Archivio Antimafia Duemila

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Salvatore Borsellino Disegno di legge "LAZZATI"

Disegno di legge "LAZZATI"

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Disegno di legge "LAZZATI"
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di Salvatore Borsellino - 22 Giugno 2008
Sono passati quasi 16 anni dalla strage di Via D'Amelio e ancora tanti dubbi e tanti interrogativi sui reali interessi e scopi legati a quella strage, all'assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta non hanno avuto una risposta.




Non si sa cosa gli comunicò o gli propose Mancino il giorno 1° Luglio, alle ore 19, nel corso dell'incontro, testimoniato da quanto scrisse lo stesso Paolo nella sua agenda grigia, per provocare la reazione di Paolo testimoniata da Gaspare Mutolo quando il Giudice rientrò da quell'incontro.
Non si sa ancora chi e da dove abbia azionato il telecomando, da dove provenisse quest'ultimo, chi dall'osservatorio privilegiato del castello Utveggio dove c'era un centro del SISDE frettolosamente sgomberato pochi giorni dopo la strage abbia osservato in tempo reale la sua esecuzione e comunicato telefonicamente l'accaduto ai partecipanti di una gita in barca nel golfo di Palermo alla quale, oltre a Bruno Contrada, erano stati invitati alcuni componenti, appunto, dei Servizi Segreti.
Non si sa, e forse mai riusciremo a sapere, se non sarà accettato il ricorso in Cassazione della Procura di Caltanissetta avverso l'assoluzione del Capitano Arcangioli, se quest'ultimo, una volta prelevata dalla macchina del Giudice Borsellino la borsa di cuoio contenente l'agenda rossa, abbia poi consegnato la stessa agenda a qualcuno in attesa in Via dell' Autonomia Siciliana, dove terminano la serie di sequenze fotografiche e video che lo ritraggono mentre si allontana speditamente e con aria decisa, dal luogo della strage, per nulla turbato, almeno a giudicare dalle sequenza fotografiche, dal sangue e dai brandelli di carne che aveva dovuto calpestare.
Non si sanno i motivi per cui in Via D'Amelio non era stato predisposto il divieto di sosta, quasi a facilitare il compito di chi avesse intenzione di predisporre la strage in quello che era sicuramente, e diversamente da quanto affermano le varie autorità preposte e poi premiate con il trasferimento e la contemporanea promozione a incarichi più prestigiosi, un obiettivo a rischio per l'abitudine del Giudice ad andare a trovare la madre almeno due o tre volte la settimana.
Non si sa che cosa disse Pietro Giammanco a Paolo nel corso di una inusuale telefonata fattagli alle 7 del mattino del 19 Luglio 1992 per provocare la violenta reazione di Paolo che fu sentito dalla moglie gridargli al telefono, con voce alterata, "la partita comincia adesso".
Non sia sa perchè lo stesso Pietro Giammanco gli comunicò solo quel giorno quella delega per condurre in prima persona le indagini in corso a Palermo che fino a quel momento gli aveva negato e perchè lo fece solo dopo aver saputo da una informativa, non comunicata a Paolo, che era arrivato a Palermo il carico di tritolo necessario per l'attentato che lo avrebbe eliminato.
Non si sa perchè per Paolo non venne mai organizzato un servizio di scorta adeguato nonostante le richieste, fino al giorno prima della strage, degli stessi componenti delle scorte che si erano offerti di organizzarlo in maniera adeguata a fronte dell'evidente inefficienza, dal punto di vista dei mezzi e dell'addestramento non certo del coraggio e dall'abnegazione, di chi è stato volutamente mandato a sacrificare la propria vita insieme a lui e a difenderlo facendo uso solamente del proprio corpo.

Sono passati quasi 16 anni come mi ha raccontato il Dott. Romano De Grazia, insieme al quale ho avuto l'onore di partecipare a un incontro in Calabria, a Petronà, da quando per la prima volta è stato depositato in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare che permetterebbe di risolvere nella maniera più semplice un paradosso giuridico che vieta ai sottoposti alla misura di prevenzione di sorveglianza speciale perchè indiziati di appartenere alla mafia o ad altre organizzazioni criminali, di esercitare il diritto di voto consentendogli tuttavia di svolgere propaganda elettorale.
E' evidente come ciò favorisca i perversi interessi esistenti e spesso accertati tra criminalità organizzata e uomini politici ad essa legati, ma nonostante si tratti di un provvedimento semplice, a costo zero e dai molteplici effetti positivi come dimostrato dalla documentazione che il Magistrato mi ha fornito e che riporto di seguito, non si è mai arrivati a discutere il disegno di legge in alula e a farlo diventare legge dello stato.

Sembrano argomenti diversi ma sono legati da un unica causa che entrambi li origina, cioè la mancata volontà autonoma dello Stato Italiano di combattere in maniera costante, determinata e decisa, la criminalità organizzata e questo a causa dei complessi intrecci che legano quest'ultima alla nostra classe politica e a tutte le altre "entita" deviate che minano alle radici la nostra democrazia.

E' quanto denuncia Giancarlo Caselli in un commento all'ultimo libro di Saverio Lodato in un altro post di questo sito quanto, riferendo le parole di Salvatore Lupo sostiene una verità che è di solito occultata, cioè come non si possa dire che "i risultati nel contrasto alla mafia siano stati ottenuti dallo Stato, che anzi ha ampiamente ostacolato il lavoro svolto da altri. Quei risultati sono frutto di un gruppo composto di rappresentanti dell'opinione pubblica, di uomini delle istituzioni e di uomini della politica, probabilmente minoritario in tutti e tre i settori; che tuttavia - pur col suo peso ridotto - ha ottenuto quella che Lupo definisce «una grande vittoria», la dimostrazione che la mafia si può sconfiggere, almeno ciclicamente. Se la sconfitta non è stata definitiva, ciò è dipeso anche dal fatto che ad un certo punto l'isolamento - invece che verso Cosa nostra - si è indirizzato verso coloro che cercavano di contrastarla".

A completamento della documentazione su progetto di legge riporto anche due articoli di Vittorio Grevi che, a distanza di ben 13 anni continuano a parlare di questo progetto di legge ad orecchie che purtroppo non possono o non vogliono sentire.

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