Archivio Antimafia Duemila

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Salvatore Borsellino Non sono morti

Non sono morti

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di Emiliano Morrone e Salvatore Borsellino - 23 maggio 2008
Sedici anni fa rinasceva Giovanni Falcone, come oggi. Non provochiamo: ricordiamo lui, la moglie, la scorta, Capaci, Paolo Borsellino e gli altri santi che morirono in Via D'Amelio.


 


Oggi la stampa manco rievoca la strage del 23 maggio 1992. Ha cambiato strategia: non c'è una sola riga su Capaci, sulle pagine del "Corriere" e di "Repubblica" di stamani. Salvo, sul primo, una dichiarazione del guardasigilli Alfano, che annuncia l'edificazione di nuove carceri in nome di Falcone (!). Forse che in questo clima di titolarità e ombre, di accordi e inseguimenti, di programmi identici e reciproca benevolenza, il peso d'una memoria scomoda possa rammentare lo scandalo delle recenti esternazioni - di Berlusconi e Dell'Utri  - sull'eroismo di Mangano?
Forse che quell'apologia sullo stalliere di Arcore non va messa a tema col sacrificio, vero e indelebile, di autentici servitori dello Stato? Noi scriviamo ciò che è successo dopo Capaci e Via D'Amelio, di cui gli apparati di comando, non solo mafiosi, sono responsabili. Il tempo delle lapidi, dei pianti, della commozione, delle parate e delle "fiction" è finito.
E' passato perché Falcone, Borsellino e chi con loro perse la vita sono stati più forti - e lo sono ogni giorno - d'una "lobby" che li ha usati come strappalacrime e icone d'uno Stato impotente, che può solo assicurare struggimento e spezzare la noia quotidiana, suscitando innocua pietà collettiva.
E' chiaro a tutti che, ingenerando nelle masse un senso di impotenza assoluta e la mera contemplazione di tragiche biografie, si riesce a evitare quella coraggiosa aggregazione nella giustizia per cui si sono battuti Falcone, Borsellino e i loro collaboratori. Questo hanno fatto le istituzioni, coi loro presìdi, certa informazione complice, le pellicole di un'umanità degradata a spettacolo, il silenzio sui fatti e i perché dei vuoti nella storia. Le sentenze dei tribunali hanno ammantato quel capitolo di vergogna e follia dell'Italia delle tangenti e dei cappucci, connivente, distratta, idolatra, evanescente e volgare.
Dilatando i tempi, ci hanno rubato la verità; e questo è stato un bene, se lor signori non l'hanno inteso. Perché ora siamo attrezzati, senza fanatismi e psicopatologie, e capiamo meglio che la mafia non può senza supporti tecnici, finanziari e giurisdizionali di altre società a delinquere.
Gli oscuri piani dei veri assassini, tesi all'oblìo della lotta culturale di Falcone e Borsellino, si sono rivelati un boomerang, e di fatto hanno amplificato il loro messaggio di emancipazione.
L'esercito dei giusti, che qualcuno vorrebbe battezzare "illusi" o "sfigati", è fatto di persone comuni, di anime, del Sud, del Centro e del Nord, che sanno esattamente che cosa, oltre il sangue versato, ci hanno insegnato Falcone e Borsellino.
Negli ultimi anni, nonostante la pervasiva persuasione occulta, le commemorazioni di facciata e la fabbrica mediatica del piagnisteo, la nazione dei normali s'è ritrovata nell'impegno, nelle piazze, sulla rete, nella ricerca della verità sul passato e sul presente. Ha raccolto l'eredità dei due giudici siciliani, del loro séguito e degli altri incorruttibili cercatori di giustizia, da Livatino a Scopelliti, da Alfano alle centinaia e migliaia di anonimi, capaci di mandare a pezzi paura e opportunismo.
La nazione dei normali ha creato le sue reti di solidarietà, intervento e informazione. Per cui non è più possibile che non si sappia, che non si veda, che non si reagisca. Qui sta la santità, il miracolo, il ritorno in vita di Falcone e di Borsellino. E non
occorre, a conferma, il crisma d'una qualche autorità.

Tratto da: www.19luglio1992.com