Archivio Antimafia Duemila

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Salvatore Borsellino La memoria ritrovata

La memoria ritrovata

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La memoria ritrovata
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di Salvatore Borsellino - 4 dicembre 2008
Apprendo con particolare piacere che l'On. Mancino sembra essere improvvisamente guarito dalla persistente amnesia da cui era affetto e che mi aveva costretto, da qualche tempo a questa parte, a citarlo chiamandolo "lo smemorato di Montefalcione".



Le sue crisi di amnesia, particolarmente preoccupanti in una persona che occupa un'importante carica istituzionale quale quella di vice presidente del CSM, riguardavano in particolare l'incontro avuto con il Magistrato Paolo Borsellino, 19 giorni prima che questi venisse eliminato insieme con la sua scorta con una carica di tritolo piazzata in Via D'Amelio sotto la casa della madre.
L'incontro avvenne nell'ufficio di Mancino al Viminale, dove lo stesso ministro lo aveva convocato d'urgenza mentre Paolo, presso la DIA, stava raccogliendo le confessioni del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo che gli stava rivelando delle collusioni tra istituzioni deviate e criminalità organizzata e gli stava probabilmente parlando in particolare del traditore dello Stato Bruno Contrada.
La circostanza è testimoniata dallo stesso Gaspare Mutolo, molto più attendibile dal punto di vista della memoria, e non solo, dello stesso Mancino, che ha raccontato che durante l'interrogatorio Paolo ricevette una telefonata dopo la quale gli disse testualmente "mi ha telefonato il ministro, manco due ore e poi torno". Testimonia Mutolo che quando Paolo fece ritorno era visibilmente agitato tanto da mettersi in bocca due sigarette contemporaneamente.
La circostanza è confermata dal sostituto procuratore Vittorio Aliquò che conduceva l'interrogatorio insieme a Paolo, che ricorda di avere accompagnato Paolo fin sulla porta del Ministro. E' accertato che Paolo abbia incontrato anche il capo della polizia Vincenzo Parisi e sembra anche che abbia visto uscire dalla porta dell'ufficio del ministro Bruno Contrada, cosa che deve averlo particolarmente sconvolto proprio per la strana coincidenza che questo avvenisse pochi momenti dopo avere raccolto le accuse di Gaspare Mutolo allo stesso Contrada.
Mancino fino ad oggi non ha negato la possibilità che l'incontro sia potuto avvenire ma ha detto di non potere ricordare se "tra gli altri giudici che venivano ad omaggiarlo per la sua recente nomina a ministro" ci fosse stato anche Paolo Borsellino.
Trascurando l'untuosità del linguaggio, degna di chi lo usa, si tratta di una affermazione sicuramente priva di fondamento dato che Paolo non era un qualsiasi magistrato ma il sicuro obiettivo della prossima mossa da parte della criminalità mafiosa dopo l'assassinio di Falcone. Questo a meno che i problemi mentali di Mancino non avessero già cominciato a manifestarsi a quell'epoca, cosa che potrebbe essere verosimile per il fatto che un mese dopo, quando Paolo fu effettivamente ucciso in una piazza, sotto la casa della madre, nella quale nessuno si era curato di istituire il divieto di parcheggio, lo stesso Mancino, insieme con il prefetto Jovine, affermò che quella strada non veniva considerato un obiettivo a rischio. Infatti Paolo ci si recava solo tre volte alla settimana, in particolare in quel periodo a causa di problemi di cuore della madre, e la criminalità organizzata aveva già provveduto ad intercettare le linee telefoniche, non protette, della casa della madre in maniera da essere costantemente al corrente degli spostamenti del giudice che preannunziava sempre telefonicamente alla madre le sue visite.
Esiste peraltro una testimonianza incontrovertibile sul fatto che l'incontro sia affettivamente avvenuto, e la testimonianza è dello stesso Paolo Borsellino, che in una sua agenda, quella grigia, che poiché non era con lui i servizi non hanno avuto modo di sottrarre dopo la strage come hanno fatto con l'Agenda Rossa, ha lasciato scritto : "1 Luglio, ore 19: Mancino". E poiché Paolo usava annotare questi appunti in questa agenda alla sera, al suo ritorno in casa o in albergo, quell'incontro deve essere sicuramente avvenuto. Su questa circostanza, sebbene gliela abbia contestata più volte anche sulla stampa, Mancino non ha mai osato replicare.
In quell'incontro deve sicuramente essere stata prospettata a Paolo la "trattativa" in corso tra istituzioni dello Stato e criminalità organizzata, e il rifiuto e lo sdegno di Paolo devono essere stati così violenti da rendere indispensabile, per andare avanti e condurre in porto la stessa, la sua eliminazione e il fatto che questa avvenisse in tempi brevi, prima che Paolo, come aveva già fatto una volta quando si era tentato di smantellare il pool antimafia di Palermo, portasse questa cosa davanti all'opinione pubblica suscitandone la reazione.