltare un’autostrada per uccidere Falcone, Paolo sapeva bene di dover morire anche lui. Per questo, in quelle poche settimane intercorse tra i feroci omicidi dei due magistrati siciliani, mio fratello non faceva che lavorare febbrilmente dormendo solo poche ore al giorno. Si alzava alle 5 ("per rubare un paio d’ore al mondo", diceva), e quando usciva di casa i figli dormivano; quando poi tornava a notte fonda, i figli dormivano di nuovo. Non li vedeva mai, ed era meglio così: pensate che non faceva neppure le coccole alla figlioletta, di proposito, per rendere meno straziante per la bimba il momento del distacco definitivo. Lui lo sapeva che sarebbe stato ucciso. “Giovanni è la mia assicurazione sulla vita”, diceva, perché sapeva che prima sarebbe toccato a Falcone, ma adesso l’amico non c’era più, ed ora anche lui era condannato a morte. Ma anche qualcun altro lo sapeva, all’interno della politica e della magistratura. I suoi superiori erano al corrente che il tritolo era già arrivato in Sicilia, e forse sapevano anche a chi era destinato. C’è gente che dovrebbe morire dietro le sbarre per quello che ha fatto! E ci fu un colloquio tra Paolo e l’allora ministro Mancino, un colloquio che aveva innervosito moltissimo mio fratello. Be’, lo sapete? Mancino sostiene di non ricordarsi di quel colloquio, visto che al tempo riceveva... molti magistrati. Ma ci si può dimenticare di avere parlato con Borsellino dopo l’omicidio di Falcone? Ve lo dico io come sono andate le cose, non ho paura a dirlo: lo stato era sceso a patti con Cosa Nostra, ma Paolo Borsellino non ci stava, si è messo di traverso e “doveva” essere fatto fuori! In via D’Amelio, che è un budello (per uscire con la macchina bisogna fare marcia indietro), ci andava spessissimo, perché ci abitava nostra madre: quel 19 luglio Paolo, che era legatissimo alla mamma, doveva accompagnarla dal cardiologo. Ebbene, sono riusciti a dire che “non se l’aspettavano” un attentato proprio lì, non lo consideravano un luogo a rischio! E’ una vergogna. E un’altra vergogna è che nel luogo da cui è stato azionato il tritolo, operavano uomini dei servizi segreti sotto la copertura di un ufficio finanziario. Ecco perché non li prenderanno mai, ecco perché mio fratello non avrà giustizia, perché lo stato non potrà mai processare se stesso. E’ lo stato che ha ucciso mio fratello Paolo!».
Salvatore, oratore appassionato capace di toccare tutte le corde dell’uditorio e di “indignare” davvero chi ascolta la sua accorata denuncia, ricorda poi quella che potremmo definire la “seconda morte” di Borsellino: «Dopo l’uccisione di mio fratello, in Sicilia vivevamo in un clima febbrile e quasi di speranza. Se quell’omicidio fosse servito a scuotere le coscienze, come sembrava in un primo momento (con i politici locali e nazionale presi a calci e a sputi dalla gente inferocita), sarei stato pronto a ringraziare il Signore per avermi portato via mio fratello. Se il suo sacrificio fosse stato indispensabile per salvare la nostra terra dalla piovra mafiosa, lo avrei accettato serenamente. Ma Paolo l’hanno ucciso due volte! I suoi superiori, alcuni dei quali chiaramente implicati nel complotto politico-mafioso, sono stati promossi a incarichi importanti e di prestigio, i magistrati che continuano le indagini di Paolo vengono rimossi o ostacolati in mille maniere, la mafia non è sparita – come ha avuto l’impudenza di dire qualcuno – ma è andata direttamente al potere. E il popolo ha la memoria molto corta e labile. Instupidito dalla televisione, è un popolo di schiavi che è stato capace di votare Berlusconi e quell’accozzaglia che chiamano la destra, in cui ci sono tanti amici dei mafiosi o persone che li frequentavano, come lo stesso presidente del Consiglio e come il presidente del Senato Schifani, uno che adesso dice che non sapeva che erano mafiosi quelli che cui dialogava, ma in Sicilia lo sapevano tutti! E l’opposizione non esiste più; quella che si presenta in Parlamento come tale è guidata da un omuncolo che in campagna elettorale non l’ha nemmeno nominato, Berlusconi, per non attaccarlo! Ma come si fa! E la stampa è ormai tutta omologata, i giornali non si distinguono più uno dall’altro, hanno tutti gli stessi titoli. Se perfino Repubblica getta discredito sulla Forleo titolando: “Clementina in lacrime davanti al CSM”, mentre lei si era commossa quando le hanno chiesto dei genitori, probabilmente assassinati anche loro dalla criminalità organizzata, allora chi legge solo i titoli si fa un’idea della realtà completamente distorta, e questo significa che la stampa è stata completamente asservita». Siamo ormai al regime, come nel '22.

L’unica speranza può venire dai giovani, dice Salvatore, e da chi non si piega; da chi denuncia il crimine; da chi riesce ancora a ragionare con la propria testa; da chi non dimentica la storia di questo paese e di chi lo governa. «E io finché avrò vita – conclude Salvatore Borsellino fra gli applausi vibranti di un pubblico partecipe ed emozionato – non smetterò mai di dire LA VERITA’. Da ragazzo me ne andai dalla Sicilia, e quando Paolo scrisse che si pentiva di essere stato “indifferente” fino ai 40 anni, potete immaginare come mi sento io di fronte a queste parole [la voce gli si spezza, ndr]. Sono stato zitto per tanti anni anche dopo la morte di Paolo: non certo per indifferenza, ma per il dolore e poi la delusione di vedere come il sacrificio di mio fratello non fosse servito a nulla. Ma adesso non smetterò più di parlare: nelle scuole, nelle piazze, in aule come queste. Finché avrò voce. Finché saro vivo!».

Tratto da: www.radicalsocialismo.it